Le accuse di omicidio rituale
Nei primi mesi del 1840 si diffuse in tutta Europa una notizia agghiacciante proveniente da Damasco, Siria. Una sera di qualche mese prima Padre Tommaso, un frate cappuccino avanti negli anni, non aveva più fatto ritorno al monastero e se ne erano perse le tracce. Il giorno 5 di due mesi prima si era recato nel quartiere ebraico e non ne aveva più fatto ritorno. Il mistero della comparsa, scrivevano i giornali, era stato ben presto risolto. Il frate cappuccino era stato invitato nella casa di un ebreo, a nome David Harrari, e lì un gruppo di ebrei gli erano saltati addosso, lo avevano immobilizzato, gli avevano fasciato la bocca cosicché non potesse parlare, lo avevano legato mani e piedi con delle funi, e infine, disteso sopra un tavolaccio, lo avevano scannato allo scopo di dissanguarlo. Una volta morto padre Tommaso, gli ebrei ne avevano bruciato gli indumenti dopo averli tolti al cadavere e, trasferito il corpo in un’altra stanza cominciarono a ridurlo in pezzi minutissimi che raccolsero in un sacco e che gettarono in un condotto di acqua sporca nei pressi del luogo dove era avvenuto lo scempio. Dopodiché versarono il sangue in un recipiente e lo consegnarono ad un rabbino presente sul posto.
Ovviamente appena si seppe della scomparsa del frate le autorità locali di Damasco avviarono una indagine, che presto portò alla cattura di coloro che si sospettava fossero stati gli autori della barbarie. Nel frattempo le autorità avevano trovato il luogo in cui erano stati gettati i resti del frate. I frammenti ossei furono raccolti e custoditi in una scatola di legno.
Per il tramite del segretario di stato per gli affari esteri, la Santa Sede seguiva con interesse la vicenda in base alle notizie provenienti dalla Siria, e pian piano anche grazie all’impegno in tal senso dei funzionari vaticani dislocati a Damasco, il papa conobbe i particolari della vicenda. Ciò che restò fino ad un certo momento oscuro fu il movente del brutale assassinio. La spiegazione venne rinvenuta nella natura delle pratiche religiose degli ebrei, i quali da tempi immemorabili erano ritenuti responsabili di praticare riti religiosi contrari alla legge e moralmente abominevoli. Gli ebrei di Damasco ritenuti responsabili del misfatto furono sospettati di aver
commesso anche altri abomini della stessa natura e con le stesse dinamiche, perché, diceva la gente, a volte scomparivano persone, tra giovani, anziani e bambini e di essi si perdevano le tracce.
In quei giorni si diffuse un libro che nei decenni successivi avrebbe avuto largo successo. Nel libro veniva svelata la ragione dei periodici assassinii motivandola con l’esigenza da parte degli ebrei di sangue cristiano in occasione della celebrazione dei loro riti sacri. Il libro era stato scritto da un ebreo convertitosi al cattolicesimo ortodosso e diventato poi monaco, il quale nello scritto rivelava i motivi dell’omicidio rituale: innanzitutto l’odio che gli ebrei nutrono nei confronti dei cristiani li porta a credere che mediante l’assassinio di cristiani essi operano un sacrificio al loro Dio; in secondo luogo hanno bisogno del sangue cristiano per operare la loro magia; in terzo luogo perché, sospettando che Gesù fosse il vero messia, credono di salvarsi aspergendosi con sangue cristiano.
Precisava l’autore del libro che l’odio degli ebrei per i cristiani veniva espresso in molti modi. Ad esempio la vigilia di Natale e in occasione dell’Epifania gli ebrei trascorrono tutta la notte giocando a carte e bestemmiando Cristo, Sua Madre e tutti i Santi. I bambini ebrei imparano presto a odiare i cristiani e a maledirli. Gli ebrei, asseriva il testo, utilizzavano il sangue cristiano in molti modi, ad esempio durante la circoncisione dei bambini gli ebrei ponevano un po’ di sangue cristiano sulla ferita. In questo modo credevano che il bambino si salvasse dalla contaminazione con il sangue di Cristo. Durante il pranzo pasquale poi, opportuno per ogni ebreo era mangiare un pezzetto del pane azzimo contenente una certa quantità di sangue cristiano. Particolarmente pericolosa la celebrazione del rituale detto “Purim” durante il quale è prescritto dalle crudeli leggi ebraiche, di uccidere un cristiano e di berne il sangue, contenuto dentro l’impasto di alcuni pani triangolari. Tuttavia, mentre nella festività rituale di Purim era sufficiente uccidere un cristiano, nella Pasqua l’omicidio da solo non era sufficiente, in quanto in questa ricorrenza essi erano tenuti a tormentare e uccidere un cristiano come fu tormentato e ucciso Cristo.
Il Vaticano inviò il manoscritto del monaco moldavo a chi di dovere nel Ducato di Modena che si trovava fuori dai territori pontifici, nella sicurezza che da lì lo scritto si sarebbe diffuso in tutta Europa. Le conseguenze non furono però quelle attese. Molto presto quotidiani austriaci pubblicarono nette smentite sull’episodio del frate ucciso. Innanzitutto, dicevano quei quotidiani, non era affatto certo che padre Tommaso fosse stato assassinato e tanto meno da ebrei. Gli esperti avevano dimostrato che le presunte ossa del frate ritrovate nel condotto non fossero neanche umane. Contemporaneamente cominciarono a circolare in Europa resoconti delle torture inflitte agli ebrei cui si imputava il presunto omicidio, usate per estorcere le confessioni. Ad esempio le abominevoli sevizie cui era stato sottoposto il rabbino accusato di aver partecipato al presunto omicidio rituale del frate. Va detto però che nonostante le torture il rabbino non modificò la sua dichiarazione di non colpevolezza. Anche i governi inglese e austriaco lamentarono la durezza delle torture presso le autorità di Damasco. Ma nel frattempo due degli ebrei accusati erano già morti. Sottoposto alla pressione internazionale, il viceré di Damasco sospese l’impiccagione di dieci tra gli ebrei accusati. Nel frattempo anche gli ebrei di Inghilterra e Francia premevano sul governo di Damasco per ottenere che le autorità competenti ponessero fine al caso.
Intanto negli ambienti ecclesiastici, in particolare presso la Santa Sede si riteneva che l’uccisione di Padre Tommaso fosse stata certamente e fondatamente opera di ebrei. Sennonché la corte austriaca per mezzo del solito Metternich offriva una versione alternativa della morte del frate, versione che egli fece giungere alla conoscenza del Pontefice.
La versione alternativa era la seguente: tre giorni prima della sparizione di Padre Tommaso, il frate era stato visto protagonista di una rude contesa con alcuni musulmani arabi, uno dei quali gli giurò pubblicamente vendetta. Inoltre il giorno precedente la sparizione, il frate era stato visto uscire dalla stessa porta dalla quale solitamente rientrava in convento, e da cui ovviamente era solito uscire e rientrare. Colui il quale, israelita, interrogato dalle autorità, aveva fornito questa versione dei
fatti, fu ucciso a bastonate. Si poteva ritenere, spiegava Metternich, che il frate avesse voluto sottrarsi con la fuga alla vendetta del predetto musulmano, rifugiandosi in uno dei conventi situati sui monti del Libano, dove probabilmente si trovava tutt’ora.
La risposta del Pontefice, per mano del cardinale Lambruschini non si fece attendere. La lettera insisteva sul fatto che persone ben informate appartenenti alla gerarchia ecclesiastica e degne di fede, avevano in verità concluso a seguito delle dovute e necessarie verifiche, che l’omicidio di Padre Tommaso era stato opera di coloro che le pubbliche autorità di Damasco avevano considerato responsabili e che peraltro avevano confessato la propria colpevolezza. Anche ammesso come riteneva Metternich, che Padre Tommaso fosse ancora vivo, non poteva assolutamente ammettersi l’ipotesi che egli non avesse avuto conoscenza del fatto di cui veniva considerato vittima. In tal caso infatti, il frate avrebbe sicuramente trovato il modo di comunicare la propria presenza in vita anche se forse prudentemente avrebbe taciuto sull’ubicazione del luogo in cui si trovava. Inoltre una lettera inviata dal console toscano in Alessandria d’Egitto, si poneva la seguente domanda “retorica” a sostegno della tesi della colpevolezza degli ebrei imputati del misfatto. La domanda posta dal console era la seguente: dato che gli ebrei imputati appartenevano alle classi sociali più ricche e stimate di Damasco, quale altro motivo poteva giustificare la tremenda fine del frate per mano loro se non un qualche ancestrale e terribile rito sacrificale? Alla lettera il console accludeva alcuni stralci del Talmud, quelli cioè utilizzati nelle indagini da parte delle autorità di Damasco. Gli estratti del Talmud avevano la funzione di confermarne la natura, più volte e da più parti asserita, di libro satanico o comunque maledetto. Il rapporto con il Talmud da parte delle autorità ecclesiastiche era stato sempre un cattivo rapporto. Ad esempio nel 1242 sempre le autorità ecclesiastiche, condannando le pratiche che il Talmud imponeva ai fedeli ebraici, ne ordinò il rogo di tutte le copie esistenti. Nel 1553 una commissione di sei cardinali dichiarò il Talmud blasfemo e ne ordinò il sequestro e la distruzione. Da quanto detto emerge che, al di là di tutto ciò che il Talmud
condensava in merito alla fede ebraica, le autorità religiose cattoliche lo considerassero e continuassero a considerarlo un libro blasfemo e pericoloso che indicava agli uomini il sentiero della malvagità in quanto in esso si rifiutava Cristo, il Messia. Eppure mentre il Talmud contiene alcuni passi in cui si dà adito ad una visione piuttosto miope della realtà della fede, in sostanza impone di accettare, quale caposaldo della religione, i dieci comandamenti e cioè la legge mosaica come dettata da Dio al suo profeta, per l’appunto Mosè.
Intanto il console toscano in Alessandria continuava a tenere aggiornato il Pontefice relativamente all’evoluzione della vicenda del presunto omicidio. Uno dei prigionieri aveva affermato che il rapimento e l’uccisione rituale di Padre Tommaso era stata idea del Rabbino capo di Damasco. Il prigioniero in questione, di nome Moses, poco prima della testimonianza fu riaccompagnato dalle autorità in casa propria perché consegnasse la bottiglia contente il sangue di Padre Tommaso. La moglie di Moses supplicando le autorità affermava che non c’era nessuna bottiglia contenente sangue, e che cessassero le torture su suo marito. Ma le torture contro Moses ripresero, e furono così atroci che l’accusato infine confessò in cambio della libertà.
Intanto le comunità ebraiche europee, in particolare la francese e l’inglese, con l’appoggio dei rispettivi governi, si erano mobilitate ed erano persino state inviate alcune loro rappresentanze a Damasco. Giunti ad Alessandria coloro i quali erano a capo delle legazioni, traendo a pretesto la questione dell’assassinio del frate, dichiararono al Califfo Mehmet Alì che la loro supplica non era diretta a lui, cioè non al viceré ma al sultano dell’Impero ottomano nella contesa per i territori non egiziani. Una condizione di favore da realizzare era la scarcerazione dei prigionieri ebrei, che evidentemente stava a cuore al Sultano ottomano.
Intanto Moses Montefiore, in rappresentanza della delegazione ebraica inglese presso il viceré, tentò, mettendosi in viaggio per Roma, di raggiungere la sede papale e una volta lì convincere il papa a far rimuovere la lapide innalzata a ricordo di Padre Tommaso. Moses dovette attendere una settimana al termine della quale gli
fu detto che il papa non lo avrebbe ricevuto. Tre mesi dopo Moses Montefiore ricevette un pacchetto dal nunzio apostolico a Vienna, contenente una copia dell’opuscolo moldavo che ora era nelle mani di un rappresentante della democrazia britannica.
In tale opuscolo veniva fermamente ribadita la versione dei fatti e l’opinione favorevole a ritenere la colpevolezza degli ebrei di Damasco espresse dalla Chiesa cattolica in merito alla vicenda del frate damasceno. Una vicenda che purtroppo avrebbe fatto storia nell’ambito del movimento antisemita internazionale.
La fine di un’era
Quando Gregorio XVI morì, nel 1846, apparve come un reperto dei tempi passati, quando l’assolutismo era dato per scontato e quella divina era considerata la sola autorità. I cardinali riuniti in conclave erano consapevoli che le cose da quel momento sarebbero notevolmente peggiorate per il papato e i suoi dominii temporali, anche a causa di un forte movimento laico e anticlericale che propugnava l’unificazione politica dell’intera penisola, ciò che avrebbe avuto come logico presupposto la caduta del regime della Santa Sede. Occorreva che il conclave scegliesse una personalità più adatta ai tempi presenti, più liberale e quindi in grado di confrontarsi con le nuove realtà politiche. La scelta perciò cadde sul vescovo di Imola, Giovanni Maria Mastai – Ferretti. Non si trattava di una figura particolare o particolarmente abile, non era molto colto, non aveva all’attivo un curriculum particolarmente interessante. Ciò che fece decidere il conclave in suo favore era il modo in cui egli aveva condotto la Chiesa in Romagna, scenario della più dura opposizione al Pontefice. Se avesse condotto su un piano generale, cioè relativamente all’intera Chiesa e ai suoi territori, la stessa condotta nell’amministrazione ecclesiastica tenuta in Romagna, allora tutto sarebbe andato per il meglio, ma l’evidenza stessa delle cose dimostrava che non sarebbe stato così. Il nuovo papa prese il nome di Pio IX, e subito fu messo alla prova il tipo di rapporto che egli avrebbe avuto con le popolazioni e i territori legati alla Santa Sede.
Innanzitutto gli ebrei pochi mesi dopo la sua elezione gli inviarono una supplica nella quale chiedevano che le restrizioni subite nel passato fossero cancellate o in qualche modo alleggerite. Inoltre gli ebrei specificavano alcune richieste, come quella di poter lavorare fuori dal ghetto, quella di poter ricevere una istruzione adeguata, dato che nel ghetto non c’erano scuole laiche, e quella di poter esercitare la arti liberali, come la medicina. Inoltre sempre gli ebrei lamentavano di non poter aprire librerie né stamperie e di non poter diventare gioiellieri o argentieri.
Per quanto riguardava poi le esigenze di salute, gli ebrei non potevano farsi ricoverare in un ospedale cattolico, e non c’erano peraltro ospedali nel ghetto, ma anche se avessero avuto accesso ad un ospedale laico non avrebbero potuto farsi assistere da un rabbino come da tradizione, perché ai rabbini era vietato assistere i malati. Nessun ebreo poteva testimoniare in giudizio perché la loro parola non aveva alcun valore a livello giuridico. Particolarmente odiata era poi l’usanza di costringere i fattori del ghetto, cioè coloro che avevano il compito di costituire una autorità a cui far riferimento per ogni questione all’interno del ghetto, a presentarsi, il giorno di sabato precedente il carnevale, dinanzi ad un magistrato e ad un senatore di Roma. Gli ebrei interessati dal provvedimento dovevano in quell’occasione inchinarsi e presentare offerte rituali, mentre la folla li copriva di insulti. Ecco, nella supplica rivolta al nuovo papa gli ebrei chiedevano che questo tipo di imposizioni avessero termine. C’era poi l’antico problema del dover assistere da parte degli ebrei alle prediche obbligatorie, le quali secondo la prospettiva degli ebrei non avevano altro scopo che far ritenere al resto della popolazione che gli ebrei stessi costituissero un popolo immorale, vizioso, che doveva necessariamente essere rieducato alle usanze del consorzio civile, le quali non potevano che essere quelle cristiane. Pio IX concesse dapprima che alcune famiglie potessero spostarsi dal ghetto, nella convinzione che l’atteggiamento da tenere verso gli ebrei da parte delle autorità ecclesiastiche dovesse essere più illuminato e benevolente. Nel febbraio 1847 il pontefice ricevette una lettera da Salomon Rothschild, nella quale si pregava lo stesso pontefice di adottare riforme migliorative della condizione degli ebrei di
Roma. Poiché, come già detto, il papato era assoggettato al dovere di restituire a Rothschild un ingente prestito, il pontefice non poté che assentire e per prima cosa si impegnò ad abolire le umiliazioni di cui gli ebrei erano oggetto durante i riti carnevaleschi. In un secondo momento Pio IX eliminò l’obbligatorietà per gli ebrei di assistere alle prediche che periodicamente erano costretti ad ascoltare.
Nel frattempo la comunità del ghetto di Roma aveva preso a socializzare, ma a suo modo, con i cristiani, sempre a causa delle aperture operate dal pontefice. In pratica le riforme avevano sì consentito una maggiore libertà agli ebrei, ma questi ultimi erano divenuti, una volta autorizzati a uscire dai ghetti, una massa umana ingestibile, sia per le autorità ecclesiastiche che per quelle laiche. Ciò diede luogo a molte lettere ricche di rimostranze da parte dei membri della gerarchia pontificia indirizzate al pontefice.
Nel 1848 oltre agli ebrei, anche altre collettività, non ebree, richiedevano con forza ulteriori diritti: vi furono sollevazioni a Palermo che indussero il re di Napoli ad emanare una Carta Costituzionale. A Parigi Luigi Filippo fu deposto. In marzo i rivoluzionari di Vienna mandarono Metternich in esilio. Nell’ambito dello stato Vaticano, e nella speranza di porre un freno ai sommovimenti popolari Pio IX attuò altre concessioni, ma queste a poco valsero per sedare la tempesta. Temendo per la propria incolumità e dopo che il suo primo ministro fu accoltellato a morte nelle vie di Roma, il papa si rifugiò a Gaeta, nel vicino Regno di Napoli. Ben presto Garibaldi e Mazzini entrarono in Roma, che fu proclamata Repubblica. Gli ebrei poterono lasciare il ghetto e ottennero uguali diritti. Tutto ciò ebbe termine con il ritorno delle truppe francesi e austriache inviate a fini restaurativi nel territorio di Roma, e il papa poté rientrare in città. Si era nel 1850. Ovviamente i disordini che avevano fatto seguito ai provvedimenti di tolleranza nei riguardi degli ebrei avevano indotto il papa a ritirare le concessioni precedentemente accordate al popolo di Dio. Per prima cosa gli ebrei furono costretti a rientrare nel ghetto. Tutto ciò però aveva un costo. Il famoso prestito che il Papa aveva a suo tempo ricevuto da Salomon Rothschild per la costruzione di una ferrovia non avrebbe consentito cedimenti o un
trattamento di favore da parte del magnate ebreo se gli ebrei fossero stati rimandati e rinchiusi nel ghetto. La condizione posta dai Rothschild ad un trattamento di favore era che il papa disponesse la piena libertà in favore degli ebrei di uscire dal ghetto. Quando il papa si mostrò contrario a tale richiesta i Rothschild revocarono il prestito. Poiché però le finanze del Vaticano avrebbero subìto un duro colpo nell’ipotesi della mancata erogazione del prestito, Pio IX fu costretto ad applicare la misura della apertura dei ghetti e della liberazione degli ebrei. Tuttavia una volta ricevuto il prestito l’editto di apertura dei ghetti non fu emanato. Sempre su sollecitazione dei Rothschild e a causa della pressione del governo austriaco nonché per venire incontro alle istanze degli ebrei dei ghetti, Pio IX cedette ad alcune piccole concessioni come consentire rapporti d’affari tra cattolici ed ebrei. Tuttavia la gran parte dei divieti e delle restrizioni rimasero in vigore. Quando poi il pontefice seppe che in alcune città della Toscana, cioè in territorio ducale, Leopoldo
II aveva concesso agli ebrei parità di diritti, ad esempio a Livorno, tentò di dissuadere il duca da ogni concessione. Cosa che presto il duca, convinto dagli anatemi del pontefice, fece senza por tempo in mezzo. Intanto il Regno di Sardegna con capitale Torino conservava in vigore i provvedimenti di recente adottati a favore degli ebrei. A Roma Pio IX ripristinava la Santa Inquisizione, e tutti gli altri provvedimenti emanati dai suoi predecessori. A Bologna il frate Domenicano Pier Gaetano Feletti aveva bandito gli ebrei dalla città. Tuttavia nel 1797 il bando fu revocato per poi essere ripristinato nel 1815 alla vigilia del Congresso di Vienna. Quale misura restrittiva una volta tornato a Roma, Pio IX nominò un commissario speciale per controllare che non vi fossero più sollevazioni a causa del problema ebraico. Tuttavia appreso il rigore delle misure che il papa intendeva adottare a Bologna il commissario si allarmò e consigliò al Sant’Uffizio prudenza e cautela. Infatti cacciare le venti famiglie ebree da Bologna, che vivevano da almeno tre generazioni in quella città, avrebbe potuto indispettire la popolazione non ebrea con la quale quelle famiglie erano da tempo in stabili rapporti di amicizia, convivenza e affari. Padre Feletti aveva perciò accarezzato l’idea di costruire un nuovo ghetto a
Bologna cosicché gli ebrei ivi residenti non avrebbero dovuto abbandonare la città. Ma anche questa misura avrebbe potuto ragionevolmente suscitare lo sdegno della popolazione non ebraica per le ragioni anzidette. E allora il commissario chiese che gli ebrei rimanessero dov’erano, ciò al fine di preservare l’ordine pubblico, questa volta in pericolo anche per parte cristiana, ordine pubblico ritenuto dal commissario, in assenza di cause deteriori, “più che soddisfacente”. Nonostante i buoni uffici di Padre Feletti il papa volle far applicare pienamente le precedenti restrizioni, ma non vi riuscì a causa del mutare del clima di sottomissione in aperta ostilità da parte degli ebrei nei loro rapporti con le comunità cristiane.
Nondimeno fu proprio a Bologna che si verificò una vicenda che avrebbe minato alla base la permanenza dello Stato pontificio. La vicenda fu la seguente. Una notte del giugno 1858 la polizia si presentò presso la casa di Momolo e Marianna Mortara. Il capo delle guardie chiese di vedere i suoi bambini, suscitando ovviamente il panico della madre. Sta di fatto che i Mortara gli mostrarono i bambini. Il capo della pattuglia disse che uno dei figli dei Mortara, Edgardo, era stato battezzato e per tanto avrebbe dovuto lasciare la casa e seguire i poliziotti. Padre Feletti alcuni mesi prima aveva appreso la notizia del probabile battesimo di Edgardo ad opera di Anna Morisi che aveva lavorato come domestica presso i Mortara, e che aveva asserito alla presenza dell’inquisitore che anni prima aveva battezzato in segreto il ragazzino. Il caso del bambino dei Mortara rientrava nella normalità dei casi in cui il battezzato era costretto a lasciare la famiglia per entrare nella casa dei catecumeni, cioè all’epoca dei fatti, quella di Roma. Ciò che più colpisce nell’operato di papa Pio IX è che egli si limitava nella propria attività di pontefice ad applicare le norme canoniche, ossia ciò che i dettami religiosi comandavano. Tutto ciò confidando che gli ebrei avessero troppa paura di ribellarsi a questo stato di cose per tentare una reazione collettiva. Invece nel caso di Edgardo vi fu una reazione quale mai nessun pontefice era stato costretto a subire. Il caso del bambino tolto ai genitori divenne di pubblico dominio e dimostrò in maniera più che evidente che lo Stato pontificio costituiva un anacronismo. I giornali continentali
ripresero il caso e perfino negli USA si crearono movimenti di opinione che pretendevano la restituzione del bambino alla famiglia d’origine. Anche il governo francese, amico prima di allora, criticò la vicenda. Si mosse persino l’ambasciatore francese, che mise in guardia il segretario di Stato in merito alle possibili ripercussioni del caso a livello nazionale e internazionale, facendo appello a tutte le sue capacità di persuasione. Illustrò al papa il pericolo di fomentare l’odio dell’opinione pubblica mondiale nei suoi confronti e di offendere la sacralità dei legami tra genitori e figli. E infine dato che non c’erano prove dell’avvenuto battesimo, il pontefice avrebbe potuto restituire il ragazzino alla famiglia senza grosse conseguenze a livello di immagine pubblica. Il papa continuava però a temporeggiare affermando che non era disposto a tornare sui propri passi nonostante avesse tutto il mondo contro. Egli appariva dilaniato da un insanabile conflitto interiore. Intanto i genitori del ragazzino avevano raccontato la brutta vicenda del prelievo forzoso del bambino dalla sua casa ai rappresentanti della stampa liberale. Per converso un certo numero di giornali interpretò la vicenda in modo da presentare il piccolo Edgardo come pervaso da una vocazione soprannaturale, come da un fervore spirituale in forza del quale non voleva altro che diventare cristiano. Fu detto dal pontefice in sede confidenziale all’ambasciatore Gramont che il bambino aveva supplicato il papa in un incontro avuto con lui di rimanere nella casa dei catecumeni e di poter diventare cristiano. In quegli stessi giorni il ministro degli esteri francese Walewsky condannò il comportamento del papa, ed aggiunse che diversi governi avevano sollevato rimostranze in merito alla vicenda e a carico del pontefice. Perfino il segretario di Stato Antonelli era favorevole alla restituzione del bambino alla famiglia d’origine. Tutto stava nel convincere il Papa. Ciò avvenne attraverso un telegramma inviato dal governo di Francia per mano del ministro degli esteri francese Walewsky al segretario di stato vaticano Antonelli, il quale capì l’importanza propugnata dal governo francese di una riconciliazione del ragazzino con la propria famiglia. Bisognava trovare il modo di restituire Edgardo ai genitori. Anche dal Regno di Napoli giungevano critiche al papa su come era stata affrontata
la vicenda Mortara. Per come la vedeva Gramont il pontefice aveva perduto parte della propria sanità mentale, ciò che può essere causa di pericoli dall’esterno e dall’interno se si traduce in decisioni sbagliate. Il piccolo Mortara non venne restituito alla famiglia ma crebbe nella casa dei catecumeni e divenne in seguito sacerdote. Ma la realizzazione del disposto papale non giovò né ai Mortara né al papa. Dopo quell’episodio e in ragione dei fermenti rivoluzionari di molti che ritenevano lo Stato della Santa Sede un anacronismo, a un anno di distanza le forze del papa furono scacciate da Bologna, e i fautori dell’unità nazionale spazzarono via gran parte degli stati pontifici. Per soprammercato la polizia fece irruzione nel monastero dominicano ivi situato e arrestarono Padre Feletti accusandolo di aver rapito a suo tempo il piccolo dei Mortara. Nel 1861, ai primordi dell’unità nazionale al papa non restavano che Roma e il territorio circostante. Nel frattempo nei suoi ex domini gli inquisitori venivano arrestati nei loro monasteri e gli ebrei liberati dai ghetti. Chiaramente nei domini, invero assai esangui, rimasti in mano al pontefice si continuarono a perpetrare le stesse regole e a mettere in atto gli stessi comportamenti del passato. Tuttavia il Pontefice volle giocare l’ultima carta, cioè utilizzare gli ebrei per i propri fini. Pio IX diede perciò alle stampe l’enciclica “Quanta cura” e il cosiddetto “Sillabo degli errori” opere nelle quali il pontefice ritenevae dichiarava che la Santa Sede fosse preda di un complotto mondiale orchestrato dalle forze del male. Tra gli errori della Chiesa a favore degli ebrei erano menzionati nel Sillabo: la libertà di religione, la separazione tra Stato e Chiesa e il libero insegnamento. Infine il Sillabo respingeva la dottrina secondo cui il papa avrebbe dovuto accettare il progresso, il liberalismo e la modernità. Ciò che però consentì al papa di riprendere terreno fu l’idea di attribuire i mali denunciati nel Sillabo, cioè le istanze di modernità, agli ebrei, che avrebbero avuto intenzione, con tali cose, di distruggere l’unità della Chiesa.
Tuttavia la perdita degli stati pontifici fu inevitabile, e rese il papa un uomo sempre più amareggiato. Tuttavia in un sussulto di vigore e di malvolenza il papa ricorse alla propria memoria storica nel tentativo di riguadagnare autorevolezza al
cristianesimo. E lo fece raccontando la storia di un bambino cristiano di Marostica, un centro nelle vicinanze di Vicenza che, si diceva fosse stato in tenera età aggredito da una folla inferocita di ebrei che lo avrebbero crocifisso ad un albero per poi raccoglierne il sangue. I miracoli iniziarono dopo la sepoltura della salma. Con un decreto del 1867 il papa sancì l’ufficialità del culto di Lorenzo,che avrebbe dovuto essere celebrato la seconda domenica di Pasqua. Due anni dopo questa vicenda uscì in stampa il libro di uno studioso cattolico francese che portò sostanzialmente acqua al mulino del papa, con la trattazione delle solite tematiche antiebraiche. Alla fine del 1869 risale la convocazione del Concilio Vaticano I in cui venne proclamato il dogma dell’infallibilità papale. Nell’agosto del 1870 poi, mentre procedevano i lavori del Concilio l’esercito italiano penetrò in Roma dopo averne abbattuto parte delle mura di cinta, e la proclamò Capitale di una Italia unita. Il papa, sempre pieno di risorse, dichiarò di considerarsi “prigioniero dello Stato Italiano” e rifiutò di uscire dai confini del Vaticano anche senza che l’esercito o le autorità del nuovo stato glielo impedissero. Pio IX così facendo inaugurò una prassi che fu poi imitata dai suoi successori, nessuno dei quali uscì mai dal Vaticano per camminare su suolo italiano. Questa pratica venne meno solo nel 1929 con i Trattati del Laterano stipulati tra Italia e Santa Sede e dei quali si è detto nella Parte seconda del presente scritto. Fu dopo la caduta dello stato pontificio che il pregiudizio contro gli ebrei si rafforzò. Piuttosto tardi il Papa ormai anziano venne a sapere che negli altri stati europei i leader politici erano da sempre appoggiati da eccellenti consiglieri di origine ebraica peraltro perfettamente integrati nelle società di quei Paesi. Negli ultimi anni del suo pontificato Pio IX si esprimeva in un linguaggio violentemente antisemita, chiamando gli ebrei “cani”, “responsabili della morte di Cristo”, “progenie del diavolo” e “sinagoga di Satana”. Tuttavia nonostante le invettive papali ormai gli ebrei erano liberi. Ad essere confinato nei propri “appartamenti” era il papa.
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