Parte
seconda: considerazioni di storia delle religioni. Ebraismo, Cristianesimo,
Islam.
Ebraismo
Innanzitutto una breve analisi del presente.
Sento l’esigenza di rammentare al lettore quella che è la realtà dell’Ebraismo odierno al di fuori dei confini dello Stoto di Israele e nella fattispecie dell’Ebraismo considerato in un ambito nazionale interessato da una forte presenza ebraica, quali sono oggi gli Stati Uniti. In questo Paese vivono oggi circa 7.500.000 Ebrei, cioè la
metà dei 15.000.000 di ebrei sopravvissuti all’Olocausto. Probabilmente la crescita della popolazione ebraica avvenuta nel Paese ha favorito una maggiore apertura alle tradizioni esterne da parte di alcune comunità, le quali ormai accettano ad esempio la prassi dei matrimoni misti, cioè fra ebrei e non ebrei, matrimoni che ormai hanno raggiunto il 55% del totale. Questa apertura ha dato luogo ovviamente ad una divisione se non frammentazione tra le comunità ebraiche che tale apertura hanno favorito e le comunità ortodosse che sono ancora legate alle tradizioni ancestrali che prescrivono ai fini della validità del vincolo, matrimoni tra persone che appartengano al popolo ebraico dalla nascita, che cioè siano figli o figlie di madre ebrea. Non si può negare poi che all’interno del movimento religioso ebraico i suddetti due atteggiamenti corrispondano a due diverse accezioni del culto ebraico, che può essere considerato in senso etnico o religioso. Nel primo senso l’ebraismo conserva, attraverso la tradizione, l’osservanza delle prescrizioni contenute nella Bibbia, ovviamente considerando i soli Libri che fanno parte del canone ebraico, e quindi esso ebraismo continua a ritenere fondamentale la preservazione dell’unità di popolo, che nel nostro modo di sentire vorrebbe dire “etnia”. Ciò viene reso possibile attraverso matrimoni tra uomini e donne ebrei per nascita, in ottemperanza alle tradizioni, e considerando i matrimoni misti una aberrazione, un atto contrario alla legge mosaica, ed anche un pericolo per la sopravvivenza dell’ebraismo in quanto insieme inderogabile di prescrizioni normative, in ragione del fatto che sempre i matrimoni in parola, cioè i matrimoni misti, vengono contratti da ebrei con persone non di origine ebraica, quanto a discendenza, e quindi ignoranti in fatto di tradizione ebraica e di osservanza delle norme tradizionali, osservanza che è fondamentale affinché si compiano le profezie contenute nei testi sacri, ma anche affinché si conservi un rapporto positivo con Dio. Tuttavia l’aspetto etnico va contemperato con quello religioso, che cioè prescinde dal vincolo di sangue e si fonda invece su una scelta a carattere personale, atteggiamento che contraddistingue, per rimanere alla realtà dell’incremento dei matrimoni misti, sempre gli Stati Uniti, ossia la ben radicata regola che in quel Paese tutti coloro che
provengono dall’estero e intendano risiedervi stabilmente, siano tenuti a riconoscere gli USA come la propria unica Nazione, o per meglio dire tutti coloro che entrano nel territorio USA per risiedervi, debbano essere consapevoli che la Nazione ospitante è per loro e deve necessariamente esserlo, una sorta di patria di adozione e che non devono esservi, quanto meno a livello di relazioni esterne, cioè al di fuori dell’ambito domestico, infrazioni alle regole di una sana convivenza anche tra persone di diversa origine, e perfino se per ipotesi le persone in questione provengano da Nazioni situate agli antipodi. Tutti coloro che si stabiliscono in USA devono “desiderare” di essere americani USA, tutto ciò sempre ai fini di una piena integrazione. Ma ovviamente una piena integrazione deve essere fondata sull’abbandono, in parte almeno, degli usi e dei costumi estranei alla realtà USA, e quindi sull’adozione dei costumi o di parte dei costumi del Paese ospitante. Ed ecco in sostanza spiegata la ragione della apertura di molte comunità ebraiche ai matrimoni misti, niente altro che un risultato di politiche accorte di coesione tra genti che in comune spesso non hanno neanche il linguaggio.
Esistono di conseguenza e in virtù di tale realtà politica due volti dell’Ebraismo: il primo che guarda tenacemente al passato ed è più che mai legato alle proprie tradizioni di osservanti delle prescrizioni Divine; e il secondo che guarda al futuro e intende la pratica e l’osservanza dei precetti come un modo per accelerare la venuta del Messia grazie alla invocazione in tal senso del favore divino, per il tramite dell’osservanza delle antiche pratiche, cosicché si adempiano le profezie contenute nelle Scritture. E’ quest’ultimo Ebraismo ad aver favorito la nascita dello Stato di Israele. Noto è il detto attribuito a Theodor Herzl, uno dei fondatori del Sionismo, ossia del movimento favorevole alla nascita dello Stato di Israele, pronunciato durante un discorso pubblico negli ultimi decenni del XIX secolo: “Se lo vuoi con forza non è un sogno”. La storia del Popolo Ebraico e della sua religione è, comunque sia, da sempre una storia di diaspora, cioè di dispersione dell’Ebraismo in tutto il mondo. Non dimentichiamo che lo Stato di Israele è nato proprio con la finalità di dare al popolo di Dio un posto dove risiedere stabilmente, non a caso
collocato in quei territori che erano in un tempo lontano già abitati da ebrei; si tratta della Terra Promessa di cui parla il Pentateuco ossia l’odierna Palestina. Ovviamente la creazione dello Stato israeliano è un fatto relativamente recente, in quanto risale al 1948. Nondimeno ci si potrebbe interrogare su quale fosse il tipo di rapporto che gli Ebrei erano soliti intrattenere, e forse continuano ad intrattenere con i popoli che condividevano o condividono il medesimo territorio, Stato di Israele a parte, popoli assai differenti da quello ebraico e anche abbastanza diffidenti nei confronti di una comunità che sosteneva e sostiene di essere l’unico tra i popoli della Terra ad essere stato scelto da Dio per abitare il mondo, l’unico popolo tenuto a rifiutare sistematicamente i rapporti con gli altri popoli ancorché detti popoli condividessero il loro stesso territorio. Sicuramente tali rapporti, stando alle premesse, non potrebbero che essere non positivi. Ed è per queste ragioni che la storia del popolo ebraico è una storia di intolleranza da parte dei popoli e delle Nazioni che ospitavano e ospitano le comunità ebraiche, nei confronti di quelle stesse comunità. Ad esempio il periodo ellenistico fu uno dei più crudeli e difficili per gli Ebrei, e così il “dopo” fino ad arrivare al 1492, quando gli ebrei furono espulsi dalla Spagna e dal Portogallo. A partire da allora, durante l’evo moderno e fino ad oggi tuttavia gli ebrei hanno saputo rispondere con grande forza e intelligenza alle sfide che di volta in volta sono stati chiamati ad affrontare, anche ai nostri giorni, ad esempio questioni come la fecondazione in vitro o i progressi della biologia e quindi l’intera tematica relativa alla bioetica. Tuttavia è un fatto che oggi esistono “tanti” ebraismi, tanti gruppi sociali di religione ebraica che concepiscono il rapporto con Dio in maniere finanche speculari le une alle altre: si pensi agli ebrei sefarditi e askenaziti, suddivisione che risale almeno alla già ricordata espulsione da Spagna e Portogallo. Nel XX secolo poi l’ebraismo ha dovuto confrontarsi con due grandi fenomeni storici: l’Olocausto e la già menzionata nascita dello stato di Israele dopo la guerra. Ora, tutto ciò, come si è tentato di accennare, ha avuto delle conseguenze, come ad esempio la nascita di una contrapposizione tra ebrei americani ed ebrei israeliani, ciò che vorrebbe dire tra
liberali e fondamentalisti. Altra differenza tra ebrei americani ed ebrei israeliani è che i primi considerano l’adesione alla religione ebraica un fatto meramente interiore, mentre gli israeliani la considerano una religione nazionale, anzi forse perfino una sorta di sostrato normativo posto a fondamento della realtà statale, ricalcato sulle prescrizioni bibliche e il cui vigore normativo non è andato spegnendosi nei secoli. Insomma la conclusione della presente analisi mi pare possa essere quella secondo cui la religione ebraica “oggi” non è più un insieme di riti e pratiche di culto, ma un insieme di “modi di vivere”, di usi, costumi, tradizioni, ma altresì privi di un riferimento trascendente, e ciò massimamente nello stato di Israele dove la religione è pura forma, in quanto incorporata in una entità statale, la quale ne fa strumento di governo ed è quindi divenuta, se non altro nelle parti narrative e descrittive contenute nei sacri testi, un qualcosa da “ricordare” più che da “osservare” e “praticare”.
Considerazioni sulle vicende bibliche di Israele su base testuale. Valutazione delle fonti bibliche. Cenni al conflitto Israelo/Palestinese.
E’ un dato di fatto che la Bibbia cui fa riferimento l’Ebraismo contiene molti testi in comune con l’Antico Testamento cristiano, ma molti libri raccolti nel canone cristiano non sono inclusi nel canone ebraico. Ricostruire la genesi dei testi biblici accettati dagli ebrei costituisce pertanto un lavoro assai impegnativo, e nondimeno fondamentale per risolvere questioni come la corrispondenza cronologica dei testi in parola e la maggiore o minore esattezza del racconto contenuto in ciascuno di essi. Tuttavia una prima ricostruzione può essere effettuata sulla base di un intervallo di tempo che parte dal III secolo a.C. giungendo al I – II secolo d.C.
Il primo dei problemi da affrontare è però la datazione dei canoni: a partire dal canone ebraico palestinese, il canone samaritano, quest’ultimo comprendente il solo
Pentateuco e pochi altri testi, per finire con i vari canoni cristiani, canoni che, tutti, sono ancora oggi privi di una corretta datazione.
Tuttavia, anche sulla base del rinvenimento di testi assai risalenti, i cosiddetti rotoli del Mar Morto, databili fra III secolo a.C. e I secolo d.C., i testi greci dei Settanta e il testo masoretico, cioè “tradizionale” (in cui le vocali ebraiche furono paradossalmente introdotte dagli studiosi “dopo” l’introduzione delle consonanti) consentono in via ipotetica di operare una datazione che va dall’ XI secolo a.C. alla fase post – esilica. Il canone ebraico è ad oggi costituito da tre insiemi di libri: il Pentateuco (la Torah), i Profeti anteriori e i Profeti posteriori, oltre ai Salmi, il Libro del Profeta Daniele, e altri libri minori. Il rapporto tra Yahveh e il suo popolo è caratterizzato, secondo il racconto della Bibbia ebraica, dall’essere un “patto”, in ebraico “berit”, di cui sarebbero contraenti da un lato la Divinità, dall’altro il popolo ebraico, a cominciare dai suoi antenati. La Bibbia non sarebbe altro che la storia di questo patto, che tante volte Israele avrebbe disatteso, suscitando l’ira divina e le conseguenti sciagure a proprio danno, in quanto popolo legato a Dio da un particolare rapporto. Ma il termine “berit” vuol dire anche “promessa”, che in latino ha il significato di “testamento”, da cui la terminologia biblica che ne indica le partizioni.
Per cominciare occorre dire che la narrazione biblica si articola in sei grandi periodi. Il primo è quello che inizia con la creazione del mondo e giunge sino a Giacobbe, cui Dio diede nome Israele, a lui e a tutta la sua discendenza.
Il secondo è relativo alla permanenza di Israele in Egitto, periodo oscuro nella storia del popolo di Dio, che si conclude con l’uscita dal Paese per tramite di Mosè, con la consolidazione dell’alleanza con Yahveh attraverso la consegna da parte di Questi a Mosè sul monte Sinai delle Tavole della Legge, e con l’ingresso, che però Mosè non riuscì a veder compiersi perché venne meno poco prima che il popolo vi entrasse, nella terra “promessa”, cioè la terra di Canaan.
Il terzo periodo è narrato nel libro dell’Esodo, e racconta le vicende relative alla definitiva conquista della Terra di Canaan.
Segue il quarto periodo, il quale fa riferimento all’ascesa di David al trono, cui fa seguito quella di Salomone, con la costruzione del Tempio e la divisione del regno, dopo la morte del monarca, in due diversi stati: il settentrionale, con capitale Samaria e il meridionale cioè il territorio di Giuda con capitale Gerusalemme.
Il quinto periodo si colloca tra l’VIII e il VI secolo a.C., quando i suddetti due regni crollano a causa della penetrazione da parte degli Assiri il primo, il secondo da parte dei babilonesi di Nabucodonosor II . Comincia così il periodo dell’esilio babilonese, cioè il quinto periodo della storia di Israele, mentre il sesto e ultimo periodo si ha con la caduta di Babilonia ad opera del re di Persia Ciro (siamo a metà circa del VI secolo a.C.) e coincide col ritorno in Palestina di una parte di coloro che precedentemente erano stati deportati in Babilonia.
Per quanto riguarda la attendibilità storica di ciascuno dei sei periodi considerati, costituisce un dato di fatto che il quarto periodo, cioè il periodo monarchico, insieme ai due successivi sia piuttosto verificabile a livello storiografico. Per quanto invece concerne i tre periodi più antichi, a partire dall’”Età dei Patriarchi” (da Abramo a Giuseppe) fino all’età mosaica, alla colonizzazione del territorio di Canaan, e poi al tempo dei Giudici, esiste una certa concordanza tra gli studiosi nel ritenere questi periodi invenzioni o per meglio dire “finzioni” bibliche. In realtà la funzione di questi libri, che sono in definitiva racconti, cioè opere narrative, è voluta. Si tratta dello stesso movente che induce Omero a scrivere Iliade e Odissea, cioè quello di raccontare in forma allegorica, il rapporto di un popolo con la propria fede. Il rapporto con la divinità presso gli ebrei è essenzialmente giustificazionista: se il popolo patisce è per volere di Dio, se prospera è sempre per volere di Dio. Insomma un giustificazionismo che aiuta il popolo ad attraversare i momenti più duri, sia nel caso di eventi bellici conclusi da una sconfitta a carico di Israele, sia a causa della pratica sempre da parte di Israele di altri culti e altre religioni, sia nel caso del ritorno da parte di Israele ai comportamenti malvagi e alle turpitudini del periodo pre – abramitico, ecc. Si tratta di vicende in cui il Popolo si è lordato di peccati che a Yahveh causano sdegno e che ne suscitano la collera. E’quindi
compito delle figure di riferimento della comunità israelitica operare in modo da riconciliare sempre la comunità con Yahveh attraverso offerte sacrificali, riti espiatòri e purificatòri. In ultima istanza dal punto di vista psicologico si potrebbe considerare il testo biblico come un poema che trasuda di un processo “dissociativo” a carattere di mania o psicosi collettiva, di un popolo che si dà delle leggi che poi puntualmente viola, calpesta, oltraggia, per poi attribuire ad una sorta di proiezione ingigantita di sé stesso la colpa delle infrazioni. E se mi è consentito dirlo traspare dal testo anche un senso di vittimismo e di autocommiserazione che fu forse carattere distintivo dei primi gruppi di individui appartenenti al ceppo ebraico, come fu, sempre se mi è consentito dirlo, carattere distintivo di alcune formazioni o gruppi di pastori della Palestina del tempo che fu, tentare di nobilitare, ambiziosamente, le proprie tradizioni inventandosi un Dio che non era solo il “loro Dio”, ma anche e soprattutto l’unico Dio esistente e per di più legato al suo popolo da un patto di alleanza. In realtà l’atteggiamento autopunitivo del popolo di Israele non è altro che una sublimazione del desiderio di potere, cioè del desiderio di credere nella grandezza e onnipotenza del loro Dio anche, paradossalmente, quando quest’ultimo infliggeva al popolo i peggiori castighi. Anziché coltivare l’atteggiamento disincantato nei riguardi della realtà che era peraltro proprio ad altri popoli dell’epoca, come ad esempio i Greci o i Romani, ma anche gli Egizi o i Babilonesi, Israele restava avvinto, in maniera a un tempo feroce e infantile, a un Dio che ne rispecchiava perfettamente il carattere di popolo e che era niente altro che una giustificazione alle proprie nefandezze e alle proprie sventure e una forma di proselitismo nei riguardi di popoli che Israele voleva destinare ad essere proprie colonie, loro, il loro territorio e i loro beni.
Per tornare alla periodizzazione e limitatamente alla parte sulla cui veridicità possiamo fare affidamento, va detto anche a mio parere che le figure storiche che hanno in qualche modo guidato gli ebrei come popolo a partire dal periodo monarchico e poi dopo con gli avvenimenti successivi, fra quelli per i quali è ottenibile un qualche riscontro storiografico o filologico, e parlo di figure storiche
come i legislatori, i re, innanzitutto, e poi i profeti, i nazirei, i sacerdoti, i giudici, chiamati di volta in volta e a seconda sempre del preteso volere di Yahveh, a guidare la Nazione, tutti costoro sono ovviamente figure in un modo o nell’altro legate al capriccio di un Dio che utilizza il proprio potere di “far accadere” gli avvenimenti al solo scopo di sondare sempre la fedeltà del popolo a sé medesimo e quindi l’ossequio all’unico Dio “creatore del cielo e della terra”, il Dio di Israele. Se per quanto detto si volesse ricostruire la storia del popolo ebraico considerando la Bibbia niente altro che una fonte storica, peraltro finanche attendibile e priva di contraddizioni o incoerenze, quanto meno sul piano della concordanza sulle datazioni dei testi oltreché ovviamente della veridicità dei fatti narrati, si giungerebbe in un vicolo cieco, in cui peraltro molti studiosi si sono smarriti. La Bibbia così come raccontata nel testo che ho avuto il piacere di leggere per intero al fine della redazione della presente scrittura, è un coacervo di generi letterari, anacronismi, narrazioni incentrate su avvenimenti che farebbero orrore a chiunque abbia un minimo di umanità o quanto meno di senso di commiserazione, non tanto per sé stesso e per le porcherie che legge quanto per via di un giudizio privo di infingimenti o sofismi su un testo che non ha niente di concreto da dire e che si caratterizza, persino nella versione edulcorata della CEI, per una sequela di turpitudini, che se davvero avessero un intento monitorio per i posteri sulla potenza di Dio non dovrebbero neanche essere raccontate con quell’intento perché sono solo e soltanto atti di “barbarie”. Non diversamente si comportavano i seguaci di altre divinità come Baal, Astaroth, Astarte, Belial, cui non facevano altro che dedicare, semplicemente, altari o stele votive, anche se spesso anch’essi commettevano atti di estrema violenza e ferocia, come l’immolazione per scopi votivi finanche dei propri figli e figlie. Perfino in altri contesti e seguendo i dettami di altre religioni, si verificavano atti disumani del tipo appena descritto, ad esempio nella Grecia antica. E tuttavia l’atteggiamento dei Greci nei confronti della morte, penso a Sparta, era non solo più ricco di coraggio, ma altresì se ad esempio la morte coglieva un soldato in guerra, essa era fonte di onore e gloria per il caduto e per la sua famiglia, cosa che
non accadeva presso il popolo ebraico, che considerava la morte un disonore e una punizione divina, soprattutto quando gli eserciti di Samaria e Levi erano rudemente battuti e anzi trucidati dalle popolazioni vicine, cioè sempre assiri, babilonesi, i non meglio noti “popoli del mare”, e infine i cocciutissimi Filistei, che diedero le più grandi delusioni in battaglia al Popolo di Dio. Ovviamente i responsabili delle tragedie belliche cui periodicamente gli ebrei erano incorsi, dichiaravano a gran voce che quelle tragedie non potevano essere causate dalla maggiore organizzazione del nemico in battaglia, ma ovviamente dal disfavore divino. Era quindi Yahveh il responsabile e non il suo popolo, come a dire che se il Popolo Eletto avesse beneficiato del favore divino, probabilmente non avrebbe perduto tanti soldati in una guerra che per giunta lo stesso Yahveh, questa volta nelle vesti di “causa ultima”, aveva deliberatamente provocato allo scopo di provare la dedizione del popolo al suo unico Dio, cioè a Lui medesimo. In questo tipo di ragionamento sono presenti alcune distorsioni cognitive che nel caso degli ebrei interessano non un singolo individuo, come nelle ordinarie psicosi, ma un popolo intero che attribuisce ad altri che a sé qualcosa che dipende esclusivamente dalle proprie scelte e dalla propria condotta. Insomma ciò che lo scrivente sta tentando di dire è che di ciascuna azione nei suoi effetti concreti, è buona e sana regola che se ne assuma la responsabilità colui che quella azione ha compiuto. In altri termini quando il Codice Penale, all’art. 575, dispone che l’omicidio è reato, allora per individuare il responsabile del predetto reato è indispensabile che vi sia un rapporto di “causa/effetto” tra reato e “condotta materiale”, cioè che il reato sia conseguenza di un comportamento dell’agente e solo dell’agente e che tra tale comportamento e il fatto concreto della morte di un uomo esista un nesso di causalità. Ora se questo tipo di ragionamento costituisce un ragionamento valido e quindi estensibile ad altri ambiti, ad esempio all’interpretazione della Bibbia, bisogna concludere che il rapporto causativo di un conflitto tra Israele e ad esempio un popolo vicino come i Moabiti, che veda Israele avere la peggio, il predetto rapporto causativo non è tra Israele e il suo Dio, che non ha colpe, ma tra Israele e i Moabiti, rapporto che
sottosta all’evento “sconfitta di Israele” come sottosta al concetto che la sconfitta di Israele è opera dei Moabiti e non di Jhavhè. Credo che il ragionamento sia abbastanza chiaro.
Ma tornando per un attimo indietro e lasciando per un attimo da parte il rapporto tra ebrei e Javeh, mi preme considerare in maniera specifica tre aspetti della civiltà ebraica quali emergono dalla lettura della scrittura biblica: il rapporto col cibo; i rapporti tra uomini e donne relativamente al matrimonio e infine il concetto di “purità/impurità” proprio alla civiltà ebraica.
Per quanto riguarda il cibo va detto che il cibo preparato alla maniera ebraica, detto cibo “Kosher”, è un elemento che denota una straordinaria capacità di opinare su ciò che è commestibile e ciò che non lo è. L’opinione è la seguente: esistono cibi che possono essere consumati, ovviamente dopo essere stati depurati e adeguatamente cucinati; e cibi che non sono commestibili, non perché dannosi in senso biologico, ma perché derivati da animali impuri. Per l’ebreo è puro il vitello, è puro l’agnello, non è puro il porco, non sono puri alcuni volatili, ecc. Ma perché questa distinzione tra animali puri e impuri? Esistono due possibili risposte a questa domanda: la prima è il ricordo di ciò che nel libro della Genesi Dio disse a Noè, cioè la prescrizione relativa al tipo di animali da salvare per il ripopolamento della Terra dopo il Diluvio, cioè solo gli animali puri a giudizio insindacabile di Javheh; la seconda spiegazione possibile è che le regole sulla pulizia, preparazione e cottura degli animali puri derivi da un elemento meramente attinente al sostrato di usi e costumi, e quindi consuetudini, di una civiltà, quale è anche, e tra le altre, la civiltà ebraica. Per meglio specificare: una consuetudine è un comportamento ripetuto nel tempo da un gruppo sociale organizzato che, dopo un certo tempo inizia ad elaborare a livello sub – coscienziale , la persuasione che quella pratica, quel comportamento, sia una regola di comportamento a tutti gli effetti e quindi ad essa si abbia il dovere di adeguarsi. Deve essere questa l’origine della alimentazione kosher.
Quanto al secondo motivo o esigenza di chiarificazione, sempre sulla base delle scritture bibliche, essa è relativa al rapporto tra uomo e donna per come esso è regolato sulla base di quelle stesse scritture. Va detto innanzitutto che, a differenza che nel culto cattolico, dopo il matrimonio, che viene reso possibile solo a condizione di una cospicua dote portata dalla nubenda e acclusa al patrimonio del marito, ove uno o entrambi gli sposi decidano di porre termine al vincolo, è sufficiente uno scambio di scritti, in maniera meno che formale, nei quali viene dichiarata la volontà consensuale ovvero unilaterale, di sciogliere il vincolo. Non serve altro, tutto ciò in correlazione alla liceità dei rapporti poligamici che non sono per niente fonte di riprovazione in Israele. Mi domando se il concetto ebraico di matrimonio sia accettabile dal punto di vista della morale cristiano – cattolica: ovviamente non lo è. Senza annoiare il lettore con un elenco di ciò che rende più conveniente il matrimonio cattolico perché più “religiosamente” connotato, mi si lasci la possibilità di valutare il concetto di purità – impurità degli ebrei non più questa volta in riferimento agli animali da cibo, ma al singolo individuo, uomo o donna. Gli ebrei conoscono alcune forme o condizioni fisiche che denotano impurità che sono perfettamente sconosciute a noi occidentali. Ad esempio la donna: è impura se puerpera o se ha appena partorito, se ha le mestruazioni, se perde la verginità prima del matrimonio. L’uomo è impuro se ha contribuito al trasporto di una salma presso il luogo di sepoltura, se ha toccato o mangiato animali immondi, se ha appena avuto un rapporto sessuale. Mi pare di capire che il concetto di igiene dell’ebreo sia molto più minuzioso e complicato di quello di noi occidentali, e molto simile a quello dei musulmani. Se posso, vorrei aggiungere un’ultima considerazione: non riesco a capire perché il concetto di pulizia corporea di uomini e animali sia più rilevante per l’ebreo del concetto di moralità nel matrimonio. Ciò che critico è l’eccessiva libertà di costumi in materia sessuale cui non si accompagna un analogo arbitrio in materia di cibo o igiene personale. E francamente non riesco a spiegarmene la ragione se non facendo riferimento a ciò che costituisce usanza frequente tra pastori: la promiscuità. Se è vero che i primi
Patriarchi non provavano alcun pentimento nell’avere rapporti sessuali anche con le proprie figlie, allora va da sé che residuo di quelle pratiche sono i comportamenti che a livello sessuale gli ebrei manifestano oggi, cioè comportamenti sessuali molto più liberi di quelli occidentali e sto parlando non di comportamenti non oggetto di legislazione ma di comportamenti regolati in ogni loro aspetto.
Sempre nell’augurio che il lettore mi segua ancora in questo sforzo divulgativo, mi si consenta di illustrare alcuni altri aspetti della civiltà ebraica quali traspaiono dalla Bibbia. Innanzitutto quali sono ad oggi e quali furono in tempi biblici le figure che reggono e regolamentano, anche esercitando il potere di fare come si dice “giustizia”, la vita del popolo? Se penso alla mia epoca, quella in cui vivo, penso ad Israele come ad una grande Democrazia, in cui le questioni religiose sono per così dire un prolungamento delle convinzioni politiche: ci si riferisce alla Bibbia per meglio giustificare scelte politiche che sono strettamente legate ad un conflitto che si trascina dal 1948, anno di fondazione dello Stato di Israele, e che ha ad oggetto questioni di guerra preventiva e di espansione territoriale dovuta non solo alle differenze religiose tra ebrei d’Israele e altri popoli dell’area, ma in definitiva relative alla sistemazione “costituzionale” da attribuire ai popoli che occupano ad oggi la Palestina perché anch’essi Palestinesi da millenni, cioè i musulmani dell’area. Esiste inoltre e non potrebbe essere diversamente, una questione demografica che produce la seguente dinamica: l’aumento della popolazione israeliana dà luogo alla sottrazione da parte degli ebrei di sempre più vasti territori ai musulmani palestinesi, che ovviamente non sono per niente d’accordo con tutto ciò. A livello internazionale, oltre ad alcune risoluzioni ONU esistono dei trattati tra alcuni stati e i musulmani di OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) che riconoscono questa organizzazione come uno Stato a tutti gli effetti. Altri Stati, primo fra tutti Israele, non riconoscono alla OLP la qualifica internazionale di Stato e pertanto la considerano priva del diritto ad avere un territorio, cosa che tutti gli Stati hanno, una personalità internazionale, cosa che tutti gli Stati hanno, un esercito, cosa che tutti gli Stati hanno, e soprattutto il potere di
darsi delle regole che non siano quelle che vorrebbe imporre Israele, cioè le leggi ebraiche, ricalcate sui canoni biblici ebrei, ed applicate senza che chi ha un’altra storia di popolo, un altro testo religioso di riferimento, cioè il Corano, e un altro concetto degli aspetti più comuni del vivere quotidiano possa esercitare liberamente le facoltà e i diritti che da tutto ciò derivano quasi come conseguenza “necessaria”.
Ad ogni modo sui rapporti tra Israele e Palestinesi musulmani sino a tempi abbastanza recenti proverò ad essere più esaustivo nel prosieguo dello scritto.
Cenni a elementi teologici e filosofici introdotti nella cultura ebraica prima e dopo il periodo ellenistico
Si è detto che a un certo momento della loro storia, approssimativamente con l’inizio della deportazione in Babilonia, poi sotto la dominazione persiana, e infine con la colonizzazione da parte di Alessandro il Macedone, gli Ebrei si aprirono progressivamente all’influenza, per quanto attiene alla sfera teologica e filosofica, della civiltà innanzitutto persiana, poiché fu Ciro il grande, dopo la distruzione di Babilonia, a concedere che alcuni ebrei, ma soltanto dopo un certo tempo, potessero essere rimpatriati a Gerusalemme. Relativamente alla permanenza presso i persiani, un positivo influsso teologico è presente in Isaia II (VI secolo a.C.) il quale diede prova di conoscere in parte la teologia persiana, la quale teologia postulava l’esistenza di due Dei, uno buono e uno cattivo, ciò che per un ebreo era ovviamente inconcepibile. La reazione a tali nozioni e credenze da parte degli ebrei fu la chiusura nel più rigido monoteismo. Rimaneva però un problema: se Yahveh era il creatore di ogni cosa, allora in che modo spiegare il problema dell’esistenza del male? Non sappiamo se e come Isaia II avesse dato una soluzione al problema.
Sempre per quanto riguarda una chiara analisi dei fondamenti teologici dell’Ebraismo, di eccezionale importanza è il libro di Giobbe. Dall’affermazione di
Giobbe secondo cui Dio ricompensa sempre i giusti, il Satan, una sorta di spirito
maligno capace di tentare anche Dio, ricava che questa convinzione non è esatta ma che anzi i giusti non avrebbero nessun merito nel ricevere ricompense da Yahveh, perché per essi valeva la mera logica del baratto, con una divinità interessata soltanto all’osservanza delle sue regole, della religiosità con la prosperità. In altre parole il Satan ritiene che l’amore degli uomini verso Dio non sarebbe più tale se essi sperimentassero le peggiori sventure. Poiché Yahveh ritiene vero il contrario, Egli decide di mettere alla prova Giobbe, inviandogli le peggiori piaghe, dalla morte della moglie e dei dieci figli alla perdita della salute fisica e mentale. Ma poiché Giobbe rimane saldo nella propria fede, e nega altresì di aver mai peccato, allora Yaveh gli si mostra in tutta la propria potenza e gli restituisce tutto ciò che precedentemente gli aveva tolto.
Per continuare negli esempi narrativi dotati di un fondamento teologico di cui la tradizione ebraica è costellata, va senz’altro ricordata la corrente di pensiero che nel IV secolo a.C. si formò in Giuda, una corrente teologica persino dotata di testi di riferimento come il “Libro dei Vigilanti” e il “Libro dell’Astronomia”, il primo derivante da un più antico “Libro di Noè”. I postulati di tale teologia furono in primo luogo l’origine preterumana del male insieme alla accettazione del principio dell’immortalità dell’anima. Sull’origine del male si dice nei suddetti testi che il male deriva sì da una trasgressione, ma che tale trasgressione a suo tempo si produsse al di là della sfera umana. Cioè a dire che nella notte della creazione alcuni angeli scesero dal cielo perché invaghitisi di alcune donne, con l’intento di sposarle. Da questa unione, contraria alla legge del cosmo, nacquero i cc.dd. Nephilim, cioè una stirpe di giganti, malvagi e assassini di uomini. Le invocazioni di giustizia da parte degli uomini fecero eco presso Dio, che rinchiuse gli angeli adulteri sotto il deserto di Dudael e uccise i giganti, ma nulla poté contro le loro anime, che continuarono ad abitare la Terra nella forma di spiriti malvagi. Il nesso che emerge dal racconto è quello che sta tra “male”, inteso come cattiva condotta e “impurità”.
Altro spunto teologico, che si ritrova nel Libro di Noè, è quello relativo al peccato di Caino, che fu posteriore agli eventi appena narrati, per concludere che il male risale agli inizi dei tempi e che Caino uccise Abele proprio a causa della maligna conseguenza della caduta degli Angeli fornicatori.
Altro mito teologico vorrebbe che all’inizio dei tempi alcuni angeli perversi mutassero l’orbita dei Pianeti che ruotano intorno alla Terra, così da alterarne l’influsso sulle vicende umane, tutto ciò disobbedendo a Dio.
Con la diffusione della credenza nell’immortalità dell’anima si cominciò a interrogarsi sul destino dell’anima dopo la morte e all’elaborazione di scarni racconti di genere teologico come quello secondo cui vi sarebbe dopo la morte una separazione tra le anime dei buoni e quelle dei cattivi.
Dal punto di vista filosofico, il riferimento più rilevante dell’intera scrittura biblica è quello al libro di Qohelet o “Ecclesiaste”. L’autore del libro si interroga in maniera abbastanza primitiva sull’origine della conoscenza, che egli ovviamente riconduce ai sensi e all’intelletto, ma non tenta, diversamente dai Greci, di indagarne i fondamenti e soprattutto manca di chiedersi se ciò che vede o sente esiste davvero o è frutto di una illusione. Tuttavia ammette che sulla base dei soli sensi non può mai aversi una conoscenza assoluta e la morte non è che un’affievolirsi delle capacità sensorie. L’autore del libro in parola ammette anche che esistono cose conoscibili perché visibili, altre inconoscibili perché sottratte ai sensi. Insomma la figura di Qohelet può essere accostata a quelle dei filosofi presocratici, e come questi ultimi egli si pone un gran numero di domande senza però dare risposte adeguate, o almeno adeguate per l’epoca. Ma è un inizio.
Dopo la conquista di Gerusalemme da parte di Alessandro il Macedone, quest’ultimo concesse agli Ebrei di vivere secondo le proprie tradizioni e i propri costumi. Dopo la morte del Macedone gli Ebrei cominciarono gradualmente a coltivare i costumi greci. Questo periodo, anche in riferimento alla storia ebraica, prende il nome di Ellenismo. Nelle nuove città ci sono il teatro e la palestra, ai
giovani si impartisce la cultura più vasta possibile, in ogni centro urbano sorgono le acropoli con i templi in cui adorare gli dèi pagani. I legami originati dalla comunanza di sangue tra gli ebrei lasciano il posto o comunque convivono con i legami imposti in termini di diritti e doveri anche agli ebrei in quanto cittadini della polis, sebbene posti a un grado inferiore a quello dei polìtai, in quanto popolo di stranieri. Dopo i primi contatti con la Grecia ellenistica, si diffuse nel Giudaismo la tendenza a sviluppare gli elementi più razionali e autonomi dello spirito e quindi principalmente tutto ciò che attiene alla riflessione filosofica. Nonostante tutto ciò, l’Ellenismo ebbe anche per gli ebrei degli aspetti negativi e soprattutto una funesta tendenza alla frammentazione del popolo ebraico in più sette o gruppi tra cui vi erano anche divergenze profonde in merito all’interpretazione dei testi sacri: movimenti religiosi come il farisaismo, il rabbinismo, il sadocitismo, il caraitismo e anche il nascente Cristianesimo, che, vale la pena dirlo, fu sempre un movimento di fede primariamente nato per opera di ebrei, furono potenti fattori di frammentazione in riferimento alle convinzioni di fede del Popolo di Dio, e forse anche di sempre più scarsa adesione al culto di Yahveh. Uno dei dati che consentono di capire che davvero qualcosa nell’interno dell’ebraismo era cambiato è ad esempio una relativa apertura nel non considerare la circoncisione una pratica rituale ineludibile, oppure una maggiore apertura sul consenso alla partecipazione dei giovani ebrei alle gare atletiche.
Sempre riguardo alle divisioni interne all’ebraismo, lo storico Giuseppe Flavio attesta che nel I secolo d.C. esistevano tra gli ebrei i seguenti gruppi: farisei, esseni, sadducei e zeloti.
Sempre Giuseppe Flavio ci fornisce informazioni intorno a quel gruppo di fedeli ebraici detti “esseni”, la cui attività può essere collocata nel II secolo a.C. Inizialmente sempre gli esseni si rifugiarono nel deserto di Giuda sulle sponde nord – occidentali del Mar Morto dove iniziarono a condurre vita ascetica. Grazie alla scoperta, negli anni ’40 del secolo scorso, nella località di Qumran, presso il Mar
Morto, di circa ottocento testi scritti da esseni, possediamo ad oggi una vasta conoscenza di quel movimento di pensiero e di fede.
Per quanto riguarda il loro pensiero e le loro convinzioni di fede, innanzitutto relativamente al problema del male, gli esseni affermano che il male ovvero l’inclinazione al male è presente in tutti gli uomini in quanto parte della loro natura. Per eliminare il male all’interno dell’individuo occorrono due cose: la fede e una vita di purificazione. Quest’ultima pare essere una anticipazione del rito del battesimo, mentre un’altra prescrizione essenica, imponendo all’uomo che, una volta libero dall’impurità del peccato e del male, commetta nuovamente peccato, si dichiari colpevole per non aver osservato la legge di Dio, gli assicura il perdono divino, è un qualcosa che “in nuce” sembra anticipare il sacramento della penitenza, oggi ancora annoverato tra i sacramenti della Chiesa cattolica.
Per quanto attiene al problema della giusta retribuzione divina delle opere dei giusti, ad esempio Giacobbe, questa questione si pone nella logica dell’assenza di un aldilà, ossia di una realtà che implica un’esistenza dopo la morte. Tutto ciò fin quando gli ebrei entrarono in contatto con dottrine che propugnavano l’esistenza in ogni individuo, di un’anima immortale. Fu allora che essi cominciarono a interrogarsi sul destino ultraterreno dell’anima e quindi sul concetto di ricompensa – salvezza in contrapposizione a castigo – dannazione. Gli esseni risolvono il problema con l’asserire che l’uomo può salvarsi dalla perdizione dell’anima solo attraverso la purificazione e attraverso la liberazione dal male che egli porta in sé dalla nascita.
Sul problema dell’origine del male esisteva all’epoca un disaccordo tra esseni e enochiani. Secondo gli enochiani la impurità da cui deriva il male nel mondo derivò primamente da una caduta angelica, a seguito di un atto di ribellione a Dio.
Gli esseni ritenevano invece che la causa del male fosse in qualche modo riconducibile a Dio stesso, il quale all’inizio dei tempi, o forse prima di tale inizio, creò due Arcangeli, uno buono e uno cattivo, l’uno per amarlo e l’altro per odiarlo. Il primo ebbe il nome di Arcangelo Michele, il secondo ebbe nome Satana, ma è
altresì conosciuto come Belial, Beliar, Mastema. Al primo appartengono le anime buone, cioè dei soli esseni; al secondo quelle malvagie.
Quanto all’idea della immortalità dell’anima, gli esseni non ne parlano mai esplicitamente, tuttavia sulla base delle fonti disponibili sappiamo che gli esseni si ritenevano, già allora, cioè in vita, cittadini del Cielo e che vivevano già nel presente in una dimensione nuova. Insomma rigettavano il concetto di morte fisica.
Con riferimento agli elementi teologici che si rinvengono presso gli esseni, se ne ritrovano di analoghi nel già nominato “Libro dei vigilanti”, nel quale è presente, quale spiegazione dell’origine del male, una sorta di contaminazione o corruzione della natura che non dipende però dalle azioni umane ma che si svolge su un piano super – umano. Si è già fatto cenno al racconto relativo agli angeli caduti che si accoppiarono con donne umane e della nascita da tale unione dei Nephilim ossia di quei giganti che successivamente Dio distrusse ma le cui anime avrebbero continuato a vagare sulla Terra.
Con il “Libro dei sogni” viene meglio definita la figura del primo angelo peccatore che può essere accostato al Diavolo del Cattolicesimo. Come già accennato in precedenza l’angelo peccatore è definito anche come “Principe delle tenebre”, il re di un regno in cui Dio invierebbe tutti coloro che Egli non ama. Ancora nel “Libro dei Giubilei” è presente il racconto della caduta degli angeli, e anche i racconto secondo cui dopo il diluvio purificatore una nuova creazione fu posta nelle mani dei sopravvissuti. Gli spiriti dei Nephilim però, ancora vaganti sulla Terra continuavano a tormentare gli uomini, cosicché Noè chiese a Dio di confinarli “nel luogo della condanna infernale”, cosa che Dio non mancò di fare. Tuttavia un messaggero di Satana si recò presso Dio chiedendogli di affidargli un certo numero di angeli caduti, cosicché potesse conservare un certo potere anche nei riguardi del genere umano, ciò che Dio gli concesse. Si costituì così un Regno parallelo a quello umano e a quello Divino. La figura del diavolo, cioè il primo angelo peccatore è descritta in
maniera analoga a come concepita dagli esseni, anche se dell’origine di Satana non si dice di più.
Per tornare a parlare del Messia tante volte nominato nella Bibbia, con l’avvento della repubblica sadocita, il messianismo, cioè l’attesa del salvatore del popolo di Israele, entrò in crisi, una crisi che perdurò per circa tre secoli, dal V al III a.C., per quanto riguarda la produzione di opere riferite a quella figura. Tuttavia pian piano la figura del Messia venne concepita come qualcosa che trascende l’umana natura, cioè come un’entità superumana. Ovviamente non se conosceva l’identità, ma le ipotesi erano molte. Da un lato si parlava del ritorno del profeta Elia, dall’altra di Enoch il “giusto”, e ancora della figura di un angelo, il Melchisedec “celeste”. L’ultima figura superumana è non meglio definita che come Figlio dell’Uomo. Il mondo che sarà retto dal Figlio dell’uomo sarà un mondo di Giustizia e di Sapienza, ed Egli avrà una conoscenza assoluta della Legge. Compito eminente di questa figura di Messia sarà compiere il Grande Giudizio, nel quale saranno degni di salvezza i poveri e i sofferenti, mentre i potenti verranno annientati.
Sempre presso gli esseni intorno al I secolo a.C. si consolidò la dottrina della attesa di una duplice figura messianica cioè un sacerdote e un laico e addirittura di una terza figura, una figura di profeta.
Nell’opera “I salmi di Salomone”, sempre risalente al I secolo viene delineata la figura di un liberatore, questa volta non una figura metafisica ma a carattere politico e militare, che libererà Israele dal dominio di Roma. Questo capo sarà discendente di Davide.
Brevi considerazioni sul giudaismo del Secondo Tempio
Oltre agli esseni lo storico Giuseppe Flavio descrive altre due sette ebraiche risalenti al II secolo a.C., i Farisei e i Sadducei. Il pensiero dei Farisei si distingue da quello degli esseni in quanto essi ritenevano che Dio agisse concretamente nella storia, ma anche che l’uomo fosse dotato di scelta. Credevano anche nell’immortalità
dell’anima e nella resurrezione. Diversamente i Sadducei non avevano alcuna credenza in merito a ciò che costituiva la dottrina farisaica e politicamente erano favorevoli al dominio di Roma, a differenza dei Farisei.
Per tornare agli esseni, sempre da Giuseppe Flavio sappiamo che al suo tempo il loro numero doveva aggirarsi intorno ai quattromila mentre circa seimila erano i Farisei, e assai inferiore era il numero dei Sadducei.
La distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. segna un momento di grande rilevanza nella storia del popolo giudaico. Verso la fine del I secolo Israele appare diviso in due correnti di fede. Da una parte il cristianesimo, che pian piano si faceva strada nelle coscienze, anche ebraiche, e che indicava a tutti i popoli il Dio cristiano uno e trino come unico vero Dio; dall’altra il Rabbinismo che predicava la continuità dell’Israele storico insieme ai valori collegati all’osservanza della Legge.
Il giudaismo nell’età tardo antica
Nei primi due secoli dell’età successiva alla nascita di Cristo, si compì la consolidazione dell’identità ebraica con l’introduzione di innovazioni che rendono molto simile il giudaismo dell’epoca a quello dei tempi attuali. A tale evoluzione contribuì chiaramente una serie di elementi che fanno parte della storia tardo antica del popolo di Dio. Essi sono in sintesi: la distruzione del Tempio, la scomparsa della liturgia e della casta sacerdotale, la sostituzione della Sacra Scrittura al Tempio come elemento di culto; la nascita dei dottori della legge o rabbini; l’eliminazione della distinzione tra sacro e profano a favore del concetto di santità esteso a tutto il popolo; l’istituzione della sinagoga e la sostituzione delle preghiere ai sacrifici propiziatori; una pressoché completa estraneità alle vicende politiche dei paesi ospitanti.
Carattere fondamentale della età tardo antica fu per l’ebraismo l’affermarsi dell’aspetto normativo sull’aspetto trascendente, cioè a dire una sostituzione delle norme che scandiscono la vita del popolo agli elementi teologici, peraltro già scarsi in origine. Coloro i quali raccolsero e interpretarono l’enorme mole di prescrizioni che si erano andate accumulando nei secoli precedenti furono i maestri delle scuole
palestinese e babilonese, cui veniva conferito il titolo di rabbino. L’età tardo antica viene definita Talmudica essendo il Talmud l’opera fondamentale della cultura rabbinica. I rabbini si costituirono come classe dirigente ritenendosi i legittimi prosecutori di istituzioni del passato come la monarchia, i sacerdoti e i profeti, e lo fecero proclamando che la cosa più importante all’interno della vita del popolo ebraico era la Scrittura e quindi non più il Tempio o l’autonomia politica. Essi si proclamarono unici interpreti della Legge. Tra i rabbini e la popolazione comune fu eretta una barriera che i rabbini stessi elevarono a consacrazione del loro ruolo di casta privilegiata, con annesso il privilegio di cui era da considerare destinataria la famiglia che desse in sposa una delle proprie figlie ad un rabbino.
Per quanto attiene ai rapporti con altri popoli e civiltà va detto che all’interno del rabbinismo, lasciando per un attimo da parte la mistica e il messianismo, considerati elementi secondari, si affermarono due tendenze: una tendenza tesa a valorizzare esclusivamente la conoscenza della Legge e quindi del Talmud; e una corrente più propensa a confrontare il giudaismo col pensiero religioso e filosofico di altri popoli. E questo atteggiamento di chiusura/apertura ha sempre, per secoli caratterizzato l’ebraismo rabbinico. Sta di fatto che dall’incontro/scontro con altre culture il giudaismo uscì sempre arricchito e rafforzato, attraverso ovviamente un processo di rielaborazione di tutto ciò che proveniva dall’esterno e un lavoro costante di adeguamento delle conoscenze provenienti dall’esterno alla propria dottrina, cioè sempre quella rabbinica. Tutto ciò ebbe fine a partire dal XVI secolo quando gli Ebrei furono costretti a vivere in un ambito chiuso, il ghetto, situazione che si protrasse fino al XVIII secolo, e che produsse una totale estraneità degli ebrei a movimenti come l’illuminismo e l’emancipazione delle masse. Cionondimeno il modo di vivere degli ebrei, almeno a partire dalla distruzione del Tempio, fu sempre caratterizzato da un movimento diasporico, che li poneva costantemente in contatto con altri popoli, dai quali tuttavia la componente rabbinica minoritaria volle sempre mantenersi lontana.
Per quanto riguarda gli eventi storici relativi agli ebrei dell’epoca tardo antica, dopo la distruzione del secondo Tempio nel 70 d.C., la Palestina fu riorganizzata dall’imperatore Tito in provincia romana autonoma. L’imperatore Adriano fondò sulle rovine di Gerusalemme una nuova città, che prese il nome di Colonia Elia Capitolina. Ovviamente prima di fare ciò, represse nel sangue una rivolta ebrea guidata da Bar Kochba e deportò come schiavi gli ebrei sopravvissuti. Fu in quel tempo che probabilmente la regione fino all’ora chiamata Giudea mutò il proprio nome e divenne nota come Palestina. Gli imperatori successivi a Tito considerarono il giudaismo con relativa tolleranza. Il sinedrio, cioè il più alto organo di governo della comunità ebraica fu collocato a Jamnia, e il suo presidente assunse il doppio titolo “principe” e di “patriarca” riconosciuto dai Romani. In quanto patriarca il presidente del sinedrio adottò un comportamento verso il popolo che non aveva niente di diverso da quello di un monarca. Nel 425 l’imperatore Teodosio II abolì il patriarcato e il tributo versato dagli ebrei al fisco imperiale non fu più prerogativa del presidente del sinedrio ma cominciò ad essere prelevato autonomamente da funzionari regi. Dopo una serie di conflitti fra Bizantini e Babilonesi per il controllo sulla regione palestinese, cui parteciparono anche gli ebrei, la Palestina finì sottomessa agli Arabi. Altra comunità ebraica degna di nota accanto alla romana, fu quella babilonese, la quale probabilmente godette di maggiore autonomia rispetto alla comunità romana. Il capo degli ebrei babilonesi era chiamato “esilarca”, in ricordo della deportazione, quindi dell’esilio (da cui il nome) degli ebrei a Babilonia, e di questi ultimi, cioè gli ebrei di Babilonia, gli esilarchi si proclamarono discendenti. L’esilarca era, per le autorità persiane, un funzionario imperiale e godeva del titolo di “re” della regione abitata dagli ebrei sul suolo imperiale. A un certo momento le due comunità ebraiche già dette, cioè la palestinese e la babilonese entrarono in conflitto, al cui termine prevalse l’autorità dei rabbini babilonesi.
Per quanto riguarda l’interpretazione dei sacri testi e la loro codificazione, ne fu compilato un elenco intorno al III – IV secolo. Si trattò di selezionare e amalgamare
testi di diversa redazione e provenienza, alcuni composti dai sadducei, altri dai sadociti, altri ancora dai farisei e dagli esseni. Questa opera di selezione e raccolta fu svolta da un gruppo di rabbini che erano riusciti ad imporre la propria autorità. Tuttavia molti libri furono esclusi dal novero della raccolta.
Nella Bibbia ebraica si distinguono tre parti: la Torah, ossia la “legge”; i Neviim o “profeti”, all’interno del cui insieme i profeti anteriori da quelli posteriori, a loro volta distinti in maggiori e minori; i Ketuvim, ossia “scritti”. Fra tutti i libri della Bibbia ebraica i “Salmi” occupavano una posizione particolare perché ritenuti composti da Davide e da Salomone.
I rabbini palestinesi non accettarono la versione alessandrina della Bibbia cioè la versione elaborata dagli ebrei di Alessandria d’Egitto, Bibbia che conteneva un numero maggiore di testi. Tuttavia fu sul testo alessandrino in traduzione greca che venne elaborata, secondo la tradizione, la Bibbia detta dei “Settanta”.
Uno dei motivi che indussero i rabbini palestinesi a rifiutare l’opera dei settanta, fu la reazione al nascente cristianesimo, che fondava la sua predicazione proprio sul testo alessandrino.
La lettura della Bibbia era per gli ebrei una parte fondamentale del servizio liturgico, tuttavia essendo compresa solo da un numero ristretto di fedeli che conoscevano l’ebraico, era seguita da una traduzione in aramaico, lingua maggiormente diffusa tra il popolo. Quando, dopo la fissazione del canone palestinese, il testo biblico divenne immodificabile, chi non avesse gli strumenti culturali per accedere al testo originale, poteva leggere la bibbia in maniera personale e privata secondo il linguaggio conosciuto dal singolo lettore, attraverso traduzioni apposite. Tuttavia nonostante questa limitata libertà nella lettura del testo originale, causata da insufficiente conoscenza dell’ebraico, quando la Bibbia dei settanta fu resa pubblica ciò venne interpretato dai rabbini ortodossi alla stregua dell’episodio del vitello d’oro della Genesi, cioè assai negativamente. Tuttavia da allora in avanti fu elaborato un metodo per rendere l’interpretazione della bibbia del tutto coerente nelle diverse interpretazioni, ossia un metodo chiamato midrash, ossia
“ricerca”, ovviamente ricerca applicata alla Legge, cioè alla scrittura biblica. Le regole della midrash furono codificate da tre Maestri: Hillel il Vecchio, Yshmael ben Elisha e Elezier ben Yose ha–Gelili. Le raccolte di testi derivanti dall’applicazione della midrash, dette midrashim, non sono a tutt’oggi di facile datazione, ambientazione, interpretazione e tuttavia contengono informazioni preziose per coloro che al giorno d’oggi si interessano alla vita delle comunità ebraiche del tempo. I midrashim si classificano in due gruppi: i midrashim di commento e di esegesi dei sacri testi; e i midrashim composti negli ambienti sinagogali durante le funzioni sacre.
Per quanto riguarda sempre la codificazione della legge rivelata a Mosè sul Sinai, si ritiene che solo una parte sia stata messa per iscritto e che un’altra parte sia stata conservata e tramandata per via orale. A partire dai primi secoli d.C. i rabbini cominciarono a mettere per iscritto la legge orale, perché non andasse perduta. In particolare fu, tra le tante sette ebraiche dell’epoca, quella dei farisei, a rendere meno rigida la lettera della legge e a diffonderla tra il popolo, suscitando largo consenso e rendendo minoritaria l’interpretazione ortodossa. La raccolta che si impose su tutte tra la fine del II secolo e l’inizio del III fu chiamata Mishnah, parola che in ebraico vuol dire “ripetizione”. Essa conteneva la parte codificata della legge orale, e indicava dettagliatamente le singole regole e la loro applicazione. La Mishnah è scritta in un ebraico differente da quello prettamente biblico, che per questo è chiamato mishnico.
Tra III e VI secolo i rabbini babilonesi e palestinesi si dedicarono allo studio della Mishnah, utilizzando il metodo midrashico, grazie al quale giunsero a comporre un grande commentario detto Ghemarà. Mishnah e Ghemarà costituiscono il Talmud Torah (Studio della legge). Ovviamente le differenze tra ebrei palestinesi e ebrei babilonesi si mantennero, così che si hanno due versioni di Mishnah e Ghemarà, una palestinese e una babilonese, quest’ultima costituente il Talmud Bavli o babilonese, che alla fine si affermò come il Talmud per antonomasia. I materiali, assai compositi, confluiti nel Talmud babilonese sono distinti in base al contenuto in due
insiemi: halakàh e haggadà: i primi contengono norme relative al diritto e alla vita pubblica dell’individuo; le seconde contengono regole attinenti alla sfera interiore. Per quanto riguarda la liturgia e le feste dell’ebraismo di epoca tardo – antica, l’elaborazione delle formule e dei riti ha inizio nel tempo successivo alla caduta del secondo Tempio e costituisce un lungo processo di elaborazione e rielaborazione di quelle formule e di quei riti che si conclude con alterne vicende nel XVI secolo, soprattutto a causa dell’invenzione della stampa che dà veste scritturale alle suddette pratiche e ai suddetti riti. La rielaborazione delle formule e delle liturgie si rese indispensabile a seguito della istituzione della sinagoga, parola che sta per “assemblea” in sostituzione del Tempio come luogo di celebrazione e di culto, emerso a seguito della diaspora cioè dell’allontanamento dal Tempio, ormai distrutto. Scopi della sinagoga erano la liturgia e l’istruzione dei fedeli, sempre ovviamente attraverso la rievocazione dei riferimenti biblici, e attraverso i canti di adorazione e di preghiera rivolti alla Divinità. Le letture bibliche erano parte integrante del rito, così come l’omelia. Lo studio della legge era considerato anch’esso una forma di culto e di preghiera.
Una delle prescrizioni religiose più importanti ma anche tra le più diffuse è il sabato, festività istituita per analogia con il riposo di Yahveh dopo i sei giorni della creazione, cioè a dire che se Dio riposò nel settimo giorno è cosa santa che anche il fedele nel settimo giorno della settimana ebraica si astenga da ogni tipo di attività, a parte lo studio della bibbia e le funzioni sinagogali. Per quanto attiene più nello specifico alle festività, esse vengono celebrate secondo un calendario che non è quello occidentale, sostanzialmente perché gli ebrei contano gli anni a partire dalla creazione, quale descritta e cronologicamente collocata nella scrittura biblica.
Tre sono le festività maggiori: Pasqua, Settimane, Capanne. La Pasqua ha la durata di una settimana secondo il calendario ebraico, ed è riferibile alla commemorazione del lieto evento per gli ebrei della decima piaga inviata da Yahveh ai danni del faraone durante la schiavitù in Egitto, cioè l’uccisione dei primogeniti egiziani, che indusse lo stesso faraone a concedere agli ebrei la liberazione dalla schiavitù. La
festa delle “Settimane” ha la durata di 50 giorni dopo la Pasqua, e con essa si commemora la consegna delle tavole della legge a Mosè sul Monte Sinai da Parte di Javeh. Infine la Festa delle capanne è istituita in ricordo delle tende, o capanne in cui dimorarono gli ebrei dopo l’uscita dall’Egitto.
Ogni mattina, durante la festa delle capanne, ha inizio il servizio liturgico, caratterizzato dal suono di un corno di montone che risveglia alla penitenza e alla speranza della redenzione.
Fra le feste minori vanno ricordate la festa di Hannukkah (Inaugurazione) e la festa di Purim, che si celebra per ricordare la liberazione del popolo dalla sottomissione al regime persiano.
L’ebraismo in età medievale
Durante i primi secoli del Medioevo, come già accennato, gli Ebrei subirono la dominazione araba. Com’è noto gli Arabi sono un popolo in qualche modo affine a quello ebraico anche perché da un punto di vista etnografico discendono entrambi da un’unica radice, la radice o ceppo “semita”. Il tempo della dominazione araba fu per gli ebrei un periodo di splendore in tutti gli aspetti della propria identità di popolo.
Vi fu un certo incremento demografico, di ricchezza materiale e anche un arricchimento culturale. Anche dal punto di vista economico gli ebrei passarono da professioni come l’agricoltura e il piccolo artigianato a occupazioni più remunerative come il commercio e la finanza. Gli ebrei smisero di parlare aramaico, linguaggio che risaliva al periodo babilonese e adottarono l’arabo, la lingua internazionale dell’epoca, in cui peraltro furono scritte le opere religiose ebraiche durante il medioevo.
Nel basso medioevo, su tali basi, l’ebraismo si diffuse nei paesi in cui si parlava arabo e quindi in Spagna, Francia, Germania e Italia. Due fenomeni diedero un termine a questo rigoglioso sviluppo della cultura ebraica: da un lato il loro commercio cominciò a declinare quando subì la concorrenza delle repubbliche marinare, mentre le Crociate allontanarono definitivamente gli ebrei dalle attività
commerciali. L’unica professione che da quel momento fu loro consentita fu il prestito di denaro su base di pegno, attività che essi praticarono, in assenza d’altro, con l’eccezione di Spagna e Italia, in tutti i territori europei in cui risiedevano. Fu quindi quasi automatico il passaggio delle attività lavorative ebraiche dal prestito di lieve entità alla finanza vera e propria, cioè alla nascente attività bancaria e finanziaria. Ciò li rese, si era nei secoli XII–XIII, invisi alle genti autoctone dei Paesi ospitanti e ne determinò la cacciata innanzitutto dall’Inghilterra, poi un secolo dopo dalla Francia tutta, tranne che dalla Provenza. Voce isolata fu quella del papa che consentì loro di stabilirsi nei suoi possedimenti francesi di Carpentras e Avignone. Nel XV secolo in Germania essi subirono massacri ed espulsioni in massa. Nel 1492 furono espulsi dalla Spagna, nonostante per tanti secoli questo Paese fosse stato dominato dagli arabi, che come detto erano un popolo “affine” a quello ebraico per molte ragioni e per niente ostile alla presenza ebraica.
Nell’VIII – IX secolo sorse nell’attuale Iraq un movimento teso a propugnare un ritorno all’interpretazione letterale del testo biblico che, come detto, non costituiva più da qualche secolo il tipo di approccio consueto alle scritture. Coloro i quali propugnavano l’abbandono della tradizione biblica dei Settanta, appartenevano probabilmente alla setta dei Caraiti, e rifiutavano innanzitutto l’introduzione degli insegnamenti orali nel Talmud a scopo conservativo, e in seconda istanza volevano che la Bibbia tornasse ad essere interpretata letteralmente, senza considerare l’avvenuto mutamento dei tempi, e con atteggiamento assai più rigoroso di quello dei rabbini. I Caraiti quindi cominciarono a compilare una serie di codici, primo e più importante dei quali è il “Libro dei precetti”, codici di cui oggi si conserva solo il “Libro delle luci e dei posti di guardia”, che ci è pervenuto per intero. Dopo qualche tempo il Caraitismo entrò in crisi, sia per ragioni di esaurimento della spinta creativa e modificativa della tradizione precedente, sia a causa della violenta resistenza opposta dai seguaci della dottrina Talmudica, i “rabbaniti”. In un tale contesto “rara avis” l’opera dell’ultimo teorico caraita di una qualche importanza: Yehudah Hadassi, nei cui scritti è contenuta una prima partizione dei principi
fondamentali del giudaismo: creazione ex nihilo; esistenza di un Creatore; Sua unità e incorporeità; Mosè profeta inviato da Dio; immutabilità della Torah e necessità, anzi obbligo di leggerla nella lingua originale; sacralità del Tempio di Gerusalemme; resurrezione dei morti; giudizio divino post – mortem; futuro avvento del Messia.
Per tornare alla Bibbia si presume che il testo definitivo dei libri che ne fanno parte sia stato scelto tra più versioni differenti in base all’orientamento ideologico degli editori, mentre tutti i testi biblici difformi pian piano sparirono. Per quanto riguarda l’adattamento del linguaggio ebraico alle esigenze dei tempi vennero introdotti nel testo una serie di segni grafici ad esempio per indicare le vocali intervallate ai suoni consonantici. Si tratta tuttavia di accorgimenti che vennero interpolati molto tempo dopo che l’ebraico antico era diventato una lingua morta. Questo complesso apparato filologico si avvaleva anche di interpolazioni sulla base della frequenza dei termini sinonimi e delle varianti grafiche e fonetiche. Esso sistema di conservazione, per quanto possibile, del testo biblico fu realizzato da coloro che presero il nome di Masoreti, ossia “osservanti della tradizione”. La traduzione, tra le molte che utilizzavano questo sistema, che prevalse su tutte fu quella apprestata dai Masoreti tiberiensi, cioè originari della regione attigua all’omonimo lago di Tiberiade. Il testo tradotto dai masoreti nei secoli successivi si impose anche presso i lettori comuni oltre a determinare l’obsolescenza degli altri testi, peraltro redatti in maniera simile quanto al metodo compilativo adottato. Molti secoli dopo con l’invenzione della stampa si impose un testo più recente, detto Bibbia rabbinica, a cura di Daniel Blomberg e pubblicato a Venezia.
Fu a partire dall’VIII secolo dell’era successiva alla nascita di Cristo che si cominciò a ragionare criticamente sui testi biblici, ciò grazie all’influsso della teologia islamica e della cultura greca, cosicché gli elementi teologici contenuti nel testo biblico furono sottoposti ad una indagine razionale più profonda di quella che aveva caratterizzato i primi, seppur timidi tentativi su base archetipica tentati secoli prima. Per condurre questa analisi e questo tentativo speculativo i dotti ebraici
fecero riferimento, come a suo tempo faranno anche i Cristiani, a due autorità filosofiche: Platone, per il tramite del movimento neoplatonico e Aristotele. Si formarono due correnti di pensiero: una detta razionalista, un’altra detta antirazionalista, ciascuna con i propri autori di riferimento e le relative opere.
A compiere il tentativo più ardito di dimostrare che la religione ebraica può essere dotata di un fondamento filosofico fu l’ebreo Maimonide, con l’opera intitolata “La guida dei perplessi”. Maimonide trovò il modo di sciogliere la contraddizione tra Fede e Ragione, interpretando la Bibbia in modo allegorico e spiegandola come avrebbe fatto Aristotele, cioè ricorrendo al commento filosofico, e indicando come scopo ultimo dell’uomo non l’osservanza dei precetti ma la conoscenza intellettuale, che dipende però anche dalla capacità di riconoscere la bontà divina in ogni manifestazione della natura. Maimonide fu anche autore di un Catechismo rivolto a tutti coloro che non avevano il tempo o le capacità per dedicarsi alla vita speculativa, fissando in esso catechismo delle regole e dei principi che bisognava osservare sulla base dell’autorevolezza dell’autore, cioè sempre Maimonide. Ovviamente l’opera di Maimonide suscitò discussioni sia fra i dotti che fra i semplici fedeli, ed anche la redazione di opere che su basi questa volta metafisiche, ne confutavano gli assiomi di pensiero. Ad esempio un tale Crescas propose un argomentatissimo ritorno alle origini del rapporto del credente con lo scritto di riferimento, e quindi rigettò in toto tutti gli argomenti filosofici di Maimonide, ad esempio quello che asseriva la primazia della conoscenza intellettuale rispetto all’osservanza dei precetti, i quali ultimi sono invece per Crescas qualcosa di fondamentale e irrinunciabile e che soli pongono il fedele in stato di “grazia” nei confronti della Divinità.
Per quanto riguarda il genere letterario noto come Poesia religiosa, e con specifico riferimento a quella ebraica, questa nasce dalla codificazione delle preghiere e dei riti sacri. Il primo testo unitario e soprattutto, scritto, in proposito, delle preghiere religiose ebraiche fu l’”Ordine del rabbino Amram”, cui seguirono altri testi rituali redatti presso le comunità ebraiche egiziane, e destinati alle comunità francesi,
siriache, e anche a quelle tedesche, in Italia per le comunità residenti a Roma e finanche per le comunità residenti nella Grecia bizantina.
La poesia religiosa vera e propria nasce tra gli ebrei allo scopo di arginare un divieto posto dall’imperatore Giustiniano I alla lettura durante le celebrazioni dei testi tradizionali ebraici. Per aggirare tale divieto nacque la pratica di recitare le preghiere e gli insegnamenti in componimenti poetici che si presentavano come inni sacri, cioè religiosi.
Per quanto riguarda gli sviluppi delle discipline giuridiche essi si articolano attorno a quattro insiemi di attività: sistemazione della liturgia, spiegazione del Talmud, codificazione del diritto, soluzione di questioni giuridiche concrete. Relativamente a quest’ultimo punto si affermò il genere dei responsi, cioè le opinioni degli esperti che diventavano legge perché accettate da tutte le comunità. Questa prassi giuridica di risoluzione delle controversie fu accettata anche quando cominciò ad essere praticata dagli ebrei di Francia e Germania. Nell’ambito della letteratura dei responsi forse il più grande autore della fine dell’epoca altomedievale fu Yaaqov ben Meir, che introdusse nel ragionamento giurisprudenziale il metodo dialettico e la disquisizione erudita giungendo ad attribuirsi una tale autorevolezza da porsi in condizione di correggere quelle parti del Talmud che erano secondo la sua incontestabile valutazione, inficiate da errori commessi nella trascrizione.
Il primo compendio di diritto fu compilato da Yishaq Alfasi nell’ XI secolo d.C., opera che venne intitolata “Piccolo Talmud”, e nella quale l’autore operò una selezione tra il materiale giuridico e giurisprudenziale pre – talmudico e quello post – talmudico. Al contrario Maimonide non operò alcuna selezione nel suo “Libro dei precetti”, indicando in tale opera tutti i versetti biblici che contenevano una prescrizione o un precetto. Dieci anni dopo la pubblicazione di questo manuale Maimonide scrisse la sua opera definitiva, e cioè un ampio trattato di grande respiro che intitolò “La ripetizione della legge” o “Seconda legge”, opera nella quale è lo stesso Maimonide a fornire la giusta interpretazione dei passi biblici a contenuto precettivo, omettendo il ricorso alle opinioni dei rabbini.
L’ultimo grande codice medievale detto “I quattro ordini” fu compilato da Yaaqov ben Asher, un ebreo di origine tedesca che visse prevalentemente a Toledo, che modificò in parte il codice maimonideo, riducendolo alle disposizioni essenziali, così eliminando quelle non più valide. Questo il contenuto dei quattro ordini: “Il sistema di vita” sul servizio sinagogale, sulle preghiere, sulle feste e sui digiuni; “Maestro di sapienza” su ciò che è permesso e ciò che è vietato; “La pietra dell’aiuto” su matrimonio e divorzio; “Lo scudo del giudizio” incentrato sulla legge, quella civile e quella penale.
Per quanto riguarda la mistica ebraica medievale , cioè quella che in ebraico è detta “cabala”, essa attraversa l’intera storia del popolo ebraico. I primi cabalisti appaiono in Palestina nel I secolo d.C. La cabala si connota come disciplina esoterica che contiene elementi fortemente teologici e a contenuto metafisico, il cui obiettivo è il raggiungimento della pura contemplazione della Divinità attraverso pratiche ascetiche la cui conoscenza è riservata ad un ristretto novero di adepti.
Le prime espressioni documentate delle pratiche cabalistiche risalgono al XII secolo, e provengono in particolare dalla regione francese della Provenza. Tali fonti storiche indicano gli attributi divini col nome di Sefiroth, elementi mistici di collegamento tra la sfera celeste e quella terrestre. Nel XIII secolo, nell’ambito cabalistico si diffusero due tendenze: una speculativa e una pratica. Il maggiore esponente della prima tendenza fu lo spagnolo Abraham Abulafia. Egli afferma che ciò che conduce alla condivisione della vita divina è la meditazione basata sul potere esoterico delle lettere dell’alfabeto ebraico. Un altro spagnolo, il castigliano Mosheh ben Shem Tob, nello stesso periodo storico, scrive il testo esoterico intitolato “Il libro dello splendore”. L’opera è costruita su una conversazione immaginaria tra un gruppo di amici, che parlano di principi filosofici e teologici. Gli elementi essenziali della dottrina che il testo esprime sono una serie di discorsi su quattro argomenti: il Dio della Creazione e il Dio della Rivelazione, l’uomo e infine i suoi rapporti con Dio. Obiettivo del mistico è come sempre la contemplazione.
L’altra tendenza della cabala, cioè quella pratica, si sviluppò tra il XII e il XIII secolo in Germania, in particolare nella regione tedesca chiamata Renania. Tale tendenza produsse “Il libro dei devoti”, nel quale viene ritratta una nuova figura di fedele, che si distingue per la sua condotta e non per le sue idee. Per mezzo di un lavorio interiore e dell’affinamento spirituale della propria condotta il devoto si accosta all’altruismo, alla umiltà, alla sopportazione delle offese, al contempo facendo esperienza della divinità. Per questa corrente cabalistica Dio è un essere puramente spirituale, infinito, illimitato e onnipresente. La conoscenza di Dio, pur muovendo da presupposti peculiari, è comunque sempre fondata sulla pratica del culto.
Il giudaismo in età moderna e contemporanea
Secondo la storiografia più accreditata, per gli ebrei il Medioevo si sarebbe protratto fino alla fine del XVIII secolo. Tuttavia riguardo sempre agli ebrei, si ritiene di poter applicare la definizione di Età Moderna anche al periodo di storia compreso tra i già nominati secoli, perché comunque in quel periodo gli Ebrei vissero trasformazioni che ne modificarono la fisionomia di popolo e di religione. L’inizio dell’età moderna coincide per gli ebrei con la espulsione dalla Spagna e dal Portogallo (1492). Le comunità tedesche, francesi e spagnole si estinsero. Le restanti comunità si spostarono nell’Europa orientale, in Polonia e in Lituania. In Italia invece convennero molti dei profughi di altre Nazioni. Ma il grosso dell’emigrazione ebraica si verificò verso i territori dell’Impero turco dove gli Ebrei, a parte l’obbligo di pagare l’imposta ascritta ai non musulmani furono relativamente tollerati e poterono, insieme ad armeni e greci, monopolizzare l’esercizio del commercio. Altre comunità si mossero verso i Balcani, ma soprattutto a Costantinopoli e a Salonicco; quest’ultima per quattro secoli fu una città a maggioranza ebraica. Altri profughi dalla Spagna fondarono colonie a Gerusalemme, Tiberiade, Hebron e Safed.
In Italia e nelle regioni dell’Europa Orientale gli ebrei furono costretti a vivere separati dai non ebrei. Il primo ghetto fu istituito a Venezia nel 1516, altri in Polonia e Germania. La comunità del ghetto era amministrata da un piccolo consiglio che si occupava della ordinaria amministrazione, ad esempio dei rapporti fra la comunità del ghetto e il governo del Paese ospite, per quanto concerneva il pagamento delle tasse, ma anche dell’ordinamento interno alla comunità. L’isolamento cui gli ebrei dei ghetti erano assoggettati produsse due risultati: favorì il consolidamento della identità ebraica ma al contempo ne determinò l’isolamento dal resto della società non ebraica, e ciò innanzitutto per ragioni culturali. La situazione dei contatti con l’esterno non è sempre uniforme. Mentre gli ebrei dei Paesi musulmani erano in buoni e promiscui rapporti con gli islamici, gli ebrei polacco – lituani non lasciarono mai che l’elemento slavo, anche esso islamico, contaminasse la loro cultura e la loro vita sociale.
Fenomeno altresì degno di nota è il “marranesimo”, cioè la condizione di coloro che, ebrei, accettavano il battesimo pur restando fedeli nella sfera privata alla religione ebraica. Marrano – parola che in spagnolo vuol dire “maiale” – era la condizione di chi, esteriormente cristiano, godeva per questa stessa sua condizione, di libertà che non erano concesse agli altri ebrei. Ad esempio poteva conseguire titoli accademici, che spesso gli erano utili per instaurare dialoghi con le altre fedi e anche per fare proseliti. I comportamenti dei marrani nei riguardi degli ebrei si possono raggruppare in quattro categorie: la prima comprende coloro che, marrani, vissero dopo la conversione secondo la fede cristiana; la seconda altri che pur essendo battezzati e quindi cristiani in maniera “pubblica”, pure nel privato conservavano usanze ebraiche; la terza comprendeva coloro che erano indecisi circa la fede da seguire; la quarta coloro che pur inseriti nelle comunità cristiane, successivamente fecero ritorno alla confessione ebraica. Fu un marrano olandese, a nome Baruch Spinoza, a iniziare la moderna esegesi biblica, basata su fonti e documenti razionalmente commentati.
Quando nel 1553 la Chiesa vietò la lettura del Talmud, gli ebrei compilarono una serie di codici che consentirono loro un costante approccio alle verità di fede. Dopo un certo tempo però i codici divennero difficili da consultare a causa della discordanza nella loro redazione tra le varie sette ebraiche, due su tutte: sefarditi e ashkenaziti. L’intento di ricondurre le scritture ad una qualche uniformità fu compiuto da Yosef Caro che diede alle stampe la sua “Tavola preparatoria”, che ebbe una importanza decisiva nella storia della legislazione ebraica, e in cui vengono magistralmente amalgamati due aspetti della cultura ebraica: il diritto e la mistica. L’opera di Caro non tiene però conto delle deduzioni e delle verità accolte dagli ashkenaziti, a ciò che dovette essere successivamente integrata da autori posteriori.
Lo studio del Talmud fu massicciamente ripreso in Polonia dove venne costantemente commentato in maniera orale, ossia sulla base del confronto tra opinioni in base alla lettera del testo con un metodo particolare e assai raffinato detto “pilpul”.
Per quanto attiene alla mistica essa venne tenuta in vita in un villaggio della Palestina detto Safed, in cui furono elaborati complessi teoremi teologici e iniziatici, su base cabalistica. Per rimanere alla cabala sviluppata a Safed essa si basa sul concetto di “contrazione”, la quale sarebbe stato il primo atto della divinità, che si contrae per far posto al mondo. Nel vuoto così prodottosi Dio creò il primo uomo, Adam Qadmon, il quale era talmente simile alla divinità da emanare dall’intero suo corpo fasci di luce, che il teologo identifica con le Sefirot, ossia le lettere delle parole che Yavhè pronunciò durante la creazione, le quali furono successivamente inserite in vasi, alcuni dei quali però si ruppero, compromettendo il rapporto tra sefirot superiori e sefirot inferiori e così introducendo una compromissione tra mondo superiore e mondo inferiore. La realtà divenne bipolare, cioè un conflitto tra i due principi cosmici del bene e del male. Questo evento interessò anche il novero delle anime create da Dio, alcune buone altre malvagie, che per il fenomeno della rottura dei vasi si mescolarono, cosicché nessuna anima fu più soltanto buona o
soltanto cattiva ma ciascuna partecipe di entrambe le nature. Solo alla venuta del messia la situazione di confusione e incoerenza sarà interrotta, attraverso il ripristino dell’ordine cosmico e quindi per riflesso dell’ordine umano. Tuttavia l’uomo può già oggi intercedere presso il futuro messia con le preghiere e con l’osservanza dei precetti. In tutto questo discorso si inserisce la dottrina della trasmigrazione delle anime. Tra queste quelle che hanno osservato i precetti sono esentate dalla trasmigrazione, mentre quelle ancora in preda alla contaminazione del male devono continuare a vivere nuove vite.
Nel XVII secolo si affermò quel movimento sempre a carattere mistico che venne conosciuto come Sabbatianesimo. Esso fu fondato Shabbetay Zevi ed era incentrato sul rifiuto delle prescrizioni bibliche e sulla contravvenzione alle regole della Torah, così come osservate e praticate dalla comunità di appartenenza. Le sue prese di posizione in tal senso, anche a volte molto plateali, fecero sì che egli fosse prima scomunicato e poi reso oggetto di controllo da parte delle autorità, che vedevano in lui un pericolo per l’ordine pubblico. La sua vicenda personale, che include anche un episodio di proclamazione di sé stesso come Messia, e la conversione di molte sétte ebraiche alla sua dottrina, sétte i cui membri, a causa della sua predicazione, partirono per Gerusalemme, si concluse con l’abbandono da parte di Zevi della religione ebraica e con la sua conversione all’islam, nonché con il conferimento da parte delle autorità turche a Zevi del titolo di “membro permanente della Porta” con l’assegnazione di una piccola elargizione periodica in forma di pensione. La teologia sabbatiana nasce dall’esigenza di interpretare gli atteggiamenti stravaganti e paradossali della personalità di Zevi e soprattutto di indagare la ragione della sua apostasia. Tuttavia i veri rappresentanti del giudaismo rabbinico, consapevoli del pericolo costituito dalla rivelazione del suo pensiero, continuarono a combattere con forza il sabbatianesimo e ne censurarono sia i seguaci sia i documenti che ad esso si riferivano. Tuttavia il movimento penetrò soprattutto in Galizia e in Podolia, poi tra i Turchi dei Balcani, in Italia e in Lituania; in seguito anche in Germania, Boemia e Moravia.
L’ultima espressione della mistica ebraica è, in ordine cronologico, il Chassidismo. Si tratta di una nuova forma di chassidismo che non ha nulla in comune con il vecchio Chassidismo medievale ashkenazita. La vera novità di questo movimento sta nella trasmissione della via mistica dal singolo alla collettività. Elementi costitutivi del Chassidismo tardo medievale furono: il proselitismo tra i ceti sociali più poveri; il rapporto di venerazione nei confronti di chi comunicava la via mistica da parte di coloro che ne apprendevano i fondamenti; la diffusione del messaggio chassidico tra le persone di scarsa cultura, ciò che ne favorì una maggiore diffusione; l’incentramento dell’insegnamento chassidico attorno ai valori della vita individuale.
La realtà dell’ebraismo contemporaneo
La rivoluzione francese e l’illuminismo posero le comunità ebraiche in contatto con problemi del tutto nuovi. La “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” coinvolse anche gli ebrei, che il nuovo ordine tentò con forza di integrare all’interno della nuova compagine sociale. Tuttavia occorre ricordare che all’epoca dell’illuminismo tra ebrei e resto del mondo, quanto a evoluzione degli usi e dei costumi correvano tre secoli di differenza, cioè che gli ebrei conservavano ancora gli usi e i costumi del tardo medioevo, in sostanza quelli che avevano al momento della cacciata dalla penisola iberica. In riferimento al processo di reintegrazione sociale in atto, alcuni ebrei vi si opposero rigorosamente; altri invece giunsero perfino a guardare alla Francia come a una seconda Patria. Tuttavia tra alterne vicende il periodo successivo alla rivoluzione e il diffondersi dei nazionalismi, con annesso diffuso antisemitismo pose una duplice possibilità: o considerare gli ebrei cittadini della Nazione come tutti gli altri; oppure riconoscerne e favorirne la diversità e la tendenza all’isolamento. La prima soluzione fu adottata in Europa occidentale e centrale. La seconda soluzione fu adottata solo da una parte degli ebrei dell’Europa orientale. Tuttavia finanche la Russia periodicamente non tollerava, per un motivo o per un altro la presenza ebraica, da cui i numerosi pogrom che
periodicamente funestavano le comunità ebree. Tuttavia al fine di porre fine alle persecuzioni nacquero nel XIX secolo tre movimenti destinati a incidere sulla storia del giudaismo nel XX secolo: il socialismo, il sionismo, e l’emigrazione verso gli USA. Il socialismo come movimento di stampo internazionalistico e favorevole ad obliterare le differenze tra i popoli non fu visto di buon occhio dagli ebrei, sempre a causa della loro naturale tendenza all’isolamento. Il sionismo, invece, movimento politico che tendeva a propugnare un ritorno degli ebrei in Palestina riscosse maggiore favore, ed è inutile dire che tale movimento portò alla fondazione dello Stato Israeliano nel 1948. Infine l’emigrazione in massa negli Stati Uniti contribuì a gettare le basi di formazione di una notevole popolazione ebraica che è anche oggi in USA molto numerosa e potente. Le reazioni degli ebrei ai cambiamenti politici dovuti al movimento illuminista furono diversi. In Europa occidentale essi reagirono o con l’assimilazione e la modernizzazione oppure sulla base di tre diverse soluzioni: quella ortodossa, quella riformatrice e quella riformata. In Europa orientale l’ostilità ai cambiamenti non fu vinta in quanto lì gli ebrei formavano una comunità numerosa, autosufficiente e soprattutto godevano di una situazione territoriale ad essi conveniente e gradita, cioè territorialmente in grado di favorirne la crescita demografica. Una reale integrazione degli ebrei fu realizzata nel XVIII secolo in Germania, dove si pose in atto, anche grazie a politiche adeguate, la realizzazione di istituzioni, soprattutto culturali che ebbero la finalità di una piena integrazione. Un programma simile fu posto in atto in Austria dall’Imperatore Giuseppe II. Questi tentativi di integrazione ebbero un ottimo risultato e proseguirono per tutto il corso del secolo. Vennero scritti saggi che illustravano la necessità di riforme anche a carattere scolastico, che consentissero non solo agli ebrei di entrare in contatto con gli altri popoli, ma anche a questi ultimi di conoscere meglio la civiltà e la cultura ebraiche. Il rinnovamento interessò due settori dello scibile: la storiografia e la filologia. Un’opera in particolare, quella dello studioso Abraham Geiger tentò di gettare nuova luce sull’evoluzione dell’interpretazione dei testi biblici da parte dei rabbini, che egli concepì appunto in senso evolutivo cioè
con un “prima” e necessariamente un “dopo”, suscitando peraltro le ire dei rabbini ortodossi.
Una visione completa della storia ebraica e una sua interpretazione organica si debbono all’opera di Heinrich Gratz, il quale sostenne la teoria, modellata sulla filosofia hegeliana, che la storia del popolo ebraico fosse conoscibile solo con metodo storiografico cioè individuando i modi in cui l’idea di Dio rivela sé stessa e continua ad essere elaborata nel tempo, applicando a questa opzione di metodo la dialettica hegeliana. Graz riconobbe nell’ebraismo due tendenze: una creativa chiamata “la vita del mondo” e l’altra conservatrice e strettamente legata all’insegnamento e al testo talmudico. L’opera di Gratz ebbe un grande successo e fu più volte tradotta e ristampata.
Pian piano a partire dal XIX secolo si affermarono all’interno del giudaismo due tendenze: una ortodossa e legata a filo doppio alla Torah e al Talmud; l’altra tendente ad una piena integrazione degli ebrei con gli altri popoli europei. Uno dei punti di partenza fu la costruzione di un “Tempio rinnovato” da parte di Israel Jacobson a Seesen in Germania, ciò che suscitò ovviamente le ire degli ortodossi, poiché anziché di sinagoga si parlò per la prima volta di Tempio al di fuori di Gerusalemme. A Jacobson si deve inoltre l’introduzione nel cerimoniale dell’uso dell’organo musicale, venendo meno al divieto per gli ebrei di utilizzare strumenti musicali durante le sacre celebrazioni. Altre innovazioni introdotte dal movimento riformatore furono la riformulazione dei precetti in senso ecumenico e non più strettamente legato ai fedeli ebraici e alla loro storia; la reinterpretazione della fede nella venuta del Messia limitatamente al solo ebraismo e la sostituzione di questa idea con quella di un’era messianica che avrebbe interessato tutta l’umanità e non solo gli ebrei. Il rito del Bar Mitzvah fu esteso anche alle giovani che avessero compiuto il tredicesimo anno, e non interessò più i soli maschi di quell’età. Queste novità ed anche altre, che tralascio per esigenze di brevità, misero in discussione tutto il sistema religioso ebraico. La tendenza riformistica nata in Germania si tradusse senza problemi negli USA. Il giudaismo riformatore al momento, distingue
tra il giudaismo “profetico”, che esalta la condotta morale e l’atteggiamento “universalistico”; e il giudaismo sacerdotale legato al Tempio e ai suoi riti. La riforma e i riformatori furono inizialmente scettici riguardo al movimento sionista ma a partire dalla metà degli anni ’30 assunsero un atteggiamento meno sfavorevole. Gli USA sono diventati, dopo la riforma, il più importante centro degli ebrei riformati.
A questo punto è necessaria una piccola disamina di ciò che anche oggi è detto giudaismo ortodosso. Esso si basa sulla convinzione che i testi sacri, cioè il Talmud e la Torah contengono, essi soli, la vera parola di Dio. L’ebraismo ortodosso è praticato da una minoranza, e ricalca gli usi e i costumi giudaici presenti in Europa nel XVI e nel XVII secolo. Anche l’aspetto esteriore di questi fedeli ebraici è ispirato a quel periodo. In USA vi è inoltre una forte presenza dei seguaci del già descritto movimento chassidico, tuttavia la maggioranza dei fedeli segue le regole della variante neo-ortodossa, meno rigorosa di quella strettamente ortodossa sia nella liturgia che nelle altre pratiche di culto.
All’interno del movimento riformista, di quello ortodosso e di quello conservatore i confini sono talvolta molto sottili. Sta di fatto che in via definitiva l’adesione da parte degli stessi ebrei alle regole del culto ortodosso, non è mai stata costante né uniforme e lo dimostra la stessa storia raccontata nella Bibbia, in cui a momenti di fervore e di fede si alternano nel popolo di Dio momenti di allontanamento ed abiura.
Nessun commento:
Posta un commento