lunedì 6 luglio 2026

 

Le accuse di omicidio rituale

Nei primi mesi del 1840 si diffuse in tutta Europa una notizia agghiacciante proveniente da Damasco, Siria. Una sera di qualche mese prima Padre Tommaso, un frate cappuccino avanti negli anni, non aveva più fatto ritorno al monastero e se ne erano perse le tracce. Il giorno 5 di due mesi prima si era recato nel quartiere ebraico e non ne aveva più fatto ritorno. Il mistero della comparsa, scrivevano i giornali, era stato ben presto risolto. Il frate cappuccino era stato invitato nella casa di un ebreo, a nome David Harrari, e lì un gruppo di ebrei gli erano saltati addosso, lo avevano immobilizzato, gli avevano fasciato la bocca cosicché non potesse parlare, lo avevano legato mani e piedi con delle funi, e infine, disteso sopra un tavolaccio, lo avevano scannato allo scopo di dissanguarlo. Una volta morto padre Tommaso, gli ebrei ne avevano bruciato gli indumenti dopo averli tolti al cadavere e, trasferito il corpo in un’altra stanza cominciarono a ridurlo in pezzi minutissimi che raccolsero in un sacco e che gettarono in un condotto di acqua sporca nei pressi del luogo dove era avvenuto lo scempio. Dopodiché versarono il sangue in un recipiente e lo consegnarono ad un rabbino presente sul posto.

Ovviamente appena si seppe della scomparsa del frate le autorità locali di Damasco avviarono una indagine, che presto portò alla cattura di coloro che si sospettava fossero stati gli autori della barbarie. Nel frattempo le autorità avevano trovato il luogo in cui erano stati gettati i resti del frate. I frammenti ossei furono raccolti e custoditi in una scatola di legno.

Per il tramite del segretario di stato per gli affari esteri, la Santa Sede seguiva con interesse la vicenda in base alle notizie provenienti dalla Siria, e pian piano anche grazie all’impegno in tal senso dei funzionari vaticani dislocati a Damasco, il papa conobbe i particolari della vicenda. Ciò che restò fino ad un certo momento oscuro fu il movente del brutale assassinio. La spiegazione venne rinvenuta nella natura delle pratiche religiose degli ebrei, i quali da tempi immemorabili erano ritenuti responsabili di praticare riti religiosi contrari alla legge e moralmente abominevoli. Gli ebrei di Damasco ritenuti responsabili del misfatto furono sospettati di aver


commesso anche altri abomini della stessa natura e con le stesse dinamiche, perché, diceva la gente, a volte scomparivano persone, tra giovani, anziani e bambini e di essi si perdevano le tracce.

In quei giorni si diffuse un libro che nei decenni successivi avrebbe avuto largo successo. Nel libro veniva svelata la ragione dei periodici assassinii motivandola con l’esigenza da parte degli ebrei di sangue cristiano in occasione della celebrazione dei loro riti sacri. Il libro era stato scritto da un ebreo convertitosi al cattolicesimo ortodosso e diventato poi monaco, il quale nello scritto rivelava i motivi dell’omicidio rituale: innanzitutto l’odio che gli ebrei nutrono nei confronti dei cristiani li porta a credere che mediante l’assassinio di cristiani essi operano un sacrificio al loro Dio; in secondo luogo hanno bisogno del sangue cristiano per operare la loro magia; in terzo luogo perché, sospettando che Gesù fosse il vero messia, credono di salvarsi aspergendosi con sangue cristiano.

Precisava l’autore del libro che l’odio degli ebrei per i cristiani veniva espresso in molti modi. Ad esempio la vigilia di Natale e in occasione dell’Epifania gli ebrei trascorrono tutta la notte giocando a carte e bestemmiando Cristo, Sua Madre e tutti i Santi. I bambini ebrei imparano presto a odiare i cristiani e a maledirli. Gli ebrei, asseriva il testo, utilizzavano il sangue cristiano in molti modi, ad esempio durante la circoncisione dei bambini gli ebrei ponevano un po’ di sangue cristiano sulla ferita. In questo modo credevano che il bambino si salvasse dalla contaminazione con il sangue di Cristo. Durante il pranzo pasquale poi, opportuno per ogni ebreo era mangiare un pezzetto del pane azzimo contenente una certa quantità di sangue cristiano. Particolarmente pericolosa la celebrazione del rituale detto “Purim” durante il quale è prescritto dalle crudeli leggi ebraiche, di uccidere un cristiano e di berne il sangue, contenuto dentro l’impasto di alcuni pani triangolari. Tuttavia, mentre nella festività rituale di Purim era sufficiente uccidere un cristiano, nella Pasqua l’omicidio da solo non era sufficiente, in quanto in questa ricorrenza essi erano tenuti a tormentare e uccidere un cristiano come fu tormentato e ucciso Cristo.


Il Vaticano inviò il manoscritto del monaco moldavo a chi di dovere nel Ducato di Modena che si trovava fuori dai territori pontifici, nella sicurezza che da lì lo scritto si sarebbe diffuso in tutta Europa. Le conseguenze non furono però quelle attese. Molto presto quotidiani austriaci pubblicarono nette smentite sull’episodio del frate ucciso. Innanzitutto, dicevano quei quotidiani, non era affatto certo che padre Tommaso fosse stato assassinato e tanto meno da ebrei. Gli esperti avevano dimostrato che le presunte ossa del frate ritrovate nel condotto non fossero neanche umane. Contemporaneamente cominciarono a circolare in Europa resoconti delle torture inflitte agli ebrei cui si imputava il presunto omicidio, usate per estorcere le confessioni. Ad esempio le abominevoli sevizie cui era stato sottoposto il rabbino accusato di aver partecipato al presunto omicidio rituale del frate. Va detto però che nonostante le torture il rabbino non modificò la sua dichiarazione di non colpevolezza. Anche i governi inglese e austriaco lamentarono la durezza delle torture presso le autorità di Damasco. Ma nel frattempo due degli ebrei accusati erano già morti. Sottoposto alla pressione internazionale, il viceré di Damasco sospese l’impiccagione di dieci tra gli ebrei accusati. Nel frattempo anche gli ebrei di Inghilterra e Francia premevano sul governo di Damasco per ottenere che le autorità competenti ponessero fine al caso.

Intanto negli ambienti ecclesiastici, in particolare presso la Santa Sede si riteneva che l’uccisione di Padre Tommaso fosse stata certamente e fondatamente opera di ebrei. Sennonché la corte austriaca per mezzo del solito Metternich offriva una versione alternativa della morte del frate, versione che egli fece giungere alla conoscenza del Pontefice.

La versione alternativa era la seguente: tre giorni prima della sparizione di Padre Tommaso, il frate era stato visto protagonista di una rude contesa con alcuni musulmani arabi, uno dei quali gli giurò pubblicamente vendetta. Inoltre il giorno precedente la sparizione, il frate era stato visto uscire dalla stessa porta dalla quale solitamente rientrava in convento, e da cui ovviamente era solito uscire e rientrare. Colui il quale, israelita, interrogato dalle autorità, aveva fornito questa versione dei


fatti, fu ucciso a bastonate. Si poteva ritenere, spiegava Metternich, che il frate avesse voluto sottrarsi con la fuga alla vendetta del predetto musulmano, rifugiandosi in uno dei conventi situati sui monti del Libano, dove probabilmente si trovava tutt’ora.

La risposta del Pontefice, per mano del cardinale Lambruschini non si fece attendere. La lettera insisteva sul fatto che persone ben informate appartenenti alla gerarchia ecclesiastica e degne di fede, avevano in verità concluso a seguito delle dovute e necessarie verifiche, che l’omicidio di Padre Tommaso era stato opera di coloro che le pubbliche autorità di Damasco avevano considerato responsabili e che peraltro avevano confessato la propria colpevolezza. Anche ammesso come riteneva Metternich, che Padre Tommaso fosse ancora vivo, non poteva assolutamente ammettersi l’ipotesi che egli non avesse avuto conoscenza del fatto di cui veniva considerato vittima. In tal caso infatti, il frate avrebbe sicuramente trovato il modo di comunicare la propria presenza in vita anche se forse prudentemente avrebbe taciuto sull’ubicazione del luogo in cui si trovava. Inoltre una lettera inviata dal console toscano in Alessandria d’Egitto, si poneva la seguente domanda “retorica” a sostegno della tesi della colpevolezza degli ebrei imputati del misfatto. La domanda posta dal console era la seguente: dato che gli ebrei imputati appartenevano alle classi sociali più ricche e stimate di Damasco, quale altro motivo poteva giustificare la tremenda fine del frate per mano loro se non un qualche ancestrale e terribile rito sacrificale? Alla lettera il console accludeva alcuni stralci del Talmud, quelli cioè utilizzati nelle indagini da parte delle autorità di Damasco. Gli estratti del Talmud avevano la funzione di confermarne la natura, più volte e da più parti asserita, di libro satanico o comunque maledetto. Il rapporto con il Talmud da parte delle autorità ecclesiastiche era stato sempre un cattivo rapporto. Ad esempio nel 1242 sempre le autorità ecclesiastiche, condannando le pratiche che il Talmud imponeva ai fedeli ebraici, ne ordinò il rogo di tutte le copie esistenti. Nel 1553 una commissione di sei cardinali dichiarò il Talmud blasfemo e ne ordinò il sequestro e la distruzione. Da quanto detto emerge che, al di di tutto ciò che il Talmud


condensava in merito alla fede ebraica, le autorità religiose cattoliche lo considerassero e continuassero a considerarlo un libro blasfemo e pericoloso che indicava agli uomini il sentiero della malvagità in quanto in esso si rifiutava Cristo, il Messia. Eppure mentre il Talmud contiene alcuni passi in cui si dà adito ad una visione piuttosto miope della realtà della fede, in sostanza impone di accettare, quale caposaldo della religione, i dieci comandamenti e cioè la legge mosaica come dettata da Dio al suo profeta, per l’appunto Mosè.

Intanto il console toscano in Alessandria continuava a tenere aggiornato il Pontefice relativamente all’evoluzione della vicenda del presunto omicidio. Uno dei prigionieri aveva affermato che il rapimento e l’uccisione rituale di Padre Tommaso era stata idea del Rabbino capo di Damasco. Il prigioniero in questione, di nome Moses, poco prima della testimonianza fu riaccompagnato dalle autorità in casa propria perché consegnasse la bottiglia contente il sangue di Padre Tommaso. La moglie di Moses supplicando le autorità affermava che non c’era nessuna bottiglia contenente sangue, e che cessassero le torture su suo marito. Ma le torture contro Moses ripresero, e furono così atroci che l’accusato infine confessò in cambio della libertà.

Intanto le comunità ebraiche europee, in particolare la francese e l’inglese, con l’appoggio dei rispettivi governi, si erano mobilitate ed erano persino state inviate alcune loro rappresentanze a Damasco. Giunti ad Alessandria coloro i quali erano a capo delle legazioni, traendo a pretesto la questione dell’assassinio del frate, dichiararono al Califfo Mehmet Alì che la loro supplica non era diretta a lui, cioè non al viceré ma al sultano dell’Impero ottomano nella contesa per i territori non egiziani. Una condizione di favore da realizzare era la scarcerazione dei prigionieri ebrei, che evidentemente stava a cuore al Sultano ottomano.

Intanto Moses Montefiore, in rappresentanza della delegazione ebraica inglese presso il viceré, tentò, mettendosi in viaggio per Roma, di raggiungere la sede papale e una volta lì convincere il papa a far rimuovere la lapide innalzata a ricordo di Padre Tommaso. Moses dovette attendere una settimana al termine della quale gli


fu detto che il papa non lo avrebbe ricevuto. Tre mesi dopo Moses Montefiore ricevette un pacchetto dal nunzio apostolico a Vienna, contenente una copia dell’opuscolo moldavo che ora era nelle mani di un rappresentante della democrazia britannica.

In tale opuscolo veniva fermamente ribadita la versione dei fatti e l’opinione favorevole a ritenere la colpevolezza degli ebrei di Damasco espresse dalla Chiesa cattolica in merito alla vicenda del frate damasceno. Una vicenda che purtroppo avrebbe fatto storia nell’ambito del movimento antisemita internazionale.

 

La fine di un’era

Quando Gregorio XVI morì, nel 1846, apparve come un reperto dei tempi passati, quando l’assolutismo era dato per scontato e quella divina era considerata la sola autorità. I cardinali riuniti in conclave erano consapevoli che le cose da quel momento sarebbero notevolmente peggiorate per il papato e i suoi dominii temporali, anche a causa di un forte movimento laico e anticlericale che propugnava l’unificazione politica dell’intera penisola, ciò che avrebbe avuto come logico presupposto la caduta del regime della Santa Sede. Occorreva che il conclave scegliesse una personalità più adatta ai tempi presenti, più liberale e quindi in grado di confrontarsi con le nuove realtà politiche. La scelta perciò cadde sul vescovo di Imola, Giovanni Maria Mastai – Ferretti. Non si trattava di una figura particolare o particolarmente abile, non era molto colto, non aveva all’attivo un curriculum particolarmente interessante. Ciò che fece decidere il conclave in suo favore era il modo in cui egli aveva condotto la Chiesa in Romagna, scenario della più dura opposizione al Pontefice. Se avesse condotto su un piano generale, cioè relativamente all’intera Chiesa e ai suoi territori, la stessa condotta nell’amministrazione ecclesiastica tenuta in Romagna, allora tutto sarebbe andato per il meglio, ma l’evidenza stessa delle cose dimostrava che non sarebbe stato così. Il nuovo papa prese il nome di Pio IX, e subito fu messo alla prova il tipo di rapporto che egli avrebbe avuto con le popolazioni e i territori legati alla Santa Sede.


Innanzitutto gli ebrei pochi mesi dopo la sua elezione gli inviarono una supplica nella quale chiedevano che le restrizioni subite nel passato fossero cancellate o in qualche modo alleggerite. Inoltre gli ebrei specificavano alcune richieste, come quella di poter lavorare fuori dal ghetto, quella di poter ricevere una istruzione adeguata, dato che nel ghetto non c’erano scuole laiche, e quella di poter esercitare la arti liberali, come la medicina. Inoltre sempre gli ebrei lamentavano di non poter aprire librerie né stamperie e di non poter diventare gioiellieri o argentieri.

Per quanto riguardava poi le esigenze di salute, gli ebrei non potevano farsi ricoverare in un ospedale cattolico, e non c’erano peraltro ospedali nel ghetto, ma anche se avessero avuto accesso ad un ospedale laico non avrebbero potuto farsi assistere da un rabbino come da tradizione, perché ai rabbini era vietato assistere i malati. Nessun ebreo poteva testimoniare in giudizio perché la loro parola non aveva alcun valore a livello giuridico. Particolarmente odiata era poi l’usanza di costringere i fattori del ghetto, cioè coloro che avevano il compito di costituire una autorità a cui far riferimento per ogni questione all’interno del ghetto, a presentarsi, il giorno di sabato precedente il carnevale, dinanzi ad un magistrato e ad un senatore di Roma. Gli ebrei interessati dal provvedimento dovevano in quell’occasione inchinarsi e presentare offerte rituali, mentre la folla li copriva di insulti. Ecco, nella supplica rivolta al nuovo papa gli ebrei chiedevano che questo tipo di imposizioni avessero termine. C’era poi l’antico problema del dover assistere da parte degli ebrei alle prediche obbligatorie, le quali secondo la prospettiva degli ebrei non avevano altro scopo che far ritenere al resto della popolazione che gli ebrei stessi costituissero un popolo immorale, vizioso, che doveva necessariamente essere rieducato alle usanze del consorzio civile, le quali non potevano che essere quelle cristiane. Pio IX concesse dapprima che alcune famiglie potessero spostarsi dal ghetto, nella convinzione che l’atteggiamento da tenere verso gli ebrei da parte delle autorità ecclesiastiche dovesse essere più illuminato e benevolente. Nel febbraio 1847 il pontefice ricevette una lettera da Salomon Rothschild, nella quale si pregava lo stesso pontefice di adottare riforme migliorative della condizione degli ebrei di


Roma. Poiché, come già detto, il papato era assoggettato al dovere di restituire a Rothschild un ingente prestito, il pontefice non poté che assentire e per prima cosa si impegnò ad abolire le umiliazioni di cui gli ebrei erano oggetto durante i riti carnevaleschi. In un secondo momento Pio IX eliminò l’obbligatorietà per gli ebrei di assistere alle prediche che periodicamente erano costretti ad ascoltare.

Nel frattempo la comunità del ghetto di Roma aveva preso a socializzare, ma a suo modo, con i cristiani, sempre a causa delle aperture operate dal pontefice. In pratica le riforme avevano sì consentito una maggiore libertà agli ebrei, ma questi ultimi erano divenuti, una volta autorizzati a uscire dai ghetti, una massa umana ingestibile, sia per le autorità ecclesiastiche che per quelle laiche. Ciò diede luogo a molte lettere ricche di rimostranze da parte dei membri della gerarchia pontificia indirizzate al pontefice.

Nel 1848 oltre agli ebrei, anche altre collettività, non ebree, richiedevano con forza ulteriori diritti: vi furono sollevazioni a Palermo che indussero il re di Napoli ad emanare una Carta Costituzionale. A Parigi Luigi Filippo fu deposto. In marzo i rivoluzionari di Vienna mandarono Metternich in esilio. Nell’ambito dello stato Vaticano, e nella speranza di porre un freno ai sommovimenti popolari Pio IX attuò altre concessioni, ma queste a poco valsero per sedare la tempesta. Temendo per la propria incolumità e dopo che il suo primo ministro fu accoltellato a morte nelle vie di Roma, il papa si rifugiò a Gaeta, nel vicino Regno di Napoli. Ben presto Garibaldi e Mazzini entrarono in Roma, che fu proclamata Repubblica. Gli ebrei poterono lasciare il ghetto e ottennero uguali diritti. Tutto ciò ebbe termine con il ritorno delle truppe francesi e austriache inviate a fini restaurativi nel territorio di Roma, e il papa poté rientrare in città. Si era nel 1850. Ovviamente i disordini che avevano fatto seguito ai provvedimenti di tolleranza nei riguardi degli ebrei avevano indotto il papa a ritirare le concessioni precedentemente accordate al popolo di Dio. Per prima cosa gli ebrei furono costretti a rientrare nel ghetto. Tutto ciò però aveva un costo. Il famoso prestito che il Papa aveva a suo tempo ricevuto da Salomon Rothschild per la costruzione di una ferrovia non avrebbe consentito cedimenti o un


trattamento di favore da parte del magnate ebreo se gli ebrei fossero stati rimandati e rinchiusi nel ghetto. La condizione posta dai Rothschild ad un trattamento di favore era che il papa disponesse la piena libertà in favore degli ebrei di uscire dal ghetto. Quando il papa si mostrò contrario a tale richiesta i Rothschild revocarono il prestito. Poiché però le finanze del Vaticano avrebbero subìto un duro colpo nell’ipotesi della mancata erogazione del prestito, Pio IX fu costretto ad applicare la misura della apertura dei ghetti e della liberazione degli ebrei. Tuttavia una volta ricevuto il prestito l’editto di apertura dei ghetti non fu emanato. Sempre su sollecitazione dei Rothschild e a causa della pressione del governo austriaco nonché per venire incontro alle istanze degli ebrei dei ghetti, Pio IX cedette ad alcune piccole concessioni come consentire rapporti d’affari tra cattolici ed ebrei. Tuttavia la gran parte dei divieti e delle restrizioni rimasero in vigore. Quando poi il pontefice seppe che in alcune città della Toscana, cioè in territorio ducale, Leopoldo

II aveva concesso agli ebrei parità di diritti, ad esempio a Livorno, tentò di dissuadere il duca da ogni concessione. Cosa che presto il duca, convinto dagli anatemi del pontefice, fece senza por tempo in mezzo. Intanto il Regno di Sardegna con capitale Torino conservava in vigore i provvedimenti di recente adottati a favore degli ebrei. A Roma Pio IX ripristinava la Santa Inquisizione, e tutti gli altri provvedimenti emanati dai suoi predecessori. A Bologna il frate Domenicano Pier Gaetano Feletti aveva bandito gli ebrei dalla città. Tuttavia nel 1797 il bando fu revocato per poi essere ripristinato nel 1815 alla vigilia del Congresso di Vienna. Quale misura restrittiva una volta tornato a Roma, Pio IX nominò un commissario speciale per controllare che non vi fossero più sollevazioni a causa del problema ebraico. Tuttavia appreso il rigore delle misure che il papa intendeva adottare a Bologna il commissario si allarmò e consigliò al Sant’Uffizio prudenza e cautela. Infatti cacciare le venti famiglie ebree da Bologna, che vivevano da almeno tre generazioni in quella città, avrebbe potuto indispettire la popolazione non ebrea con la quale quelle famiglie erano da tempo in stabili rapporti di amicizia, convivenza e affari. Padre Feletti aveva perciò accarezzato l’idea di costruire un nuovo ghetto a


Bologna cosicché gli ebrei ivi residenti non avrebbero dovuto abbandonare la città. Ma anche questa misura avrebbe potuto ragionevolmente suscitare lo sdegno della popolazione non ebraica per le ragioni anzidette. E allora il commissario chiese che gli ebrei rimanessero dov’erano, ciò al fine di preservare l’ordine pubblico, questa volta in pericolo anche per parte cristiana, ordine pubblico ritenuto dal commissario, in assenza di cause deteriori, “più che soddisfacente”. Nonostante i buoni uffici di Padre Feletti il papa volle far applicare pienamente le precedenti restrizioni, ma non vi riuscì a causa del mutare del clima di sottomissione in aperta ostilità da parte degli ebrei nei loro rapporti con le comunità cristiane.

Nondimeno fu proprio a Bologna che si verificò una vicenda che avrebbe minato alla base la permanenza dello Stato pontificio. La vicenda fu la seguente. Una notte del giugno 1858 la polizia si presentò presso la casa di Momolo e Marianna Mortara. Il capo delle guardie chiese di vedere i suoi bambini, suscitando ovviamente il panico della madre. Sta di fatto che i Mortara gli mostrarono i bambini. Il capo della pattuglia disse che uno dei figli dei Mortara, Edgardo, era stato battezzato e per tanto avrebbe dovuto lasciare la casa e seguire i poliziotti. Padre Feletti alcuni mesi prima aveva appreso la notizia del probabile battesimo di Edgardo ad opera di Anna Morisi che aveva lavorato come domestica presso i Mortara, e che aveva asserito alla presenza dell’inquisitore che anni prima aveva battezzato in segreto il ragazzino. Il caso del bambino dei Mortara rientrava nella normalità dei casi in cui il battezzato era costretto a lasciare la famiglia per entrare nella casa dei catecumeni, cioè all’epoca dei fatti, quella di Roma. Ciò che più colpisce nell’operato di papa Pio IX è che egli si limitava nella propria attività di pontefice ad applicare le norme canoniche, ossia ciò che i dettami religiosi comandavano. Tutto ciò confidando che gli ebrei avessero troppa paura di ribellarsi a questo stato di cose per tentare una reazione collettiva. Invece nel caso di Edgardo vi fu una reazione quale mai nessun pontefice era stato costretto a subire. Il caso del bambino tolto ai genitori divenne di pubblico dominio e dimostrò in maniera più che evidente che lo Stato pontificio costituiva un anacronismo. I giornali continentali


ripresero il caso e perfino negli USA si crearono movimenti di opinione che pretendevano la restituzione del bambino alla famiglia d’origine. Anche il governo francese, amico prima di allora, criticò la vicenda. Si mosse persino l’ambasciatore francese, che mise in guardia il segretario di Stato in merito alle possibili ripercussioni del caso a livello nazionale e internazionale, facendo appello a tutte le sue capacità di persuasione. Illustrò al papa il pericolo di fomentare l’odio dell’opinione pubblica mondiale nei suoi confronti e di offendere la sacralità dei legami tra genitori e figli. E infine dato che non c’erano prove dell’avvenuto battesimo, il pontefice avrebbe potuto restituire il ragazzino alla famiglia senza grosse conseguenze a livello di immagine pubblica. Il papa continuava però a temporeggiare affermando che non era disposto a tornare sui propri passi nonostante avesse tutto il mondo contro. Egli appariva dilaniato da un insanabile conflitto interiore. Intanto i genitori del ragazzino avevano raccontato la brutta vicenda del prelievo forzoso del bambino dalla sua casa ai rappresentanti della stampa liberale. Per converso un certo numero di giornali interpretò la vicenda in modo da presentare il piccolo Edgardo come pervaso da una vocazione soprannaturale, come da un fervore spirituale in forza del quale non voleva altro che diventare cristiano. Fu detto dal pontefice in sede confidenziale all’ambasciatore Gramont che il bambino aveva supplicato il papa in un incontro avuto con lui di rimanere nella casa dei catecumeni e di poter diventare cristiano. In quegli stessi giorni il ministro degli esteri francese Walewsky condannò il comportamento del papa, ed aggiunse che diversi governi avevano sollevato rimostranze in merito alla vicenda e a carico del pontefice. Perfino il segretario di Stato Antonelli era favorevole alla restituzione del bambino alla famiglia d’origine. Tutto stava nel convincere il Papa. Ciò avvenne attraverso un telegramma inviato dal governo di Francia per mano del ministro degli esteri francese Walewsky al segretario di stato vaticano Antonelli, il quale capì l’importanza propugnata dal governo francese di una riconciliazione del ragazzino con la propria famiglia. Bisognava trovare il modo di restituire Edgardo ai genitori. Anche dal Regno di Napoli giungevano critiche al papa su come era stata affrontata


la vicenda Mortara. Per come la vedeva Gramont il pontefice aveva perduto parte della propria sanità mentale, ciò che può essere causa di pericoli dall’esterno e dall’interno se si traduce in decisioni sbagliate. Il piccolo Mortara non venne restituito alla famiglia ma crebbe nella casa dei catecumeni e divenne in seguito sacerdote. Ma la realizzazione del disposto papale non giovò né ai Mortara né al papa. Dopo quell’episodio e in ragione dei fermenti rivoluzionari di molti che ritenevano lo Stato della Santa Sede un anacronismo, a un anno di distanza le forze del papa furono scacciate da Bologna, e i fautori dell’unità nazionale spazzarono via gran parte degli stati pontifici. Per soprammercato la polizia fece irruzione nel monastero dominicano ivi situato e arrestarono Padre Feletti accusandolo di aver rapito a suo tempo il piccolo dei Mortara. Nel 1861, ai primordi dell’unità nazionale al papa non restavano che Roma e il territorio circostante. Nel frattempo nei suoi ex domini gli inquisitori venivano arrestati nei loro monasteri e gli ebrei liberati dai ghetti. Chiaramente nei domini, invero assai esangui, rimasti in mano al pontefice si continuarono a perpetrare le stesse regole e a mettere in atto gli stessi comportamenti del passato. Tuttavia il Pontefice volle giocare l’ultima carta, cioè utilizzare gli ebrei per i propri fini. Pio IX diede perciò alle stampe l’enciclica “Quanta cura” e il cosiddetto “Sillabo degli errori” opere nelle quali il pontefice ritenevae dichiarava che la Santa Sede fosse preda di un complotto mondiale orchestrato dalle forze del male. Tra gli errori della Chiesa a favore degli ebrei erano menzionati nel Sillabo: la libertà di religione, la separazione tra Stato e Chiesa e il libero insegnamento. Infine il Sillabo respingeva la dottrina secondo cui il papa avrebbe dovuto accettare il progresso, il liberalismo e la modernità. Ciò che però consentì al papa di riprendere terreno fu l’idea di attribuire i mali denunciati nel Sillabo, cioè le istanze di modernità, agli ebrei, che avrebbero avuto intenzione, con tali cose, di distruggere l’unità della Chiesa.

Tuttavia la perdita degli stati pontifici fu inevitabile, e rese il papa un uomo sempre più amareggiato. Tuttavia in un sussulto di vigore e di malvolenza il papa ricorse alla propria memoria storica nel tentativo di riguadagnare autorevolezza al


cristianesimo. E lo fece raccontando la storia di un bambino cristiano di Marostica, un centro nelle vicinanze di Vicenza che, si diceva fosse stato in tenera età aggredito da una folla inferocita di ebrei che lo avrebbero crocifisso ad un albero per poi raccoglierne il sangue. I miracoli iniziarono dopo la sepoltura della salma. Con un decreto del 1867 il papa sancì l’ufficialità del culto di Lorenzo,che avrebbe dovuto essere celebrato la seconda domenica di Pasqua. Due anni dopo questa vicenda uscì in stampa il libro di uno studioso cattolico francese che portò sostanzialmente acqua al mulino del papa, con la trattazione delle solite tematiche antiebraiche. Alla fine del 1869 risale la convocazione del Concilio Vaticano I in cui venne proclamato il dogma dell’infallibilità papale. Nell’agosto del 1870 poi, mentre procedevano i lavori del Concilio l’esercito italiano penetrò in Roma dopo averne abbattuto parte delle mura di cinta, e la proclamò Capitale di una Italia unita. Il papa, sempre pieno di risorse, dichiarò di considerarsi “prigioniero dello Stato Italiano” e rifiutò di uscire dai confini del Vaticano anche senza che l’esercito o le autorità del nuovo stato glielo impedissero. Pio IX così facendo inaugurò una prassi che fu poi imitata dai suoi successori, nessuno dei quali uscì mai dal Vaticano per camminare su suolo italiano. Questa pratica venne meno solo nel 1929 con i Trattati del Laterano stipulati tra Italia e Santa Sede e dei quali si è detto nella Parte seconda del presente scritto. Fu dopo la caduta dello stato pontificio che il pregiudizio contro gli ebrei si rafforzò. Piuttosto tardi il Papa ormai anziano venne a sapere che negli altri stati europei i leader politici erano da sempre appoggiati da eccellenti consiglieri di origine ebraica peraltro perfettamente integrati nelle società di quei Paesi. Negli ultimi anni del suo pontificato Pio IX si esprimeva in un linguaggio violentemente antisemita, chiamando gli ebrei “cani”, “responsabili della morte di Cristo”, “progenie del diavolo” e “sinagoga di Satana”. Tuttavia nonostante le invettive papali ormai gli ebrei erano liberi. Ad essere confinato nei propri “appartamenti” era il papa.

 

Considerazioni sulle condizioni di vita degli ebrei in particolare antecedentemente al 1870 e sui loro rapporti con i cristiano-cattolici

Ciò di cui, giunto a questo punto del discorso, vorrei parlare, non è il rapporto degli ebrei con la propria “coscienza collettiva”, personificata e divinizzata in Javheh, ma del rapporto tra gli ebrei e le due altre religioni monoteistiche con cui l’ebraismo ha


dovuto, volendo o non volendo, sempre in qualche modo relazionarsi nel corso di qualche migliaio di anni: un confronto che, armi alla mano, continua ancora oggi in alcune zone “calde” del mondo. Sto parlando innanzitutto del Cristianesimo, il quale è definito da alcuni come nato da una “costola” dell’ebraismo, come l’islamismo è da taluni definito una prosecuzione della tradizione prima ebraica e poi cristiana, ovviamente non in senso continuativo ma in senso oppositivo. Insomma gli islamici pretendono che l’ultima Rivelazione di Dio sia contenuta non nella Bibbia o nei Vangeli ma nella loro scrittura di riferimento, cioè il Corano, il libro scritto, sotto la dettatura dell’Arcangelo Gabriele, da Maometto, l’ultimo dei profeti, successivo a Cristo, anche quest’ultimo considerato dai musulmani un profeta, il profeta immediatamente precedente Maometto.

Mi si lasci cominciare un discorso che sia incentrato sulle interrelazioni innanzitutto tra Cristiani ed Ebrei, e su quanto riguarda le ripercussioni di queste Fedi e dei propri dogmi sulla concreta vita quotidiana di coloro che a ciascuna di esse appartengono. E’ mia intenzione porre massimamente in risalto le enormi difficoltà che la convivenza tra le due categorie di fedeli ha comportato nei secoli precedenti il presente, presente in cui, a parte come detto la presenza di alcuni focolai di conflitto, come la Palestina e alcune altre zone del Medio Oriente, la situazione è abbastanza pacifica, anche in virtù della presenza rassicurante dello Stato di Israele, che è fonte di tutela anche internazionale per tutte le comunità ebraiche del mondo.

Quindi e per quanto detto sento l’esigenza di fare un discorso relativo al passato, nell’intento di ricostruire tutto ciò che è avvenuto nel corso dei secoli immediatamente precedenti il presente, prima che agli ebrei fossero concessi in tutti i Paesi del mondo, gli stessi diritti e gli stessi doveri degli altri cittadini, ciò che non vale per il passato. Per costruire il discorso ho scelto di incentrare l’analisi nel secolo XIX dal punto di vista cronologico; negli Stati Vaticani immediatamente prima della presa di Roma, dal punto vista spaziale.

Va detto innanzitutto che, mentre negli altri Stati europei tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo le idee medievali, anche quelle relative alla religione, mutavano


col mutare dei tempi e divenivano più vicine, in termini valoriali a quelle delle società attuali, ciò che fu di beneficio anche agli ebrei. Ma va detto anche che ciò non avvenne negli Stati pontifici, luoghi in cui le idee in materia di fede generalmente diffuse, conobbero un punto di svolta solo grazie all’occupazione francese e che la sconfitta di Napoleone e la conseguente restaurazione dell’”antico regime” ebbero come principale effetto il ripristino della autorità e dei confini di detti Stati. Insieme alle rivoluzioni politiche, come quella napoleonica, le tendenze conservatrici all’interno degli Stati pontifici erano nondimeno minate alle fondamenta dalla crescente e contraddittoria rilevanza della Rivoluzione industriale, a causa degli effetti di quest’ultima sulla vita economica e sociale del Continente. Le nuove idee portate da Napoleone sulle punte delle sue baionette, nonostante la sconfitta militare dell’invasore, non persero vigore nella coscienza dei popoli, e diedero luogo, anche negli Stati Pontifici, a periodiche rivolte popolari, che preannunciavano il futuro ordine laico dell’Europa. Tornato dall’esilio francese, Papa Pio VII non volle cedere e decise di non accogliere in seno alla Chiesa e al suo apparato le nuove idee portate dalla Rivoluzione. Nondimeno l’autorità del papa era stata minacciata fin dalla seconda metà del XVIII secolo, minacce che avevano indotto, nel 1773 Papa Clemente XIV a sciogliere l’ordine dei gesuiti. Il suo successore, Pio VI, fu costretto a concludere i suoi 25 anni di papato al di fuori dei propri territori, cioè in Francia. Nell’ottemperare alle intenzioni dichiarate in apertura alla presente sezione e cioè discorrere in merito ai rapporti tra cristiani ed ebrei, inizierò a partire dall’antisemitismo dei papi, proprio muovendo concettualmente dal papato di Pio VI, la cui figura costituisce un ottimo esempio di papa rigorosamente antisemita. Più tollerante fu Clemente XIV che in sostanza riaprì i ghetti, consentendo agli ebrei di svolgere tutte le attività normalmente svolte da cattolici. Per Pio VI come detto, tutto ciò era intollerabile, tanto che dopo la sua elezione al soglio emanò una bolla, l’”Editto sopra gli ebrei” (1775), in cui con rinnovato vigore ribadiva le scelte in merito agli ebrei compiute dai suoi antecessori, che erano peraltro la maggioranza, a parte alcune eccezioni. Le disposizioni della


bolla furono fatte osservare dalla Santa Inquisizione, come avveniva nel ‘500. Pio VI riaffermò con forza che gli Ebrei avrebbero dovuto essere confinati nei ghetti per non infettare la comunità cristiana. Ovviamente con ciò era vietato agli ebrei svolgere qualsiasi attività che non fosse quella di cenciaioli o di rigattieri. Il ghetto di Roma era situato sulle rive del Tevere, in una zona malsana e frequentemente inondata dalle acque del fiume, e i cui cancelli venivano chiusi al calar della notte. Individuare un ebreo era semplicissimo in quanto un provvedimento papale del XVI secolo imponeva di indossare uno speciale distintivo sugli abiti. Agli ebrei era proibito servire nelle case dei cristiani, e anche farsi servire da servitù cristiana. I cristiani e gli ebrei non potevano accedere se non ai rispettivi luoghi sacri, cioè rispettivamente le chiese e le sinagoghe. Agli ebrei era proibito incidere iscrizioni sulle lapidi dei loro defunti, che dovevano restare bianche. Per finire con il ritorno al passato voluto da Pio VI, il ripristino degli usi dei cristiani nei confronti degli ebrei fu coronato dall’obbligo della predica. Periodicamente un sacerdote denunciava come immorale, dinanzi a un pubblico composto da ebrei, la stessa legittimità del culto ebraico. Problemi di stabilità politica nei territori del papato, Pio VI li dovette affrontare quando nel 1796 i soldati francesi, portatori delle idee rivoluzionarie, invasero i territori pontifici. E nel 1798 i francesi per ordine di Napoleone, marciarono su Roma. Subito dopo il papa fu costretto a lasciare la sede vaticana per essere deportato in Francia, dove morì nel 1799. I francesi riaprirono le porte del ghetto e ripristinarono i diritti degli ebrei, conculcati dal defunto papa. Tuttavia quando le truppe provenienti da Napoli ripresero possesso della città, gli ebrei furono costretti a portare l’odiato distintivo giallo. Di nuovo.

Il nuovo papa si diede nome Pio VII e il primo atto di nomina da lui compiuto fu di ordinare cardinale Ercole Consalvi, che divenne anche Segretario di Stato. Consalvi sarebbe divenuto nel corso degli anni, uno dei maggiori statisti d’Europa svolgendo brillantemente il ruolo di segretario di stato vaticano. Tuttavia nei primi anni del XIX secolo Napoleone era tornato in auge e nel 1809 i francesi occuparono Roma costringendo Pio VII all’esilio, ancora una volta ripristinando i diritti degli ebrei dei


ghetti, le cui porte tornarono ad essere aperte. Tuttavia ciò si concluse solo cinque anni dopo con la definitiva sconfitta di Napoleone. La successiva riacquisizione in sede di trattativa internazionale, trattativa che si svolse prima a Parigi poi a Vienna, dei territori pontifici parte della Santa Sede si deve all’abilità diplomatica di Consalvi. Ma mentre Consalvi si trovava all’estero, in patria cioè in Santa Sede, si discuteva animatamente sul ripristino degli antichi provvedimenti restrittivi nel confronti degli ebrei. A colloquio con il pontefice Consalvi giudicò qualsiasi tentativo di ritorno al passato come improponibile dati i tempi e data la portata dei recenti avvenimenti. Ma Consalvi non riuscì nell’intento di convincere il papa in tal senso, cosicché ancor prima della chiusura del Congresso di Vienna i cancelli dei ghetti tornavano a chiudersi e fu ripristinata la Santa Inquisizione. Ciò avvenne a Roma ma in altri territori dello Stato Pontificio le cose andarono diversamente. Per proteggere gli abitanti da un ritorno di fiamma delle idee d’antico regime, quei territori furono provvisoriamente affidati agli Austriaci i quali non vedevano di buon occhio la presenza dei ghetti ebraici. E ovviamente nell’atto di restituzione delle Legazioni pontificie alla Santa Sede, e mossi anche dalle pressioni degli ebrei ravennati, gli austriaci posero la condizione che in quelle terre agli ebrei fossero riconosciuti pieni diritti.

Dicevo che Consalvi non riuscì nell’intento di combattere le chiusure del papa alle nuove idee e alle nuove realtà politiche degli Stati d’Europa, tanto che, sempre per le solite ragioni nel 1817 gli ebrei di Ancona lo pregarono di intervenire presso l’arcivescovo della città. La battaglia diplomatica perduta da Consalvi nel 1814–15 si dimostrò esiziale. Fino alla morte il papa continuò a ritenere gli ebrei uccisori di Cristo e ad agire di conseguenza. Se Consalvi fosse riuscito nei propri intenti probabilmente la situazione dei rapporti tra Chiesa ed ebrei nel secolo successivo sarebbe stata molto diversa e forse migliore.

Mi si consenta di accennare alla pratica dei battesimi forzati a carico di ebrei, soprattutto degli ebrei del ghetto, alcuni dei quali periodicamente sceglievano di diventar cattolici, spesse volte sotto la pressione delle autorità ecclesiastiche, altre,


più rare, di propria spontanea volontà. Si ricorda in proposito l’episodio di tale Geremia Anticoli di ventiquattro anni, sposato e padre di un bambino. Il giovane intendeva abbracciare la fede cristiana, egli soltanto, ma su pressione delle autorità ecclesiastiche responsabili del catecumenato, egli consentì a che sempre le autorità ecclesiastiche si recassero nel ghetto per prelevare sua moglie e suo figlio. Ciò avvenne con grande difficoltà in quanto gli abitanti del ghetto si ribellarono al magistrato incaricato del prelievo e giunsero anche a minacciare i due fattori del ghetto, cioè i responsabili dell’ordine all’interno del quartiere ebraico. Fu necessario l’invio di tre squadre di uomini legati ai catecumeni per rendere possibile l’uscita dal ghetto degli interessati. Una volta giunti moglie e figlio di Geremia all’interno della casa dei catecumeni, pian piano e con decoro si tentò di convincerli della fondamentale importanza per le loro anime, altrimenti condannate alla dannazione, di ricevere il sacramento battesimale. Alla fine dei quaranta giorni prescritti dalla Regola per tentare la conversione di un ebreo, soltanto il piccolo Lazzaro, cioè il figlio di Geremia, si lasciò convincere, mentre Pazienza, cioè la moglie di Geremia fu riportata nel ghetto insieme al marito, che intanto aveva maturato una disposizione d’animo contraria al battesimo.

Ad ogni modo la casa dei catecumeni aveva più volte e non solo nel caso del piccolo Lazzaro, assistito al “miracolo” della conversione di un ebreo alla vera fede.

La casa dei catecumeni fu fondata da Paolo III nel XVI secolo. Era destinata ad accogliere musulmani ed ebrei, ma la gran parte degli ospiti era di origine ebraica. Un secolo dopo papa Urbano VIII trasferì le sue branche in un’unica sede a Madonna dei Monti. L’edificio esiste ancora oggi. Le tre sezioni comprendevano innanzitutto la casa dei catecumeni, che era aperta ai battezzandi; la seconda sezione ospitava le donne; la terza parte, il Collegio, era il luogo in cui i convertiti ricevevano una educazione religiosa approfondita, e dove venivano preparati coloro che si avviavano al sacerdozio. Che cosa induceva alcuni giudei ad abbandonare il ghetto per chiedere accoglienza nella casa dei catecumeni? Si potrebbe pensare a persone che avessero esigenze spirituali da soddisfare, ma il più delle volte la scelta


del catecumenato dipendeva dalla possibilità che essa offriva di sfuggire alla povertà e di godere di maggiori libertà.

Per tornare alle vicende del secolo di allora, si era, non dimentichiamolo, in età immediatamente precedente al Congresso di Vienna, a seguito della sconfitta dei francesi si ebbe la fine delle libertà che questi ultimi garantivano, prima fra tutte quella di uscire dal ghetto, che fu revocata. Si tornò rapidamente ai costumi del passato. Come dicevo, col ritorno del papa a Roma dopo il ritiro delle truppe napoleoniche anche l’attività della casa dei catecumeni riprese. In particolare vi furono due casi che meritano di essere riportati: il primo è quello del battesimo di una bambina ad opera di una cristiana in visita nel ghetto; il secondo quello di un ebreo che, pur battezzato, aveva scelto di tornare all’ebraismo.

Per quanto attiene al primo dei due casi menzionati, cioè quello della bambina ebrea che ricevette il battesimo da parte di una donna cattolica di nome Maddalena, e all’insaputa della madre, il caso fu preso talmente a cuore dal Rettore della casa catecumenale, che sempre il rettore chiese udienza al papa per convenire il da farsi. Cinque anni dopo il fatto, allontanati i francesi, Maddalena si recò nuovamente presso la casa catecumenale per chiedere informazioni in merito alla sorte della bambina, che intanto era stata riportata nel ghetto. Il rettore inviò una squadra di polizia nel ghetto per prelevare la ragazzina, ma gli abitanti rifiutarono di consegnarla. Fu allora che il reggente dei catecumeni si rivolse alla Santa Inquisizione per avere il permesso di far tornare la ragazzina presso la casa catecumenale. L’inquisizione si espresse favorevolmente nei riguardi della richiesta del reggente, e qualche tempo dopo sanzionò pubblicamente la propria decisione.

Altro caso rilevante per il discorso in parola fu quello di tale Salvatore Tivoli, il quale alla età di 24 anni era comparso presso la casa dei catecumeni chiedendo di essere battezzato, cosa che avvenne. Il giovane fu assunto come cuoco dei catecumeni. Dopo circa un anno il giovane scomparve. Solo più tardi si seppe che si era imbarcato per la Turchia e che, abbandonata la fede cristiana viveva ora nel ghetto di Adrianopoli. Dopo qualche tempo il rettore scoprì che il giovane sia era


nel frattempo trasferito a Livorno, era sposato e sua moglie era incinta. Quando ne ebbe materialmente la possibilità, il rettore partì alla volta di Livorno per catturare l’apostata e consegnarlo nelle mani dell’Inquisizione. Per far ciò, a seguito di iniziali difficoltà nell’attivare le autorità preposte a tali questioni, il rettore si rivolse al Vaticano. In breve la coppia fu individuata, la donna, di nome Rebecca diede poco dopo alla luce una bambina, mentre del marito si persero le tracce.

La vicenda si risolse con l’intervento delle autorità vaticane in Toscana. La bimba fu battezzata a Livorno e le fu imposto il nome di Fortunata. Il certificato di battesimo la indicava come figlia illegittima perché secondo la dottrina ecclesiastica in merito il matrimonio tra un ebreo, per di più apostata, e un ebrea non era valido.

Questi due casi sono esemplificativi di una prassi, ad esempio quella del battesimo occulto della bambina da parte di Maddalena, che suscitò le preghiere degli ebrei presso il Santo Padre, il quale si pronunciò affermando che il battesimo occulto era vietato ma che una volta formalizzato rimaneva valido. Anche così però si verificavano problemi di una certa rilevanza relativamente alla possibilità di preservare l’unità delle famiglie ebree a uno dei cui membri venisse impartito quel particolare sacramento. In questo tipo di situazioni era compito della Santa Inquisizione stabilire se le modalità del battesimo fossero coerenti con la dottrina e con la prassi. Ad esempio nel caso di Maddalena, questa affermò che la bimba era in cattive condizioni di salute e avrebbe potuto morire, senza che la sua piccola anima potesse essere salvata dal battesimo. In un caso del genere infatti, il battesimo era del tutto ammissibile.

Altro caso fu quello di Perla Bises, quando nel 1814 due ragazzine ebree e due ragazzine cattoliche fecero amicizia e recatesi presso un fonte battesimale una delle due ragazze cristiane battezzò una delle due ragazze ebree. Ciò, date anche le circostanze storiche in cui il fatto avvenne, cioè l’uscita dei francesi dal Vaticano, persuase la famiglia della ragazza ebrea battezzata, a rifugiarsi a Livorno, dove visse indisturbata per tre anni, dopo di che sperando che le acque si fossero calmate la famiglia tornò a Roma. Si era nell’anno 1817. La sorella della ragazza ebrea


battezzata, di nome Perla, cominciò a manifestare i segni di una vocazione al battesimo, così un giorno uscì di casa e si recò presso i catecumeni, pregandoli di battezzarla e di accogliere presso di loro anche la sorella, che era già stata battezzata. Adita la Santa Inquisizione e fatte le verifiche del caso, risultò che il battesimo di Perla era valido mentre quello di sua sorella, di nome Sara non lo era perché frutto di un gioco tra bambine. Cosicché Perla rimase tra i catecumeni mentre Sara fu lasciata tornare a casa.

Altro caso peculiare si verificò nel Gran Ducato di Toscana, laddove una levatrice cristiana battezzò segretamente una neonata che poco dopo morì. Dato che il prete locale era stato informato del fatto, volle che la piccola fosse seppellita in terra consacrata, ma a causa delle proteste della potente comunità ebraica di Livorno si verificò un diffuso malcontento sia nella comunità ebraica che in quella cattolica e tra le due comunità relativamente al luogo e alle modalità della sepoltura. Venne adita allo scopo di sedare gli animi, una commissione composta da tre teologi, i quali giunsero alla conclusione che il battesimo era valido. L’indagine durò sei mesi dopo i quali il corpicino della neonata fu traslato in terra consacrata.

Altro caso si verificò nel 1851 quando un anziano ebreo di nome Sabato Pavoncello morì in un ospedale romano. Quando i suoi cari richiesero la restituzione del corpo, appresero che era stato sepolto in terra consacrata. I rappresentanti del ghetto chiesero spiegazioni al cardinale vicario, il quale rispose dicendo che quella mattina era stato accompagnato al capezzale di un ebreo morente, e aveva pregato quest’ultimo di convertirsi al cristianesimo. Poi aveva chiesto al morente, che era ormai incapace di comunicare, che se intendeva essere battezzato avrebbe dovuto chiudere gli occhi e stringere la mano del cardinale in segno di accettazione del battesimo, cosa che Sabato non mancò di fare.

Tuttavia gli episodi appena raccontati sono solo casi particolari perché di regola coloro che accedevano alla casa dei catecumeni erano giovani uomini sposati con moglie e prole al seguito, intenzionati a ricevere il battesimo. Ovviamente il battesimo avrebbero dovuto riceverlo tutti i componenti di ogni singola famiglia, in


quanto era cosa nota che le autorità cattoliche non tolleravano che un battezzato condividesse lo stesso tetto con una donna ebrea, la quale quindi avrebbe dovuto ricevere il battesimo insieme al marito e ad una eventuale prole. Nei quattro anni compresi tra il 1814 e il 1818 la polizia entrò nel ghetto ben 22 volte, sempre di notte per trascinare ebrei nella casa dei catecumeni.

Il modo con cui i catecumeni agivano nei confronti delle donne ebree era sostanzialmente fondato sul ricatto. Una volta battezzati i loro figli alle madri veniva detto che se rifiutavano la conversione non li avrebbero più rivisti perché sarebbero rimasti nella casa catecumenale e cresciuti ed educati secondo principi cristiani, ed esse madri sarebbero tornate nel ghetto. Tuttavia alcune donne furono così ostinate che rifiutarono di convertirsi anche a costo di perdere la prole.

Problemi diversi si presentavano quando le donne che entravano nella casa dei catecumeni erano incinte, perché tutto ciò implicava di salvare due anime e non solo una, cosicché alla madre veniva chiesto se intendeva convertirsi e se la risposta era positiva si riteneva battezzato anche il nascituro.

Il settembre del 1823 fu un anno memorabile per la Santa Sede. Pio VII era appena morto. Ma questo evento non occupava come avrebbe dovuto i pensieri del rettore della casa dei catecumeni, che era impegnato con il caso di tale Pellegrino, il quale anelando al battesimo aveva portato con se anche sua moglie, che era incinta, di nome Flaminia. Tuttavia poco tempo dopo Pellegrino dichiarò di voler tornare nel ghetto, tuttavia i catecumeni si opposero fermamente alla volontà di Pellegrino di portare con sé moglie e nascituro, e nondimeno gli fu detto che anche se sua moglie fosse rimasta ebrea il bambino, ove fosse nato, avrebbe dovuto essere battezzato, e lei non avrebbe più potuto tenerlo con sé. Flaminia per tutto il tempo in cui rimase presso i catecumeni, rifiutò costantemente di mangiare cibo che non fosse kosher, e continuamente piangeva e si lamentava di essere tormentata dai religiosi. Fu per questo che la donna venne rimandata nel ghetto. Tuttavia tra i catecumeni e i fattori del ghetto venne raggiunto il seguente accordo. Se il bimbo fosse nato, avrebbe dovuto essere affidato ad una balia cristiana, che se ne sarebbe presa cura. Il giorno


successivo la donna ebrea partorì un maschietto, che la levatrice portò subito nella casa dei catecumeni, dove fu battezzato.

Si potrebbero citare molti di questi casi ma il contenuto cambierebbe poco. Il timore che aleggiava nei ghetti negli anni successivi al ritorno del pontefice, a causa delle visite notturne della polizia e del sequestro di donne e bambini, continuò fino a quando esistettero gli stati pontifici.

Nel 1823 avvenne l’ascesa al soglio pontificio di Annibale della Genga. Le discussioni che precedettero la nomina furono molto accese all’interno del Conclave, con due fazioni contrapposte, da un lato gli “zelanti”, cioè coloro che erano più inclini a mantenere nei confronti degli ebrei le restrizioni che Pio VII aveva voluto; dall’altro coloro i quali avrebbero voluto che le “aperture” nei confronti degli ebrei che erano state ottenute dal segretario di stato Consalvi venissero conservate. Non si riusciva a trovare un accordo tra le opposte fazioni in termini di voto, così le preferenze caddero su un candidato condiviso, per l’appunto il Della Genga. Tuttavia il Consalvi poteva contare sulla stima di coloro che erano a capo delle grandi nazioni europee, primo fra tutti il principe Metternich, cancelliere austriaco e il più importante artefice del Congresso di Vienna, evento che aveva portato alla Restaurazione dopo la sconfitta di Napoleone. Metternich si pose in contatto con altri leader europei per favorire l’elezione al soglio dello stesso Consalvi, ma senza esito. Il risultato di complicate trattative in cui intervennero anche i rappresentanti di molte corti europee, fu che al candidato inizialmente scelto per l’ascesa al soglio, cioè il cardinale Antonio Severoli, venne sostituito il Della Genga, appoggiato coattivamente dai voti del Severoli. Il Della Genga assunse il nome di Leone XII, ciò che voleva essere un tributo al Leone XI che secoli addietro aveva conferito agli antenati del Della Genga lo status nobiliare. Grazie a Della Genga, lo Stato Vaticano ritornò alla pratica di costumi sociali molto più spartani di quelli che Pio VII, grazie alle iniziative del segretario di stato Consalvi, aveva consentito. In particolare furono introdotti, in ottemperanza a tale nuovo orientamento pontificio, provvedimenti, in relazione ai costumi e alle usanze


popolari, che alienarono al nuovo papa le simpatie del volgo. Leone XII proibì di vendere alcolici nelle taverne, disapprovò la diffusione del valzer definendolo un ballo osceno, fece rimuovere le statue raffiguranti donne nude, e dispose che chiunque per strada si avvicinasse troppo ad una donna nuda potesse essere arrestato. Sta di fatto che le riforme volute da Consalvi furono abbandonate, con grande soddisfazione dei cardinali appartenenti al novero degli “zelanti”, gruppo contrapposto a quello dei riformisti. Riguardo poi ai tentativi di sovversione del nuovo ordinamento degli Stati pontifici, specialmente nel caso di Ravenna, che fu il più eclatante, il nuovo papa inviò sul posto il cardinale Agostino Rivarola, il quale represse la sedizione con centinaia di condanne alla pena capitale per impiccagione. Per quanto riguarda i ghetti, come detto le aperture inizialmente introdotte con la mediazione del Consalvi divennero lettera morta. Tutti coloro che uscivano dai ghetti erano tenuti a rientrarvi per non uscirne più. Altro principio restrittivo e degradante fu quello delle prediche obbligatorie, istituzione che risaliva a secoli addietro e di cui mi pare di aver già detto. Nondimeno oltre all’adozione di provvedimenti a carattere amministrativo, principalmente in ordine alle limitazioni alla circolazione, nei confronti degli ebrei, l’opposizione del papato agli ebrei del ghetto iniziò a poggiare anche su una base ideologica.                                     Uno dei primi segnali di questa offensiva ideologica fu la pubblicazione, nel 1825, di un lungo trattato sugli ebrei pubblicato sul “Giornale ecclesiastico” di Roma ad opera del domenicano Jabalot. L’opuscolo in parola riproponeva molte delle accuse tradizionalmente mosse agli ebrei, dall’accusa di “deicidio” alla imputazione al popolo ebraico di aver tentato di abbattere la Chiesa cattolica attraverso la riduzione del numero dei cristiani mediante impoverimento, quest’ultimo indotto da pratiche aberranti come l’usura. Nondimeno veniva loro attribuita una orrenda colpa , cioè che fossero soliti lavarsi le mani nel sangue di cristiani all’uopo assassinati, di mettere a fuoco le Chiese, calpestare le ostie consacrate, rapire i bambini cristiani e scannarli, e abusare delle donne consacrate a Dio e delle battezzate e così via. Infine l’opuscolo


aggiungeva che ovunque essi vivessero, gli ebrei costituivano uno “Stato nello Stato”.

Un esempio tipico della verificabilità delle accuse mosse agli ebrei da Jabalot nel suo opuscolo era costituito dalla città di Pesaro, nella quale città gli ebrei godevano di una maggiore libertà che negli altri luoghi sottoposti alla dominazione vaticana. Anche a causa delle frequenti lamentele dei cittadini cristiani degli Stati pontifici il papa nel 1825 ordinò che tutti gli ebrei tornassero nei ghetti e che le restrizioni alla loro libertà decise dai papi del passato, fossero ripristinate. Per uscire temporaneamente dal ghetto, gli ebrei erano tenuti a chiedere uno speciale permesso all’autorità ecclesiastica, che dovevano poi esibire sempre alla medesima autorità una volta giunti a destinazione. A quell’epoca solo poche città disponevano di un ghetto: città come Roma, Venezia, Ancona e Ferrara che avevano i ghetti maggiori, mentre altri ghetti minori si trovavano in cittadine come Cento, Lugo, Pesaro, Senigallia e Urbino.

A Roma gli ebrei stilarono una petizione chiedendo clemenza sia al papa sia alla Santa Inquisizione. La petizione portava a conoscenza delle gerarchie ecclesiastiche la situazione in cui gli ebrei si sarebbero trovati se fossero stati costretti a tornare nei ghetti. Poiché gli ebrei esercitavano le proprie attività commerciali al di fuori dei ghetti, e poiché non potevano possedere immobili o esercitare professioni, sarebbero stati ridotti alla fame dal ripristino dell’obbligo di non poter lasciare i ghetti, i quali peraltro erano luoghi inadatti a conservare i loro beni, e ciò ovviamente per mancanza di spazio. Solleciti verso le proteste degli ebrei, alcuni prelati si attivarono in loro favore. L’arcivescovo di Senigallia ad esempio, lamentava che l’assenza degli ebrei dalla fiera cittadina, avrebbe prodotto immani conseguenze in termini economici in quanto gli ebrei, esperti commercianti, conducevano nella città e durante la fiera i propri affari, i quali peraltro erano fonte di ricchezza per tutti coloro che con gli ebrei quegli affari concludevano, primi fra tutti i cristiani. Alcuni cardinali chiedevano anche che fosse ripristinata la possibilità per i cristiani di frequentare abitazioni e famiglie ebraiche, per aiutarle nella cura domestica. Nel


1829, dopo la morte di Leone XII, il vescovo di Foligno mandò una lettera piena di rimostranze alla Santa Inquisizione in cui perorava che non venissero allontanate dalla città tre famiglie ebraiche, le quali erano proprietarie in solido di una fabbrica tessile che dava lavoro a molti poveri della città, soprattutto donne. Poiché l’esercizio di attività economiche da parte degli ebrei era assai mal visto dalla Santa Inquisizione, il vescovo si affrettava ad aggiungere che la manifattura in parola era gestita sostanzialmente da cristiani, sebbene col benestare della comunità ebraica. La Santa Inquisizione respinse però le suppliche del vescovo e ordinò l’allontanamento degli ebrei da ogni e qualsivoglia attività economica. Nell’aprile del 1829 ascese al soglio pontificio Pio VIII che tuttavia morì dopo pochi mesi, e che nondimeno ebbe il tempo di disporre misure ancor più coercitive a danno degli ebrei. Nuovo papa fu ordinato Mauro Cappellari, un monaco sessantacinquenne che prese il nome di Gregorio XVI. Dopo due giorni dalla nomina del nuovo papa esplosero disordini a Bologna, da dove il nunzio apostolico fu cacciato e dove in segno di ribellione venne issato il tricolore italiano al posto del vessillo dello stato pontificio. La rivolta si diffuse presto in altre città, e poiché il papa non era in grado di gestire la situazione si rivolse agli austriaci che intervennero ponendo militarmente fine ai torbidi. Ma poco dopo l’allontanamento degli austriaci scoppiarono altri disordini che ancora una volta le truppe austriache furono chiamate a reprimere. Le truppe austriache sarebbero rimaste per sette anni ancora a proteggere lo stato pontificio. Nel 1832 Gregorio XVI emanò una bolla nella quale condannava la libertà di stampa e denunciava come priva di legittimazione la separazione tra Chiesa e Stato, nonché il proposito di concedere a tutti i cittadini uguali diritti a prescindere dalla religione professata.

A causa di una epidemia di colera che colpì l’intera Europa e quindi anche Roma, il papa ordinò che le condizioni del ghetto, ormai divenuto fomite di contagio a causa delle pessime condizioni igieniche, fossero vagliate da un Commissione per la salute pubblica, la quale adottò alcuni provvedimenti come un modesto ampliamento della struttura e la concessione ai grossisti ebrei di uscire dal ghetto per concludere i loro


affari. Un incaricato del papa procedette ad una nuova ispezione delle condizioni del ghetto, e ne ricavò le peggiori impressioni. In un’area che poteva ospitare fino a duemila persone, ne vivevano più di tremilacinquecento, cosicché ciò comportava che ad esempio in due camere di una stessa abitazione vivessero tra le otto e le dodici persone e che in tre camere fossero costrette ad abitare sette famiglie.

Una lunga supplica da parte della comunità ebraica raggiunse il papa nel frangente della suddetta epidemia di colera, supplicando il pontefice di adottare provvedimenti riguardo al carnevale e di porre fine alle umiliazioni che, durante quelle celebrazioni avevano ad oggetto gli ebrei, ad esempio l’obbligo di correre nudi per le strade della città. Il papa, sensibile alla richiesta, dispensò gli ebrei dal partecipare al carnevale imponendo però loro di pagare una pesante tassa per le spese inerenti le celebrazioni della ricorrenza.

Tuttavia il perdurare di altri momenti celebrativi e assai umilianti per gli ebrei indusse il popolo di Dio ad inoltrare una ulteriore supplica a papa Gregorio XVI, il quale però questa volta non vi prestò orecchio e dispose il mantenimento delle celebrazioni. Dato che per tutta risposta gli ebrei cominciarono ad adottare di nuovo i comportamenti che le gerarchie ecclesiastiche e in particolare la Santa Inquisizione avevano loro vietato, ad esempio uscire dai ghetti anche di notte, allora il pontefice ripristinò i provvedimenti a suo tempo adottati dal suo predecessore Pio VI, ma questa volta senza il consenso degli ebrei. Tuttavia, in virtù della pressione delle comunità ebraiche in tal senso, vennero introdotti anche provvedimenti meno restrittivi: gli ebrei avrebbero potuto assumere personale cristiano, ma solo di età superiore ai quarant’anni e in caso di donne solo se sposate. Tuttavia i servi non erano autorizzati a passare la notte in casa di ebrei. Quanto alle balie cristiane, esse non potevano allattare figli di ebrei a meno che all’esterno del ghetto. Tuttavia le idee dell’illuminismo avevano permeato anche gli Stati pontifici cosicché a un certo momento si diffuse nei territori della Santa Sede un opuscolo che inveiva non solo contro il papa ma anche contro l’inquisitore di Ancona. Sulla base dell’opuscolo gli ebrei di Ancona e degli altri ghetti presero nuovamente a protestare e contestare


l’autorità pontificia, con il pericolo evidente di nuove sollevazioni. Si era addirittura sparsa la voce che gli ebrei avessero adottato l’usanza di scrivere sulle lapidi dei loro morti i nomi di questi ultimi, mentre la chiesa imponeva che le lapidi restassero bianche.

Nell’estate del 1843 si ebbe una svolta nella vicenda. Il papa ricevette una lettera dal barone Metternich, nella quale quest’ultimo lamentava la intollerabile continuazione delle restrizioni antiebraiche, la quali peraltro avevano dato luogo a sommovimenti che proprio Metternich aveva represso inviando l’esercito austriaco nei territori pontifici per ben due volte. Per di più la lettera di Metternich era motivata da una protesta avanzata dal finanziere e barone Salomon Rothschild, di Vienna. Il barone ebreo era stato mosso a pietà da una supplica pervenutagli dagli abitanti del ghetto di Ancona, che chiedevano fosse interrotta da parte del pontefice la campagna favorevole alla ghettizzazione, che infine cessò proprio grazie all’indiretto interessamento del barone Rothschild.

Nato a Francoforte come piccola attività finanziaria, l’impero dei Rothschild, fondato sulla finanza, cominciò a prosperare dopo il 1814. Ai Rothschild si deve la fondazione del mercato borsistico, e da ciò un talento nella finanza che li portò a diventare una delle famiglie più ricche e più potenti d’Europa. I rapporti tra Metternich e Salomon Rothschild erano profondi, tanto che Metternich si appoggiava a lui quando occorreva erogare prestiti ad esempio destinati al governo austriaco, come ad altri governi, compreso lo Stato Vaticano.

Gregorio XVI si trovava perciò nell’imbarazzante situazione di essere sostenuto economicamente in ultima istanza, sebbene per il tramite di Metternich, da finanziatori ebrei. Così, nel gennaio 1832, in ottemperanza al desiderio di Metternich che gli Stati pontifici non cadessero, il Vaticano ottenne il prestito, e a suggellare l’intesa vi fu un incontro tra il pontefice e Carl Rotschild che in quell’occasione divenne membro per volontà del papa dell’ordine di San Giorgio.

Una nuova missiva da parte di Metternich fu rivolta al Pontefice nel 1843. In essa Metternich giudicava superate dalla storia certe pratiche di governo, rammentando


al Pontefice che sebbene dal punto di vista religioso le convinzioni e i dogmi di fede siano immutabili, nondimeno dal punto di vista politico alcune scelte devono necessariamente tener conto dei tempi presenti. Tempi, continua Metternich, in cui anche gli ebrei avevano perso il loro approccio fanatico alle questioni di fede, cosicché avrebbero potuto ben essere oggetto di maggiore tolleranza senza che per questo si verificassero compromissioni dell’ordine pubblico o della pubblica decenza. Nella sua missiva di risposta, affidata all’ambasciatore austriaco in Italia, il papa faceva presente che le restrizioni nei confronti degli ebrei erano motivate dalla stessa necessità di osservare la cristiana dottrina e per ragioni che attenevano anche alla conservazione dell’ordine pubblico, della pubblica moralità, e dei principi di una sana vita cristiana da parte di tutti coloro che, cristiani, vivevano al di fuori delle mura del ghetto. L’unica concessione fatta a Metternich e alle sue richieste dal pontefice era quella di concedere ai cristiani più anziani di lavorare per gli ebrei, purché lasciassero il ghetto al calar della notte.

Per quanto riguarda gli ebrei di Ancona, ai tempi dello scambio di lettere tra Metternich e il papa, essi rifiutavano di rientrare nei ghetti, dando luogo a sommosse e torbidi, situazione questa che interessava tutti gli stati pontifici in quel preciso momento storico. Il papa intervenne con una serie di missive dirette alle gerarchie di Ancona e di Pesaro e di altre città in cui vi fossero dei ghetti, affermando con forza la necessità, per la vita degli ebrei di quelle città, di non mettere alla prova ulteriormente la bontà del pontefice per non dover subire le conseguenze di una eccessiva insistenza.

Nel frattempo a Roma Gregorio XVI ripristinò le prediche obbligatorie, che se non ascoltate determinavano a carico dell’assente il pagamento di una ammenda. Per non dover soggiacere al peso di fomentare il malcontento ebraico oltremisura, il cardinale vicario stabilì che le prediche non avrebbero avuto luogo nell’intervallo tra la morte di un pontefice e l’elezione del successore e in tutte le domeniche in cui nevica o vi è nevischio per strada, ciò per impedire la turpe abitudine dei cristiani, di lanciare palle di neve agli ebrei.