La Chiesa e il sorgere dell’antisemitismo moderno
Con il crollo degli Stati pontifici, l’ostilità della Chiesa nei confronti degli ebrei non venne meno. Tuttavia gli strumenti a disposizione della Chiesa per colpire i negatori di Cristo non potevano più essere le restrizioni praticate nei secoli passati, perché ormai gli ebrei avevano ottenuto il diritto ad esercitare le stesse libertà dei cattolici. La lotta contro gli ebrei avrebbe necessariamente dovuto prendere un’altra strada. E la nuova strada consistette nel delegare l’ostilità delle gerarchie cattoliche alla stampa. Dopo iniziali provvedimenti di censura infatti, pian piano e non soltanto negli Stati pontifici si diffusero periodici che erano diretti ad una opinione pubblica capace di leggerli perché alfabetizzata, e che potevano essere redatti a costi ridotti data la diffusione, ormai secolare, della stampa a caratteri mobili. Con la crescita dell’importanza del voto popolare la redazione di periodici era indispensabile a coloro che chiedevano a livello politico il favore del popolo o per meglio dire della pubblica opinione. Sia Pio IX che il suo successore Leone XIII erano ben consapevoli del’importanza della stampa al fine di controllare e indirizzare l’opinione pubblica. Per queste ragioni le pubblicazioni cattoliche erano assai numerose. Negli anni ’70 del XIX secolo in Italia si pubblicavano 130 periodici, 20 dei quali quotidiani. Col tempo il numero aumentò tanto che nel XX secolo l’Italia aveva quasi 500 periodici cattolici tra cui trenta quotidiani. Tra tutte queste pubblicazioni ecclesiastiche aveva il ruolo maggiore il bisettimanale dei Gesuiti intitolato “La civiltà cattolica”. Si trattava ovviamente di uno strumento volto principalmente a danneggiare la comunità ebraica. L’argomento adottato a tal fine era in sostanza il seguente: “vi abbiamo ammonito a chiudere gli ebrei nei ghetti, di impedire loro contatti con i cattolici, ma voi non avete ascoltato, avete concesso a tutti pari diritti. Ora a causa di ciò gli ebrei non hanno freni e i sommovimenti popolari si diffondono. L’unica speranza di normalizzazione è di ripristinare le antiche misure coercitive nei loro confronti”.
A fronte di un comportamento più che tradizionalista nei confronti degli ebrei, il papato condannava in toto tutte le nuove idee introdotte in Italia dopo l’unificazione politica, idee che ovviamente facevano diretto riferimento alla Rivoluzione francese.
L’idea di fondo che animava la critica papale contro gli ebrei e contro la modernità era colpevolizzare gli ebrei dei cambiamenti politici in atto in tutta l’Europa. In Vaticano il periodico “Civiltà cattolica” era considerato come contenente la voce stessa del papa. Tre principi presiedevano alla redazione degli articoli: gli articoli dovevano innanzitutto conformarsi alla dottrina ufficiale della Chiesa in materia di fede e morale; in secondo luogo la posizione del giornale doveva coincidere con quella della Chiesa; in terzo luogo bisognava valutare i tempi di pubblicazione degli articoli. La rete dei giornali cattolici presenti nel mondo faceva capo alla pubblicazione citata, cioè “Civiltà cattolica” la quale, anche se a tiratura limitata, esercitava una enorme influenza. Pochi anni prima dell’inizio della pubblicazione di “Civiltà cattolica” un prete tedesco aveva pubblicato un libro antisemita, le cui tesi erano state riprese e pubblicate punto per punto dal giornale del papa, il quale peraltro nei propri articoli non faceva che ripetere che le antiche misure di pubblica sicurezza a carico degli ebrei, avevano favorito la conservazione della pace sociale e quindi dovevano necessariamente essere ripristinate. La lezione era chiara: era necessario introdurre leggi speciali affinché gli ebrei non recassero danno alla società civile, che essi disprezzavano perché non appartenente alla loro progenie. Tutte le accuse mosse nei confronti degli ebrei comparvero fin dal primo numero in ”Civiltà cattolica”, pubblicato a partire dal 1880. Ciò che distingue gli ebrei, scriveva il redattore dell’articolo, dalle altre fedi è nel fatto che insieme ad una religione gli ebrei costituiscono una “etnia”, dedita al solo mercimonio e schiava del denaro e del guadagno.
Ovviamente, sempre a parere del redattore, tale padre Oreglia, gesuita come tutti coloro che scrivevano su “Civiltà cattolica”, gli ebrei erano anche da amare perché anche essi figli di Dio, ma ciò non doveva entrare in contrasto con l’esigenza di fronteggiare il loro odio per il cristianesimo e per i popoli presso i quali essi ebrei dimoravano. Il solo modo per ridurre il fenomeno ebraico alle dovute giuste proporzioni era sempre quello di sottoporre gli ebrei alle restrizioni di un tempo, perché se ciò non fosse stato e, in ottemperanza alle nuove idee circolanti in Italia,
come quelle propugnate da periodici patriottici, si fosse optato per una convivenza tra ebrei e cattolici, ciò sarebbe stato come mischiare un branco di lupi ad un gregge di pecore: che fine avrebbero fatto queste ultime? Insomma la Chiesa riproponeva a secoli di distanza gli stessi motivi antisemiti che risalivano a periodi storici antecedenti, come ad esempio quando nel medioevo si accusavano gli ebrei di essere responsabili di cose come pestilenze, epidemie e altri malanni che colpivano la società cristiana. In particolare, scrive padre Oreglia, coloro che tra gli ebrei erano i più pericolosi erano non gli ebrei osservanti ma coloro che erano diventati atei o liberi pensatori. Costoro coltivavano nei riguardi dei cristiani un odio antico che derivava dalla falsa convinzione che i cristiani avessero loro sottratto il dominio del mondo, che secondo le scritture ebraiche sarebbe stato degli ebrei per diritto divino. Tuttavia a queste contumelie si poteva porre un obiezione: “se anche Gesù era di famiglia ebraica, era anch’egli malvagio per natura? E allora la distinzione era da fare tra gli antichi ebrei, fedeli alle scritture e i moderni ebrei che avevano colpevolmente rifiutato Cristo?” Questi ultimi erano gli ebrei autori del Talmud, più volte dato alle fiamme nel corso dei secoli, che attraverso quel testo “maledetto” credevano di poter continuare a osservare la legge di Dio. “Gli ebrei sono soliti isolarsi dagli altri popoli perché si ritengono talmente superiori da non considerare esseri umani ad esempio i Cristiani.”
Tuttavia queste affermazioni pian piano persero valore veritativo. Anche se il Talmud prescriveva l’assoluto isolamento dagli altri popoli, gli ebrei, costituenti una minoranza all’interno degli Stati in cui risiedevano dovettero, in ragione della necessità di convivere con i popoli ospiti, rielaborare quelle prescrizioni, cominciando a ritenere i cristiani non degli idolatri come invece il Talmud prescriveva, ma soltanto come persone della stessa fede allontanatesi dalla retta via. Per questo gli ebrei cominciarono a punire severamente i loro correligionari se costoro trattavano male i cristiani, perché altrimenti le popolazioni tra le quali vivevano li avrebbero allontanati e indotti all’esilio, come già accaduto secoli addietro. Parimenti gli ebrei che ingannavano i cristiani per ragioni di affari erano
puniti severamente dalle comunità di appartenenza. A sostegno poi della bontà delle scritture talmudiche gli ebrei portavano i più diversi esempi, come quello che racconta in forma di aneddoto la conversazione tra un rabbino, di nome Hillel e un pagano. Quando il pagano gli chiese di spiegargli la propria religione il rabbino rispose: non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Questa è la Torah. Il resto è commento.
Nonostante ciò l’antisemitismo diventava un fenomeno culturale sempre più difficile da affrontare. Venivano fondati giornali, associazioni e circoli antisemiti. Il fatto che gli ebrei, a partire dalla chiusura dei ghetti, si fossero arricchiti e fossero divenuti influenti suscitò da parte cattolica un vasto risentimento. Gli ebrei insomma avevano cambiato il loro modo di rapportarsi ai contesti sociali di riferimento. Avevano abbandonato l’yddish a favore delle lingue locali, avevano cambiato modo di vestire, adottato nomi diffusi nelle lingue locali, giungendo anche a modificare le loro idee religiose, sempre ai fini di una maggiore integrazione. Tuttavia non volevano assolutamente che i loro figli si convertissero al cristianesimo.
Nel settembre 1882 fu tenuto a Dresda il primo congresso antisemita internazionale, il quale elaborò soluzioni non molto diverse da quelle che la Chiesa cattolica aveva praticato per secoli. Il collegamento tra attacchi agli ebrei e successo dei conservatori ebbe un ruolo sempre maggiore anche tra i cattolici, e anche ovviamente a livello elettorale l’antisemitismo era in grado di far sentire la propria influenza su tutti coloro ai quali da poco era stato concesso il diritto di voto.
Accanto al persistere del problema ebraico vi era poi un altro pericolo per i governi e la situazione economica dell’epoca, cioè il movimento socialista, il quale affondava le proprie radici delle idee della Rivoluzione francese. Il movimento socialista ormai assai diffuso tra le masse aveva organizzato nel 1864 la sua Prima Internazionale. I socialisti raccoglievano il consenso delle masse lavoratrici e le iscrizioni al movimento stavano rapidamente crescendo. Ovviamente le autorità ecclesiastiche vedevano con sfavore il diffondersi del fenomeno, che considerarono
sempre fomentato da ebrei, nell’abito di una fantomatica cospirazione ebraica a livello mondiale.
Secondo un altro articolista della “Civiltà cattolica” padre Ballerini, gli ebrei avevano rigettato in toto i tentativi di conversione messi in atto a suo tempo dalla Chiesa e si erano dati l’obiettivo, contenuto nel loro Talmud, di giungere a dominare il mondo. In altri due articoli padre Ballerini afferma che gli ebrei intendevano distruggere le nazioni all’interno delle quali circolavano ormai indisturbati. Gli articoli e gli opuscoli della “Civiltà cattolica” citavano spesso e volentieri i maggiori artefici dell’antisemitismo europeo: Drumont, Stoeker, Lueger. Da alcuni la soluzione al problema ebraico, l’unica possibile era lo sterminio, ma questo, scrive padre Ballerini, sarebbe stato contrario allo spirito della Chiesa. La migliore soluzione rimaneva la conversione, ma poiché non c’era modo di indurre un ebreo a diventare cristiano, bisognava tornare alle pratiche medievali.
In un altro articolo a firma di padre Rondina quest’ultimo lamentava i latrocinii, le ruberie e finanche gli omicidi commessi dagli ebrei in quegli anni in Europa. Scrive sempre padre Rondina che l’ebreo non lavora, ma traffica sui prodotti del lavoro altrui, e ingrassa con i prodotti delle nazioni che gli danno accoglienza. Il padre accusa anche gli ebrei di dirigere a loro piacimento la finanza e la borsa nonché la politica, con i propri giornali, ad esempio “La stampa”. Tuttavia poiché le gerarchie ecclesiastiche stavano molto attente a non scoprirsi nel propagandare l’antisemitismo che era qualcosa di contrario al messaggio cristiano, nell’articolo ad esempio di padre Rondina il padre si affretta a dare al proprio antisemitismo una valenza soltanto politica, rimproverando agli ebrei di voler schiavizzare i cristiani col denaro.
Quando il movimento antisemita prese maggior forza, anche le gerarchie ecclesiastiche si accodarono all’andazzo, in particolare denunciando come gli ebrei in Germania, pur essendo una minoranza si erano impadroniti delle maggiori attività economiche, politiche e intellettuali. Padre Rondina accusa altresì gli ebrei di aver acquisito un grande potere sia politico che finanziario in Stati come la Polonia,
l’Ungheria, l’Austria, la Germania e la Francia, dove essi ebrei avrebbero cominciato a mettere in atto il loro piano di dominio del mondo.
Altro quotidiano molto vicino alle posizioni della Santa Sede era poi l’”Osservatore romano”, che si diffuse negli anni ’90 del XIX secolo e che rifletteva l’opinione della Santa Sede e quindi in definitiva del Pontefice. Nel 1892 il giornale dedicò una serie di articoli alla questione ebraica in cui addirittura si accusava il popolo di Dio di mettere in atto falsi atti persecutori ai propri danni per suscitare consenso presso i popoli che davano loro ospitalità. Si supponeva che anche i pogrom che avvenivano nella Russia zarista fossero organizzati da ebrei. L’articolo si concludeva affermando che il vero antisemitismo è soltanto quello della Chiesa cattolica, temperato e reso benevolo dal ricordo del sacrificio di Gesù.
Verso la fine del XIX secolo poco era cambiato. L’affare Dreyfus accese il fuoco di vibranti proteste in tutta la Francia e l’antisemitismo si diffuse in tutta Europa.
Quando un osservatore esterno fece notare ai redattori dell’“Osservatore” le affermazioni antisemite che esso conteneva, evidentemente contrarie alla dottrina cattolica, il giornale rispose che esistono due tipi di ebraismo: l’uno, il Giudaismo, che va combattuto con ogni mezzo e l’altro, il culto ebraico vero e proprio, esso stesso prima vittima del giudaismo. La chiesa nondimeno possedeva come detto una larga schiera di giornali, a parte l’”Osservatore romano” e la “Civiltà cattolica”, come ad esempio l”Osservatore cattolico” stampato e diffuso a Milano e tra le masse semi/analfabete dell’hinterland attraverso prediche e pubbliche orazioni. Le tematiche che i giornali come questo trattavano contenevano sempre i tratti di un velato anche se edulcorato antisemitismo. Intanto “L’unità cattolica” pubblicava articoli più o meno dello stesso genere, un esempio dei quali è quello riferito alle scritture cattoliche in cui si narra che Pietro, il successore di Cristo aveva avvertito gli ebrei che se volevano essere buoni cristiani avrebbero dovuto rinunciare all’oro, alle astuzie e agli inganni altrimenti sarebbero rimasti sempre ebrei. L’articolo, dopo aver ammonito gli ebrei al retto comportamento e alla retta coscienza, tornava a citare Pietro, affermando che abbracciare il cristianesimo sarebbe stato per le loro
anime più importante che il listino di borsa. A volte poi negli articoli dei giornali vaticani si mischiava ebraismo con liberalismo, entrambi condannati come i maggiori mali della società. Altro motivo di scontro tra ebrei e liberali da un lato e cattolici dall’altro fu la questione dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Si giunse da parte degli articolisti ecclesiastici addirittura a distinguere tre tipi di ebrei. Il primo tipo comprendeva quelli che osservavano ancora i precetti dell’antico testamento; il secondo era quello di coloro che seguivano il Talmud. Infine c’erano gli ebrei illuminati, che avevano ormai abbandonato la tradizione dei padri. Questi ultimi, a detta degli articolisti dei giornali pontifici, sarebbero coloro che mirano alla conquista del mondo ovvero che di fatto già lo governano.
Altri casi di vampirismo
L’accusa secondo la quale gli ebrei uccidevano i bambini cristiani a scopo rituale è molto antica. Essa cominciò a diffondersi nel XII secolo, quando si diffuse la credenza che gli ebrei di tanto in tanto si dedicassero alla crocifissione di cristiani rapiti allo scopo di perpetuare il ricordo della morte in croce del Cristo. Solo successivamente tale convinzione fu accompagnata dall’accusa, sempre rivolta agli ebrei, di bere il sangue delle vittime.
Nel 1247, in uno dei primi presunti casi del genere, papa Innocenzo IV venne a sapere che alcuni preti, in Germania e in Francia fomentavano l’odio e le violenze contro gli ebrei mediante simili leggende. Reagì con una dura lettera inviata ai popoli di quelle terre ricordando che perfino il Talmud vietava agli ebrei il consumo di sangue. Nel tardo medioevo coloro che, nella Chiesa, con più accanimento sostennero l’esistenza degli omicidi rituali furono i francescani e i domenicani, ai quali non a caso fu riferibile la creazione dell’Inquisizione, previo il benestare del Pontefice. Sulla base della propaganda antiebraica alcuni Paesi come l’Inghilterra giunsero a espellere gli ebrei dalle loro terre, e l’esempio inglese fu seguito successivamente da Francia, Spagna, Portogallo, Regno di Napoli e diversi territori tedeschi. All’inizio del 1475 un noto francescano, recatosi a Trento, predisse
durante una predica che una grande sventura si sarebbe verificata in quelle terre. Sta di fatto che un giorno, dopo la partenza del francescano, un bambino cristiano, di nome Simone, non tornò a casa. Pochi giorni più tardi il corpicino senza vita del bambino fu ritrovato da un ebreo tra le acque che scorrevano nella sua cantina. Ovviamente gli uomini della comunità ebraica furono torturati affinché le autorità potessero avere qualcuno da incolpare, e lo stesso capo della comunità ebraica fu torturato fino al punto che, esausto, si attribuì la colpa dell’accaduto, insieme a tutti gli altri membri della comunità ebraica. Le esecuzioni dei presunti assassini cominciarono alla fine di giugno. Nove uomini furono giustiziati ma il capo della comunità fu trattato in maniera ancora più crudele. Gli vennero strappati pezzi di carne prima che potesse raggiungere i membri della sua famiglia sul patibolo ed essere arso vivo insieme a loro. Il giorno seguente altri quattro uomini dovevano essere giustiziati, due dei quali chiesero di essere battezzati, e quindi con atto di clemenza uccisi non per arsura sul rogo ma per taglio della testa. Per fermare l’ondata delle esecuzioni, papa Sisto V, informato di quanto era accaduto, inviò un sovrintendente per verificare che le accuse mosse agli ebrei già giustiziati fossero fondate. L’inviato del papa per prima cosa volle esaminare il corpo del bambino, e chiese perché non fosse stato messo in una bara. Colui che aveva ordinato le esecuzioni, principe Hinderbach rispose che il popolo voleva che il corpo fosse esposto. Sempre l’inviato della Santa Sede chiese di poter parlare con gli ebrei ancora detenuti ma il permesso gli fu negato. Nel frattempo il sovrintendente riportò in uno scritto i risultati delle indagini: la confessione degli ebrei non provava niente perché ottenuta sotto tortura; inoltre il bambino poteva benissimo essere stato ucciso da cristiani e poi collocato in casa di ebrei per allontanare i sospetti. Tuttavia data la forte ostilità dei cattolici di Trento nei confronti delle indagini commissionate dal papa indusse quest’ultimo a richiamare a sé il sovrintendente che dovette tornare a Roma senza aver risolto un mistero che per i trentini era un dato di fatto. Le esecuzioni pertanto continuarono fino all’espulsione degli ebrei superstiti dalla città. Più di un secolo dopo, nel 1588, papa Sisto V proclamò il piccolo Simone santo e
martire. Solo nel 1965 la Chiesa, dopo aver concluso i lavori del Concilio Vaticano II, abolì il culto.
Per tornare ai papi del XIX secolo essi diedero una forte svolta alla propaganda antisemita. Tutti i quotidiani cattolici bombardavano la pubblica opinione con notizie di omicidi rituali perpetrati da ebrei. Nel periodo compreso tra il 1887 e il 1891 sulla stampa, anche cattolica, comparvero ampi resoconti di omicidi rituali commessi da ebrei.
Nell’Europa del XIX secolo apparvero numerose testimonianze della brama di sangue umano da parte degli ebrei, in concomitanza con un maggiore interesse per la tematica del vampirismo, che associava alcuni individui che si nutrivano di sangue umano a creature demoniache. Ovviamente il cristianesimo e il suo messaggio relativo al sangue, che faceva riferimento alle parole pronunciate da Gesù durante l’ultima cena, anziché scoraggiare certe pratiche e certe convinzioni, non faceva altro che favorirne la diffusione. La stessa fede nella transustanziazione era idonea a instillare nelle coscienze turpi propositi, soprattutto, si diceva, tra gli ebrei. Tuttavia sebbene l’antico testamento vietasse la pratica di bere sangue, sembrava che gli ebrei facessero capo nelle loro abominevoli condotte, ad un comandamento del Talmud che imponeva la celebrazione di riti fondati sul bere sangue umano. Il XIX secolo è comunque un’epoca in cui sorge una vasta letteratura su individui posseduti dal demonio che succhiano il sangue di poveri malcapitati fino al completo dissanguamento. Uno fra tanti episodi in cui gli ebrei venivano accusati di compiere riti basati sull’omicidio, si verificò in Russia nel 1881 e determinò per reazione una serie di pogrom ai danni degli ebrei colpevoli o riconosciuti tali. Altro pogrom fu suscitato dalla uccisione di un bambino a Kisinev, sempre in Russia, pogrom durante il quale furono uccisi dalla folla impazzita 49 ebrei e molte famiglie cacciate dalle proprie abitazioni.
Una nuova crociata contro gli ebrei fu promossa nel 1870 subito dopo la presa di Roma. Nel 1871 un prete austriaco a nome Rohling pubblicò un libro di commento al Talmud, nel quale accusò gli ebrei di omicidio rituale. La diffusione
dell’opuscolo suscitò violente sollevazioni contro gli ebrei in tutto l’Impero Austriaco, finché le lamentele del popolo per tutta quella violenza giunsero all’orecchio del cardinale Shwarzenberg, con la richiesta di fermare la ferocia antisemita del Rohling, il quale per parte sua continuava a fomentare sommosse antisemite. Per tutta risposta il cardinale affermò la giustizia delle idee di Rohling, il quale peraltro, aggiungeva il cardinale, era un riconosciuto esperto del Talmud. Erano anzi gli ebrei a fomentare disordini con le loro invettive contro la Chiesa contenute nei loro giornali. Finanche l’”L’unità cattolica” confermò la voce che gli ebrei compissero, in certe ricorrenze, omicidi rituali. Tutto ciò finché un giornale ebreo non sfidò l’articolista a provare l’accusa, accusa alla quale non avevano creduto neppure i Papi dei primi secoli dell’era cosiddetta volgare. A tale obiezione l’articolista, incapace di rispondere, ritrattò l’accusa. Questo il tenore delle polemiche tra ebrei e cristiani di fine ‘800, e cioè un accusare e un vedersi ritorcere contro l’accusa adducendo prove in contrario, con ampi riferimenti alla colpevolezza degli ebrei in merito a casi di presunti omicidi rituali tra i quali anche quelli citati in questa parte della presente scrittura. Insomma i quotidiani cattolici per il tramite dei loro articolisti, soprattutto tra loro il già noto Padre Oreglia, contenevano tutta una serie di racconti truculenti sulle pratiche rituali ebraiche che riprendevano anche motivi del passato e avvenimenti parimenti sepolti da secoli sempre allo scopo di danneggiare gli ebrei. Addirittura secondo Oreglia gli ebrei di Porto Said, in assenza di pargoli cristiani da scannare e dissanguare avevano rapito a tale scopo un bambino musulmano, e dopo averlo battezzato avevano compiuto il rito sacrificale. Alla fine del XIX secolo l’opera di Oreglia fu continuata da altri collaboratori del giornale gesuita. Negli articoli ad esempio di Padre Rondina, si accusavano gli ebrei di essersi impadroniti di molte banche e quindi di controllare l’economia di molti Paesi, laddove poi il Talmud era denunciato come fonte di ogni male e di ogni perversione. Dalle ulteriori descrizioni dell’omicidio rituale il padre gesuita riprendeva il filo del complotto per il controllo della economia mondiale. Continuando nel “j’accuse” contro gli ebrei Rondina ripeteva la solita litania intrisa
di citazioni di fatti di sangue avvenuti secoli prima e mai chiariti. Nelle descrizioni degli omicidi rituali Rondina riportava le parole del prete moldavo autore del libro sul giudaismo di cui ho già parlato in questo scritto. Ovviamente Rondina citava nei minimi dettagli le descrizioni raccapriccianti di ciò che avveniva durante quei riti con una sorta, devo dirlo, di morboso interesse, ad esempio con l’affermazione secondo cui il sangue prelevato ai bambini cristiani veniva reso oggetto di commercio tra le sinagoghe.
Per quanto riguarda l’altro periodico della Santa Sede, cioè “L’osservatore romano”, esso offriva una visione dell’ebreo simile a quella condivisa da Civiltà Cattolica, citata negli articoli appena considerati. Ostinatamente e nonostante l’evidenza del fatto che, si era alla fine dell’’800, gli omicidi rituali da parte di ebrei fossero considerati oramai un residuo della peggiore e più immotivata superstizione, i giornali cattolici continuavano a ripetere le stesse accuse e sempre con i medesimi argomenti a sostegno delle accuse stesse. Uno degli ultimi sussulti di antisemitismo da parte dei giornali vaticani si ebbe col racconto della vicenda localizzata in una città ungherese, dove un piccolo orfano di sette anni era stato trovato con la gola tagliata e privo di sangue. Nel periodo tra marzo e aprile apparvero 44 articoli sull’argomento dei riti sanguinolenti commessi da ebrei. Al continuare di questa ammorbante campagna di stampa antisemita il direttore dell’”Osservatore cattolico”, padre Davide Albertario, ebbe una udienza presso Leone XIII, a seguito della quale giunse al giornale gestito dal gesuita un fiume di lodi, la cui eco si diffuse perfino in Germania dove addirittura stava per essere pubblicata una raccolta di tutto il materiale editoriale prodotto dai periodici cattolici intorno al problema ebraico. In Germania altresì uno dei più influenti deputati del parlamento tedesco aveva tratto spunto dal materiale giornalistico vaticano per alcuni suoi discorsi, e ovviamente non mancò di far pervenire i propri ringraziamenti alla redazione pontificia del giornale. La campagna antisemita trovava terreno fertile anche in Austria, dove un passo tratto da una copia del Talmud venne letto pubblicamente dopo essere stato tradotto. Il passo talmudico prescriveva l’omicidio rituale. Fu poi costituito in quel
Paese un gruppo di studio allo scopo di verificare se nel Talmud vi fossero altre simili prescrizioni, tuttavia il gruppo di studio fu presto sciolto dal presidente perché ciò non rientrava nelle prerogative del Parlamento. Intanto in Francia veniva pubblicato un “foglio” titolato “La libre parole” e diretto da un personaggio che sarebbe divenuto successivamente noto per il suo antisemitismo e cioè Eduard Drumont. Ovviamente i preti redattori dei periodici cattolici se ne rallegrarono. Intanto nel 1883 apparve in italiano una traduzione del libro del monaco moldavo tante volte citato dai padri gesuiti nei loro giornali e periodici e nel 1897 in Francia fu dato alle stampe il libro sempre a tema fisso scritto dal padre gesuita francese
R.P. Constant. Nel 1896 era già stato pubblicato uno scritto ad opera dei frati cappuccini sardi, a ricordo del povero frate martirizzato dagli ebrei in Siria. Ovviamente lo scritto dei padri cappuccini rendeva ancor più noto e vituperato l’assassinio del francescano. Insomma la cosa era divenuta, a forza di trovate giornalistiche, nota a chiunque avesse aperto e letto un giornale cattolico in quegli anni conclusivi del secolo XIX.
La situazione in Francia
All’epoca della morte di papa Pio IX nel 1878 la gran parte dei cattolici aveva conosciuto un solo papa, cioè sempre Pio IX, il quale aveva governato gli Stati pontifici per 32 anni. Durante il suo pontificato però egli aveva avuto la sfortuna di vedere conquistati all’Italia gran parte dei suoi possedimenti, e quindi la fine del suo potere temporale. Pur avendo introdotto, durante il suo regno, il dogma dell’infallibilità papale, durante il Concilio Vaticano I, aveva concluso la sua esistenza come “prigioniero del Vaticano”. Rispettato dalle gerarchie per la sua intransigenza sul problema ebraico era stato fortemente odiato dai fautori dell’Unità d’Italia. Addirittura dopo la sua morte alcuni anticlericali furono accusati di aver tentato di gettare il cadavere del papa nelle acque del Tevere, tentativo che solo l’intervento della polizia era riuscito ad evitare. Occorre ricordare che, a parte Giovanni Paolo II, Pio IX è stato l’unico papa a ricevere l’onore della beatificazione. Il nuovo papa scelto dal Conclave fu il cardinale Vincenzo
Gioacchino Pecci, arcivescovo di Perugia. All’atto dell’elezione egli prese nome Leone XIII. Il nuovo papa era diffidente in tema di novità almeno quanto lo era stato il suo predecessore. Tuttavia egli era consapevole che, considerati i mutamenti avvenuti nel mondo, la Chiesa doveva prendere atto delle conquiste della modernità se voleva ricostituire la propria influenza mondana. Per quanto riguarda i rapporti del nuovo papa con i movimenti antisemiti egli preferì tenersene a distanza, perché se quei movimenti fossero diventati troppo influenti, ed egli li avesse favoriti, probabilmente avrebbe dovuto pagare un prezzo diplomatico troppo alto. Il nuovo segretario di stato, Mariano Rampolla, credeva fermamente nella necessità di ripristinare il potere temporale del papa. Ovviamente anch’egli come i suoi predecessori riteneva che quello ebraico fosse un problema, soprattutto nei Paesi a maggioranza cristiana. Tuttavia ciò che stava accadendo in altri Paesi non accadde in Italia, dove il movimento nazionalista non si legò mai all’antisemitismo. Ben diversa era la situazione in due altri Stati, cioè la Francia e l’Impero Austroungarico. Gli ebrei erano stati espulsi dalla Francia nel 1394, tranne coloro che, ebrei, risiedevano nelle vicinanze di Avignone, e in regioni come la Alsazia e la Lorena. Quando nel 1791 gli ebrei francesi ottennero la cittadinanza, Parigi ne ospitava solo 500.
Dall’epoca della Rivoluzione la Francia era scossa dalla contrapposizione tra coloro che erano favorevoli al vecchio regime e coloro che invece sostenevano le istanze repubblicane. Queste lotte perdurarono almeno fino alla metà del XIX secolo, quando i repubblicani presero il sopravvento. Tuttavia, nonostante la “morte” del potere monarchico in Francia la Chiesa era molto presente, sia con i propri ordini pii, cioè i monaci, sia con il clero che educava i giovani nelle scuole di ogni ordine e grado, sia nelle parrocchie. Ma la chiesa francese doveva affrontare un’altra minaccia, proveniente dall’ascesa al potere di una nuova maggioranza parlamentare che intendeva limitare il potere della Chiesa sulla vita pubblica, in particolare mediante la riconduzione dell’insegnamento scolastico in capo al controllo dello stato anziché dei chierici cattolici. Tuttavia gli ecclesiastici erano molto cauti nei
loro rapporti con il governo, ciò in quanto la nomina dei vescovi, con la rivoluzione, era divenuta di competenza statale, cioè del governo. Negli ultimi due decenni del XIX secolo erano presenti in Francia circa 75.000 ebrei i quali facendo leva sulle libertà loro concesse dalla Rivoluzione avevano in breve tempo fatto strada nell’interno dell’apparato statale, ad esempio nella pubblica amministrazione, nell’esercito, ma più che altro nella ambito bancario e dell’alta finanza. Tra i preti maggiormente coinvolti nel movimento antisemita c’erano i piccoli ordini religiosi come ad esempio quello dei Padri assunzionisti. Essi fondarono una rivista, “La croix” che ebbe uno straordinario successo. Quando, il radicamento della rivista tra i lettori divenne sufficientemente rilevante, la rivista stessa divenne quotidiano, e il suo successo tra i fautori dell’antisemitismo ancora maggiore. Grazie alle invettive antisemite prima da parte di padre Picard , superiore dell’ordine, poi da parte di Padre Bailly, direttore del giornale, il quotidiano da essi fondato cominciò a calcare la mano sulle affermazioni antisemite, accusando gli ebrei di essere responsabili non solo della rivoluzione industriale e del capitalismo ma anche del movimento rivoluzionario. A tutto ciò padre Bailly aggiungeva l’accusa secondo cui gli ebrei avrebbero controllato nascostamente anche il movimento massonico. Fatto è che per gli ebrei che cercavano di essere accolti nel consesso civile l’appartenenza alla massoneria era un traguardo molto ambito. Tale fu la pressione della comunità ebraica in tal senso che Adolphe Cremieux, il leader dell’Alleanza Isrealita Universale, divenne capo del rito massonico scozzese in Francia. Per tornare a La croix, gli argomenti del giornale erano i soliti più volte tratti a sostegno di campagne antisemite: assassini rituali, ruberie, prestito di denaro a usura, smania di assumere il potere assoluto in ogni aspetto della vita associata, i legami con la massoneria, i liberali, i rivoluzionari, ecc.
Altra pubblicazione antisemita, sempre ad opera di ecclesiastici cristiani era “La Croix du Nord”, che con i soliti argomenti tentava di screditare gli ebrei presso la pubblica opinione.
Per tornare a “La croix” essa divenne col tempo ferocemente antisemita e cominciò a ricoprire di insulti anche il Governo rivoluzionario, accusato dal giornale di aver svenduto la Francia agli ebrei. Questo però fu il colmo, in quanto contrastava con gli interessi del Vaticano che erano diretti nel senso di un dialogo pacifico con il governo francese. Tuttavia l’antisemitismo del giornale non suscitò, sempre però entro limiti ben definiti, eccessive lamentele da parte delle gerarchie superiori. Nel 1899 quando padre Bailly ebbe un incontro col papa, la situazione relativamente alla pubblicazione di “La croix” era mutata, in quanto in quell’incontro il Papa chiese a Bailly di attenuare le polemiche con il Governo francese. Ciò però non voleva dire che il giornale avrebbe dovuto assumere un atteggiamento non antisemita, in quanto le contumelie antisemite tradizionali erano più che bene accette. Ciò che non era bene accetto erano le critiche al governo francese, che avrebbero avuto, se continuate, l’effetto di peggiorare i rapporti tra Santa Sede e lo stesso governo francese. Tuttavia coloro che davvero contribuivano a fomentare l’antisemitismo in Francia erano spesso addirittura nemici della Chiesa. Ad esempio Edouard Drumont che tuttavia, per il suo libro sugli ebrei in Francia aveva ricevuto elogi da parte della stampa cattolica. Una riprova di quanto fosse conosciuto alla chiesa e alle gerarchie il potere degli ebrei fu che quando padre Henri Desportes di Rouen scrisse un opuscolo contro gli ebrei, il suo superiore, l’arcivescovo, gliene vietò la pubblicazione, perché in quanto consapevole del potere degli ebrei non intendeva provocarne una reazione, e nella fattispecie in quanto il prefetto di Rouen era un ebreo e l’arcivescovo temeva di irritarlo. Per tornare al libro di Drumont va detto che il libro in questione criticava finanche il nunzio apostolico in Francia, reo a suo dire di comportarsi secondo le convenienze. L’attacco irritò il nunzio che si rivolse al Segretario di stato pontificio. Quest’ultimo prospettò la possibilità di inserire nell’indice della Santa inquisizione il testo in questione ma paventava anche, se si fosse provveduto in questo modo, il pericolo di indurre una maggiore diffusione di ostilità tra i nemici della Chiesa.
Per accennare ad un altro problema che la Chiesa dovette fronteggiare in quegli anni, cioè il movimento socialista, la Chiesa indisse il Congresso dei cristiani democratici, che ebbe la durata di sei giorni. Il congresso era costituito da quattro sezioni separate: una sull’antisemitismo, una sulla massoneria, una sulla costruzione di un movimento sociale cattolico e una sulla questione del cattolicesimo e del repubblicanesimo.
Alla fine della giornata il congresso aveva elaborato alcuni capi saldi, ad esempio: agli ebrei doveva essere negata la cittadinanza francese; gli ebrei dovevano essere esclusi dall’insegnamento nelle scuole pubbliche e dall’accesso al corpo ufficiali. Poco dopo il congresso di Lione, si verificavano in Francia una serie di torbidi che prendevano a motivo l’affare “Dreyfus”, un militare accusato di aver venduto segreti di stato alla Germania, e condannato da una corte marziale a scontare la pena nel durissimo carcere detto l’”Isola del diavolo” un’atollo al largo della Guyana francese. Un anno dopo si scoprì che la grafia del messaggio con cui Dreyfus avrebbe attuato la delazione ai tedeschi era uguale a quella di un maggiore tedesco, Esterhazy. Poteva trattarsi di un complotto contro Dreyfus che era peraltro ebreo. Ma ciò che determinò gli eventi successivi fu che il popolo credette davvero alla colpevolezza del capitano. Vi furono sommovimenti antiebraici e sommosse antisemite al grido: morte a Dreyfus, morte agli ebrei. L’Osservatore romano ebbe parole di lode nei riguardi delle sommosse antiebraiche. Quando nel 1899 fu ordinato un nuovo processo e il capitano ebreo tornò a calcare suolo francese, il papa cominciò a preoccuparsi sempre di più dei toni antigovernativi delle sommosse contro Dreyfus, e delle solite accuse che si muovevano al governo francese, accusato di essersi venduto agli ebrei. E allora per evitare di inimicarsi il governo francese i toni del Vaticano attraverso le sue pubblicazioni divennero più teneri. Citando Innocenzo III, un papa del medioevo, i mezzi di stampa della Chiesa ricordavano che gli ebrei “sono i testimoni della vera fede. Non è lecito al cristiano estirparne la progenie”. Il 19 settembre del 1899 Dreyfus fu scarcerato per aver
ottenuto la grazia dal presidente francese. La stampa vaticana abbandonò i commenti sul caso e ritornò a dedicarsi agli omicidi rituali.
La situazione dell’antisemitismo in Austria.
Con la Chiesa francese che, a causa di un governo anticlericale rischiava di perdere molti dei suoi privilegi, papa Leone XIII si impegnò a convincere le autorità civili che la Chiesa cattolica non voleva essere considerata una minaccia per lo Stato repubblicano, il quale peraltro aveva ottimi rapporti con le comunità ebraiche.
In Austria la situazione era differente e qui il Vaticano incoraggiò la formazione di un movimento politico improntato al Cattolicesimo, e bisogna dire che in tutto ciò l’antisemitismo giocò un ruolo non indifferente. Sino al 1848 era presente in Austria un forte movimento antisemita, che proibiva ad esempio agli ebrei di vivere a Vienna ove sprovvisti di uno speciale permesso, tutto ciò nonostante il governo austriaco dipendesse dai prestiti dei banchieri ebrei, primi fra tutti i Rothschild. Non tutti coloro che erano o si dichiaravano antisemiti erano però cattolici. Ad esempio Georg von Schonerer fu il fondatore di un movimento politico contrario sia agli ebrei sia a i cristiani cattolici sia il movimento socialista. Nonostante le accuse da lui mosse in sede parlamentare contro gli ebrei, ciò non gli consentì comunque di creare un partito politico di massa modellato sulle idee antisemite. Fu un altro movimento ad alimentare l’antisemitismo di massa in Austria: il movimento dei cristiano sociali, fondato a Vienna nel 1887. Il suo leader, Karl Lueger pur non essendo del tutto ostile agli ebrei scoprì che inveire contro di essi pubblicamente era molto vantaggioso. Nel primo programma del movimento si chiedeva l’esclusione degli ebrei dall’esercito, dall’amministrazione pubblica, dalla magistratura, dal commercio al dettaglio, dalla medicina e dall’insegnamento a studenti non ebrei. Nel 1885 Lueger fu eletto in parlamento, dove conobbe il principe Luois di Liechtenstein e insieme diedero vita al partito cristiano sociale nel 1891. Il movimento cristiano sociale, dopo le prime rimostranze, fu fortemente appoggiato dal papa, anche perché questi riteneva che l’estensione del suffragio avrebbe richiesto un partito forte e in grado di canalizzare le masse. I sentimenti del papa in
proposito emersero due anni più tardi quando il nunzio apostolico in Austria, Galimberti incontrò un vescovo austriaco che gli presentò un importante proprietario terriero ebreo che aveva dato forti contributi alle opere di fede cattolica. Galimberti fu duramente criticato per questa iniziativa dagli ambienti vicini al papa e molti vescovi chiesero l’applicazione al caso di sanzioni disciplinari.
Il papa ovviamente chiese al nunzio di spiegarsi e di giustificare il comportamento tenuto in quella occasione, e il nunzio rispose che si era trattato di un incontro informale la cui rilevanza era stata amplificata ad arte poiché il proprietario del giornale che aveva commentato l’incontro era anch’egli ebreo. Tuttavia il Galimberti non era un malfidato. Alcuni mesi prima ad esempio aveva manifestato alla Santa Sede la propria gioia nel constatare che i cattolici e in particolare i cattolici nazionalisti e antisemiti avevano ottenuto importanti risultati elettorali a Vienna. Per tornare all’episodio oggetto di condanna a carico del nunzio Galimberti, pur nell’ambito di un atteggiamento comprensivo veniva contestato al padre nunzio di essersi fin troppo esposto con un personaggio che poteva ben a ragione essere considerato un nemico del Cattolicesimo. L’attivismo cattolico a favore del movimento cristiano sociale in Austria fu così forte da sovrastare la stessa chiesa cattolica viennese, la quale continuava a ribadire che il movimento cristiano sociale non era un movimento antisemita. Ad esempio nel 1891 Lueger, dinanzi alle proteste del vescovo per l’atteggiamento e i proclami antisemiti del suo partito si rivolse direttamente al papa per averne l’appoggio, scavalcando così il vescovo di Vienna. Sempre nel 1891 il segretario di stato vaticano chiese in una lunga lettera che padre Galimberti chiarisse la vicenda della querelle al vescovo di Vienna, che male interpretando l’incontro di Galimberti con il possidente ebraico, avrebbe poi apertamente ostacolato l’ingresso di tre validi sacerdoti antisemiti in Parlamento, solo perché ritenuti liberali. Inoltre l’arcivescovo era stato accusato anch’egli da Lueger di liberalismo.
La risposta del nunzio cioè Padre Galimberti fu nel senso che si era trattato di un ignobile tentativo di screditare quello che pure doveva essere l’orientamento
ufficiale della chiesa cattolica e non solo viennese, cioè un aperto e onesto antisemitismo. Occorreva però, a dire del nunzio, intendersi sui termini. In Austria in quel periodo i termini “antisemitismo” e “liberalismo” avevano dei significati abbastanza particolari. L’antisemitismo di Lueger era certo differente dall’antisemitismo della chiesa cattolica, in quanto non basato su una verità di fede, cioè il cristianesimo ma su teoremi politici e sociali. Inoltre faceva presente il nunzio che in Austria l’antisemitismo si mischiava a questioni etniche, cioè con la lotta all’ebraismo non in quanto religione ma in quanto insieme “etnico”, ed era questo il tipo di politica praticato da Lueger a Vienna. Nel decennio successivo mentre il movimento cristiano sociale di Lueger cresceva, i responsabili delle gerarchie cattoliche austriache continuarono a contestarlo, mentre i cattolici italiani non gli negarono mai il loro appoggio. In questa presa di posizione furono aiutati da un nuovo nunzio apostolico, cioè monsignor Agliardi, che fu autentico sostenitore negli anni della nunziatura, del partito e della figura del politico austriaco.
All’inizio del 1895, tuttavia gli arcivescovi di Vienna e Praga supplicarono il papa di condannare il movimento di Lueger, dato che il suo antisemitismo radicale e violento, sembrava andare ogni giorno di più “fuori controllo”. Non era sostenibile a loro modo di vedere un movimento dal carattere cristiano sociale che incoraggiava i preti ad opporsi ai vescovi, e si batteva contro il conservatorismo dei cattolici che appoggiavano il governo. Da parte loro i membri del movimento cristiano sociale asserirono che essi non avevano con l’antisemitismo radicale nessun tipo di avversione. Una volta riconciliati gli animi il pontefice inviò a Lueger una lettera di encomio. In definitiva ciò che la Chiesa, nella persona dei cardinali della Congregazione degli affari ecclesiastici straordinari, ebbe modo di apprendere e nonostante le voci in senso contrario di alcuni che, all’interno delle gerarchie, palesavano come un pericolo antisemita, fu che l’antisemitismo dei cristiano sociali non era rivolto contro gli ebrei in quanto tali ma solo contro il loro strapotere economico. Ne risultò che per cementare i rapporti con la Chiesa cattolica i capi del partito cristiano sociale giurarono fedeltà al papa, alla dottrina ecclesiastica e alla
gerarchia cristiana presente in Austria. Pochi mesi più tardi il primo ministro austriaco si recò in visita dal nunzio Agliardi, e tentò di ottenere che il Vaticano togliesse il suo appoggio al movimento cristiano sociale. Intanto la situazione a Vienna diveniva sempre più tesa. Pur avendo vinto le elezioni, Lueger non venne nominato sindaco a causa del veto da parte dell’Imperatore. Dal partito conservatore si era poi staccato un movimento che si era denominato partito cattolico popolare. Il barone de Paoli, suo fondatore non voleva irritare senza necessità la Corte imperiale, che si opponeva vivamente a Lueger. Inoltre con un programma che non era affatto antisemita il barone cercava di attirare il favore di quei vescovi che erano indecisi nei riguardi di un possibile sostegno a Lueger. Nondimeno i giornali finanziati dal Vaticano continuavano la loro campagna denigratoria a danno degli ebrei e consideravano l’Austria un Paese in cui gli ebrei si erano procurato un potere immenso sfruttando i cristiani. L’antidoto a una tale situazione era di imporre un “giogo” agli ebrei, e Lueger costituiva una figura che poteva servire a questo scopo. Negli stessi anni il nunzio apostolico Agliardi dovette occuparsi anche di un’altra questione riguardante gli ebrei. Dalla Galizia, all’epoca territorio facente parte dell’impero Austroungarico si era diffuso un malcontento da parte dei cristiani ivi dimoranti contro gli ebrei del posto, che era sfociato in sollevazioni popolari sempre contro gli ebrei. Il Vaticano venne a sapere che il capo di quel movimento era un prete cattolico, di nome Stanislav Stjalowsky, il quale pare avesse recepito le istanze del movimento socialista e ad esso avesse aderito. Tuttavia le sobillazioni e le istigazioni a carattere sociale del prete in questione, rifletterono gli uomini del vaticano, potevano essere considerate come qualcosa di utile e ciò in quanto quell’uomo poteva con la sua capacità di persuasione suscitare l’antisemitismo in Galizia attraverso false rivendicazioni a carattere socialista. Pochi anni più tardi, questo prete dalla facile eloquenza continuava a sobillare l’ostilità verso gli ebrei con risultati disastrosi, tanto che il governo austriaco chiese al papa di fare qualcosa. Intanto nuovo nunzio papale era stato nominato l’arcivescovo Taliani il quale come primo atto ufficiale si recò a un incontro con il ministro degli esteri austriaco, tale
Goluchowsky il quale si era assai lamentato di ciò che stava accadendo in Galizia, al che il nunzio aveva assicurato che tutto ciò non poteva imputarsi alla Chiesa cattolica. Il nunzio inviava poi alla Santa Sede un poscritto secondo cui le vere cause dei torbidi in Galizia erano le tasse, divenute esorbitanti e la pratica dell’usura da parte degli ebrei. Nel mese di giugno del 1896 Taliani inviò un nuovo rapporto alla Santa Sede nel quale informava gli interessati che le rivolte stavano diminuendo in intensità e che le responsabilità di cristiani ed ebrei in quella situazione erano state esagerate. Il nunzio Taliani inviò poi un rapporto in cui descriveva Stojalowsky in termini molto lusinghieri, tanto da registrare le molte manifestazioni di gratitudine espresse dagli ebrei nei confronti del prete. La cattiva fama di Stojalowsky era stata generata ad arte dai socialisti per incolpare il povero prete dei pogrom contro gli ebrei. Ovviamente il prete in questione era antisemita, ma non avrebbe mai torto un capello ad un ebreo, mentre lo fecero i socialisti. Il 24 settembre del 1900 un collaboratore del nunzio apostolico a Vienna scrisse a tale Rampolla, uomo interno alle gerarchie ecclesiastiche, raccontando un incontro con il ministro degli affari esteri austriaco, nel quale quest’ultimo accusava il nunzio apostolico di aver protetto le malefatte del prete galiziano, ciò a cui il nunzio rispose che la Chiesa aveva necessariamente dovuto prendere tempo per ricercare la verità sugli avvenimenti di cui veniva incolpato lo Stojalowsky. In Austria ormai antisemitismo e cattolicesimo facevano un tutt’uno. Un esempio su tutti: quando la Corte suprema austriaca proibì l’uso di fondi pubblici per il restauro delle chiese cattoliche, si ebbero in parlamento interventi molto accesi nelle discussioni che seguirono il provvedimento della corte e ovviamente la pronuncia della corte veniva attribuita alla nefasta influenza ebraica. Sempre un collaboratore di Lueger, Ernst Schneider aveva proposto di imporre una taglia sugli ebrei cioè una ricompensa a chi ne avesse ucciso uno. Fatto era che dopo più di un decennio di appoggio da parte del Vaticano il movimento antisemita stava guadagnando terreno all’interno dell’Impero. Prova ne era che anche in Ungheria erano scoppiate sommosse contro
gli ebrei. Nel 1901 il nunzio a Vienna scrisse al cardinale Rampolla sostenendo che le sollevazioni erano dirette esclusivamente contro gli ebrei e le loro macchinazioni.
Etnia
La Chiesa cattolica ha sempre recisamente negato ogni suo coinvolgimento, anche a carattere meramente ideologico tra l’antisemitismo moderno, fondato su elementi antropologici e il proprio antisemitismo, un antisemitismo dagli aspetti esclusivamente religiosi. Gli argomenti a conforto di queste asserzioni si possono raggruppare in tre insiemi che vengono frapposti al moderno antisemitismo, nel senso di affermare una totale estraneità della chiesa a questo tipo di antisemitismo. Il primo argomento in forza del quale la Chiesa non condivise mai l’antisemitismo del XX secolo è che esso è connotato da elementi antropologici in senso peggiorativo cioè che gli ebrei costituirebbero una “etnia” separata e inferiore; il secondo argomento è che la Chiesa ha sempre condannato l’antisemitismo etnico perché esso è in contrato con la missione universale della Chiesa; il terzo argomento esime la Chiesa dall’aver mai partecipato alle manifestazioni dell’antisemitismo moderno. In ogni caso nell’ambito delle ideologie che coltivavano pulsioni antisemite erano compresi i seguenti elementi: la cospirazione universale degli ebrei; il tentativo di conquistare il mondo; gli ebrei sono una setta malvagia che vuole uccidere tutti i cristiani; gli ebrei sono privi di morale; agli ebrei interessano solo i soldi; gli ebrei controllano la stampa e le banche che portano i cristiani alla rovina; sono responsabili del comunismo; gli ebrei praticano omicidi rituali; gli ebrei cercano di distruggere il cristianesimo; gli ebrei sono sempre disposti a vendere il proprio paese al nemico; per proteggere la società occorre che gli ebrei siano segregati e privati dei diritti che fanno capo ai comuni cittadini. Tutte queste elucubrazioni sugli ebrei erano presenti nella Chiesa fin dall’antichità. Ad esempio nella Spagna del XV secolo, dove viveva la più vasta popolazione ebraica d’Europa, nel 1492 fu promulgata una serie di leggi dette “statuti della purezza del sangue”, in forza dei quali chiunque avesse antenati ebrei non poteva occupare posizioni di
prestigio nella società spagnola. Anche la chiesa vietò a chi aveva antenati ebrei di partecipare alle funzioni ecclesiastiche e di ricoprire le cariche ecclesiastiche.
Nel XVI secolo lo spagnolo Ignazio di Loyola fondò l’ordine dei gesuiti, e successivamente introdusse una regola per cui coloro che avevano anche solo un ascendente ebraico fino alla quinta generazione precedente non potevano accedere all’ordine. Questa disposizione fu abolita solo nel 1946 dopo essere stata citata da nazisti e fascisti a giustificazione delle loro politiche di intolleranza e segregazione, quando non di vero e proprio sterminio legalizzato.
Un chiaro esempio di come l’antisemitismo fosse assai diffuso alla fine del XIX secolo è la vicenda relativa alla storia di un arcivescovado che fu assunto in una regione ceca da un ecclesiastico di origini ebraiche, a nome padre Kohn. Quando si sparse la voce che Kohn aveva origini ebraiche il popolo si infuriò e si arrivò al punto che le proteste popolari determinarono la rimozione di Kohn dall’incarico.
Per tornare al concetto di etnia e di discriminazione, va detto che soprattutto la definizione di “etnia ebraica” fu sino ad un certo momento un concetto indefinito. Solo in seguito e per gradi venne attribuita agli ebrei una diversità sostanziale, biologica.
Persino coloro che impetravano un miglior rapporto tra cristiani ed ebrei avevano ormai implicitamente assimilato il concetto di etnia ebraica. Ad esempio in un saggio di Padre Henri Gregoire si parla in difesa degli ebrei, e nondimeno esprimendo concetti discriminatori. Ad esempio nel descrivere il “tipico” individuo ebraico nella sua costituzione fisica, Gregoire scrive: “ il viso pallido, il naso a uncino, gli occhi affossati, il mento prominente e i muscoli della bocca molto pronunciati”. E aggiunge: ”molti di loro sembrano invecchiare precocemente ed emanano un cattivo odore”. Nonostante queste sporadiche affermazioni Padre Gregoire continuò per tutta la vita a difendere gli ebrei tanto che quando nel 1831 morì molti ebrei lo piansero. Per quanto riguarda il cattivo odore emanato dagli ebrei, esso finì per dare luogo alle più artificiose dicerie, ad esempio che il corpo dell’ebreo puzzava perché era immondo, e ciò andava a corroborare le convinzioni
di coloro che ritenevano gli ebrei una genìa inferiore, convinzioni che l’avvento del Nazismo contribuì a diffondere. Da ciò a concludere che il sangue ariano non doveva esser mischiato col sangue ebraico il passo fu molto breve.
Vale la pena a questo proposito evidenziare come il movimento nazista avesse portato alle estreme conseguenze l’odio per gli ebrei diffuso in nuce anche negli ambienti della Chiesa cattolica. Interessante in tal senso un libro di padre Chabouty in cui si analizzava la costituzione fisica degli ebrei che a dire dell’autore li rendeva immuni alle malattie. Tale affermazione implicava quella secondo cui era ragionevole attribuire agli ebrei la colpa delle tante epidemie che nel corso del medioevo avevano causato la morte di molti cristiani. Nel 1906 un articolo di un giornale francese accusava gli ebrei di controllare persino il movimento massonico, ovviamente riprendendo un cliché già ampiamente sfruttato.
Un caso dell’inizio del XX secolo è assai chiarificatore in merito al tipo di idee che prepararono l’avvento del fenomeno nazista. Durante una seduta del parlamento austriaco del 1901 uno dei sostenitori di Lueger dichiarò che la questione ebraica era una questione di sangue e che egli stesso per battezzare un ebreo non l’avrebbe cosparso d’acqua ma tenuto col capo messo dentro una tinozza per 5 minuti buoni.
L’omicidio rituale e i papi nel ventesimo secolo
Negli ultimi due decenni dal XIX secolo i papi usarono l’antisemitismo come arma per creare un appoggio politico da parte delle masse popolari alla Chiesa. Quest’ultima era nella posizione di condannare i numerosi pogrom antisemiti che avevano luogo in Europa orientale, ma ne prese le distanze o meglio prese le distanze dalle ragioni che erano alla base di quelle stragi. La campagna cattolica che in quegli anni identificò gli ebrei con l’omicidio rituale rende però l’idea di un antisemitismo diffuso anche in ambienti cattolici e persino tra le gerarchie. Un antisemitismo che veniva utilizzato non in maniera plateale ma dietro le quinte di un clima d’odio nei confronti dell’ebraismo diffuso in tutta Europa. La reazione più energica allo stato di fatto della diffusione sempre più pervasiva dell’antisemitismo provenne dall’Inghilterra dove i prelati cattolici furono accusati di imporre credenze
medievali del tutto prive di fondamento. Nel dicembre del 1889 il rabbino capo di Londra Hermann Adler ebbe un colloquio per lettera con il cardinale Henry Manning, arcivescovo di Westminster. Il rabbino gli sottoponeva il caso di un libro antisemita che aveva riscosso simpatie in Vaticano ed esprimeva sconforto per come il capo della Chiesa si era espresso in merito al libro in questione. Un anno dopo il vescovo, che si era ripromesso di indagare sulle affermazioni di Adler presso la Santa Sede, scrisse di nuovo ad Adler per informarlo della risposta ricevuta dal segretario di Stato Vaticano Rampolla. Quest’ultimo aveva recisamente negato che vi fossero state parole d’elogio da parte del papa, anzi aveva affermato che mai il papa avrebbe assunto posizioni simili a quelle descritte nel libro, nei riguardi del popolo ebraico. In realtà la storia che venne alla luce fu che lo stesso Desportes aveva scritto al papa dopo aver ricevuto una comunicazione relativa al libro di recente pubblicazione. Aveva anche inviato due copie del suo libro al papa tramite la segreteria di stato, lamentando che la diffusione del suo libro fosse stata boicottata ad opera di ebrei. Pochi giorni dopo Rampolla, il segretario di stato, scriveva rispondendo a Desportes e partecipandogli la felicità del pontefice nel ricevere le due copie del libro, e la susseguente benedizione in favore dell’autore. L’anno seguente Desportes inviò nuovamente due copie del suo ultimo libro al segretario di stato perché le recapitasse al papa. Non sappiamo quanto di quel libro abbiano letto il segretario di stato o il papa ma il 31 ottobre del 1890 il cardinale Rampolla scrisse di nuovo a Desportes per ringraziarlo dell’invio delle due copie del libro. Intanto in Inghilterra non si tollerò che il papa ricevesse libri sugli omicidi rituali, che gli inglesi erano fermi nel ritenere delle leggende prive di fondamento. Perciò l’arcivescovo di Westminster scrisse, insieme ad altri influenti cattolici di Inghilterra delle lettere al segretario di stato, nelle essi quali chiedevano il ripudio ufficiale di quella accusa nei riguardi degli ebrei. La questione finì nelle mani della Santa Inquisizione, che diede incaricò a monsignor Rafael Merry De Val, che di lì a poco sarebbe succeduto a Rampolla alla segreteria di stato, di occuparsi, in qualità di esperto, della vicenda. Merry de Val fu scelto anche a motivo del fatto che uno
dei suoi antenati, ancora bambino era stato vittima di un omicidio rituale. La supplica delle autorità cattoliche inglesi giunse all’orecchio persino delle autorità ecclesiastiche austriache, le quali temevano che il partito cristiano sociale subisse una deriva dichiaratamente antisemita. Intanto le indagini degli inquisitori andavano per le lunghe. Finalmente giunse presso la Santa Sede una serie di comunicazioni e suppliche dall’Inghilterra affinché il Vaticano emettesse una dichiarazione ufficiale nella quale affermasse recisamente che la pratica dell’omicidio rituale non era più che una superstizione. Gli inquisitori però non accolsero la richiesta. Era poi di fatto impensabile che il papa potesse cambiare una linea politica che aveva coltivato durante tutto il suo pontificato. Leone XIII morì nel 1903. Quando il Conclave si riunì per eleggere il nuovo papa il candidato più probabilmente eleggibile era il Rampolla, che però aveva molti detrattori, sia in Austria che in Patria dove veniva accusato di essersi occupato troppo poco di politica interna. Messa da parte la candidatura di Rampolla fu eletto Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia che assunse il nome di Pio X. Così come il suo predecessore, da cui peraltro lo distinguevano la cultura personale, lo stile di vita, le convinzioni e le esperienze, Pio X non aveva alcuna intenzione di mutare l’atteggiamento della Chiesa in merito ai cambiamenti in atto in Europa. In una delle sue encicliche più importanti, “Pascendi”, condannò la filosofia moderna considerandola contraria alla Chiesa, e ridiede pieno risalto ad una istituzione all’epoca quasi dimenticata, cioè all’indice dei libri proibiti.
Tuttavia Pio X anche a causa di amicizie di lunga data nell’ambiente ebraico ebbe un atteggiamento verso gli ebrei molto diverso da quello dei sui predecessori. Ad esempio nel 1905 il papa intervenne presso i vescovi polacchi per far cessare i pogrom che nel frattempo si erano diffusi in quelle terre. Quanto alla politica interna i giornali vaticani furono molto più ben disposti nei riguardi degli ebrei durante il suo pontificato. Ci fu poi l’udienza concessa a Theodor Herzl, il quale era uno dei fautori, se non il principale, di uno stato ebraico in Palestina, e parlò di questa sua idea con il papa, ricevendo però un secco rifiuto riguardo all’appoggio della chiesa a questo progetto. Dopodiché fu Herzl a chiedere al papa se sapesse qualcosa
dell’attuale situazione degli ebrei. Il papa da parte sua offrì i propri auguri in merito allo Stato che il rabbino intendeva fondare in Palestina e si disse disposto a battezzare tutti coloro che tra gli ebrei difendevano quel progetto.
Per tornare alla politica strettamente interna Pio X era impegnato in una battaglia contro la modernità, battaglia in cui l’antisemitismo giocava un ruolo fondamentale. Molto chiarificatore in tal senso il rapporto del papa con Umberto Benigni, nato nel 1862 e ordinato prete nella sua città, Perugia all’età di 23 anni e protagonista di una rapida carriera sia nella gerarchia ecclesiastica, sia negli istituti di istruzione cattolici e sia nei giornali facenti capo al Vaticano. Nel 1909 con l’incoraggiamento del papa Benigni fondò una sorta di “servizio segreto” detto “Sodalizio di S. Pio V”, una sorta di servizio informativo circa l’attività di movimenti come i liberali, i socialisti, i modernisti, e ovviamente gli ebrei. Pio X ricoprì di onori Benigni ed ebbe con lui un rapporto di speciale confidenza. Sempre poi per quanto riguarda le dure prese di posizione sugli omicidi rituali, che furono oggetto di una supplica da parte di alti funzionari perché l’omicidio rituale venisse considerato soltanto una leggenda popolare, Pio X mantenne la linea dei suoi predecessori anche nel caso più recente, quello che aveva dato luogo ad un procedimento a carico di Mendel Beilis, celebrato a Kiev nel 1913. Beilis era stato arrestato nel 1911 e accusato dell’omicidio rituale di un ragazzo, e processato per questo. E mentre, si era agli inizi del XX secolo, la linea della stampa ecclesiastica era la stessa di due secoli prima, varie associazioni ebraiche nate in Europa e Nord America si interrogavano su come fosse possibile credere ancora agli assassinii rituali. Come in altre occasioni gli ebrei si rivolsero per il tramite dei loro esponenti più in vista, cioè la famiglia Rothschild al pontefice, appoggiati in ciò dal clero britannico, ma non con le solite maniere, cioè in sede ufficiale. Si limitarono a chiedere di prendere in considerazione da parte degli uffici vaticani a ciò preposti, alcuni documenti emanati dal vaticano in altre occasioni simili a quella in questione, ad esempio alcune deliberazioni giurisdizionali che smentivano la possibilità stessa di omicidi rituali. E di fatto quelle deliberazioni, ad un esame approfondito si rivelarono
esistenti. La lettera inviata a suo tempo da Rothschild si trova oggi negli archivi vaticani, insieme con la lettera di accompagnamento del duca di Norfolk. Dopo aver consultato il papa e il Santo Uffizio il cardinale Merry de Val rispose a Rothschild assicurandogli che nei documenti che questi citava a testimonianza risultava che alcuni papi non consideravano la pratica dell’omicidio rituale più che una superstizione. Nondimeno la corte giurisdizionale di Kiev respinse la lettera e non volle considerarla come prova. In conclusione la dichiarazione, accompagnata da documenti e inviata da Merry de Val non fu mai accolta nel processo di Kiev. Tuttavia i presunti colpevoli furono dichiarati innocenti, ciò che suscitò un vivo malcontento presso le comunità russe del cattolicesimo ortodosso. Per quanto riguarda la politica papale in merito ai documenti di cui fin qui si è parlato, non vi fu alcuna dichiarazione in proposito a favore della causa ebraica. Anzi la stampa cattolica continuò a rinfocolare l’odio per gli ebrei. Per tutta risposta il giornale israelitico intitolato “Vessillo israelitico” accusò l’organo vaticano di Firenze “L’Unità cattolica” di condurre una campagna antisemita, cosa che il giornale cattolico si affrettò a smentire, citando le parole stesse del segretario di stato vaticano.
Anche in Francia tuttavia la stampa cattolica continuò a battere sul problema dei fantomatici omicidi rituali, questa volta facendo riferimento al caso di Kiev. Il giornale “L’Universe” riferiva che sarebbe stato addirittura il rabbino capo a estrarre meticolosamente il sangue al giovane assassinato a Kiev. Pochi giorni dopo lo stesso giornale riportava i risultati di una perizia durante il processo di Kiev, che testimoniava non solo la brutalità ma anche la ritualità dell’assassinio. Il 12 novembre, giorno in cui il giornale francese avrebbe dovuto riferire la notizia della assoluzione degli imputati nel processo di Kiev, il giornale criticò le azioni di disturbo messe in atto con le ormai note lettere inviate dal Cardinale Merry De Val, ritenendole quanto meno pretestuose e non dirette a fini veritativi ma soltanto ad ottenere l’assoluzione dei confratelli di Rothschild. Inoltre le note posizioni vaticane sull’omicidio ebraico cioè relativamente alla realtà del fenomeno dovevano essere
state quanto meno lette prima della pubblicazione da Merry De Val, che quindi aveva tenuto il piede in due staffe. Sempre il giornale “La Civiltà cattolica” scriveva in quei giorni, che gli ebrei si erano rivolti ai Rothschild, i quali non si capiva da quale punto di vista avessero a cuore la comunità ebraica internazionale, dato che erano semplici banchieri. Per quanto riguarda i documenti a favore della teoria della mistificazione del culto ebraico inviati dal cardinale segretario di stato con l’appoggio dei Rothschild, ciò che il giornale sosteneva era che se ne fosse travisato il senso. Ovviamente il giornale non poteva esprimere la convinzione che si fosse trattato di un verdetto motivato per sé in favore degli ebrei, ma ipotizzava che questi ultimi avessero comprato la sentenza. Il mese successivo sempre “La civiltà cattolica” offriva altre prove sul caso di Kiev, tratteggiando la natura diabolica degli ebrei e la loro abitudine di bere sangue al posto del latte.
L’anno in cui tutto ciò avveniva era il 1914. La data dovrebbe a mio avviso far riflettere.
Sempre nel 1914 moriva Pio X. I cardinali riuniti in conclave, nella consapevolezza di essere vicini al’inizio della Prima guerra mondiale, non persero tempo nel nominare successore del papa defunto, tale Giacomo della Chiesa, arcivescovo di Bologna. La disputa sull’antisemitismo sostenuta con la Francia aveva incrinato i rapporti con quel Paese, ed anche con altri, sempre a causa del fatto che le gerarchie ecclesiastiche continuavano a credere alla esistenza di omicidi rituali commessi da ebrei. Della Chiesa, di origini nobili come la maggior parte dei collaboratori del papa, aveva trascorso lunghi anni presso la segreteria del papa, ed era uomo di notevoli capacità: conosceva il modo di valutare gli sviluppi politici, aveva capacità diplomatiche e il senso della storia. Quando ascese al soglio decise di essere chiamato Benedetto XV. Il nuovo papa aveva capito che il nuovo ordine secolare non poteva più essere sostenuto e che la Chiesa avrebbe dovuto adeguarsi ai tempi nuovi, scendendo a patti con le nuove realtà, cioè movimenti come il socialismo e il sionismo. Benedetto fu capace di introdurre nella Chiesa un nuovo modo di intrattenere rapporti con la comunità ebraica, innanzitutto attraverso la soppressione
dei giornali cattolici antisemiti. Benedetto XV ebbe assai a cuore le vicende del conflitto mondiale e cercò una soluzione negoziata tra gli stati ex belligeranti in sede di conferenza di pace. Tuttavia il trattato di Londra che i Paesi usciti dal conflitto stipularono per regolare le risultanze del conflitto in termini di spartizioni territoriali e di influenza politica, conteneva una clausola che escludeva il Vaticano dal partecipare ai negoziati di pace. Uno Stato il cui capo si dichiarava prigioniero dell’Italia da un sessantennio, lui e i suoi predecessori, non aveva alcun diritto di partecipare ai negoziati post bellici, semplicemente perché quella guerra non l’aveva combattuta. I negoziati furono aperti da un cattolico francese, tale Deloncle insieme con un ebreo francese, tale Perquel. Nel maggio successivo, il 1915, i due promotori dei negoziati incontrarono il papa in udienza privata, nel corso della quale il papa annunciò la preparazione di un enciclica a favore degli ebrei, però a condizione che il peso del Vaticano a livello diplomatico si rafforzasse. I negoziati, dopo un periodo di iniziale entusiasmo finirono nel vuoto, tanto più che gli ebrei rifiutarono l’appoggio del papa perché preoccupati da ciò che l’atteggiamento di favore nei riguardi del Vaticano poteva comportare a loro danno. Inoltre non era costume degli ebrei farsi coinvolgere in vicende internazionali, e nondimeno le condizioni poste dal papa ad una eventuale collaborazione con gli ebrei avrebbero reso ostili agli ebrei altri stati d’Europa con cui le comunità ebraiche erano allora in buoni rapporti. Il succo del discorso era che il Vaticano, neanche se si fosse riconciliato con tutti gli ebrei presenti nel mondo, avrebbe potuto essere legittimamente ammesso al tavolo delle trattative. Benché escluso dai negoziati continuò a essere preoccupato per la sorte dei cattolici polacchi dopo la guerra. La Polonia era attualmente divisa tra l’Impero austroungarico e la Prussia, e costituiva il problema più urgente in sede di negoziati di pace. Alla fine della guerra l’Arcivescovo di Varsavia chiese al pontefice di inviare un emissario in Polonia per chiarire la situazione, e in risposta Benedetto XV inviò Achille Ratti, il futuro Pio XI. La Polonia era sin dal XIV secolo fondamentale per gli ebrei che da allora vissero in quel paese facendo da intermediari tra la nobiltà terriera e i contadini. Tuttavia nel XVIII secolo a causa
della ostilità della Russia la condizione degli ebrei polacchi cominciò a peggiorare. Tuttavia negli ultimi due decenni del XIX secolo la Polonia continuò ad ospitare ebrei se non altro per salvarli dagli artigli della Russia e dalle restrizioni imposte loro in quel Paese. Il ruolo di mediatori che come detto era stato degli ebrei per secoli, si era sostanziato attraverso il possesso esclusivo degli empori, attraverso il prestito di danaro e attraverso il commercio del bestiame. Tuttavia agli ebrei vanno ascritti anche altri meriti, ad esempio di aver favorito con le loro attività economiche, l’avanzamento e lo sviluppo economico della Polonia.
Lo sviluppo dei movimenti antisemiti e nazionalisti in Polonia cominciò ad diffondersi alla fine dell’‘800. Oltre agli altri va ricordato il movimento capeggiato Dmowski che agiva in Polonia orientale mentre nella parte di Polonia in mano agli austriaci i movimenti antisemiti e nazionalisti erano convinti che gli ebrei ivi presenti costituissero un pericolo. Gli ebrei furono additati, dopo la fine della guerra, quali colpevoli di aver accolto a braccia aperte l’invasore russo. Ciò determinò lo scatenarsi di violenze e repressioni in tutto il territorio della Polonia. Quando nel 1919 cominciò la conferenza di pace a Parigi, il trattato che ne derivò impose che le minoranze ebraiche in Polonia dovevano essere protette dalle periodiche violenze. Quando l’anno successivo la Polonia entrò in conflitto con la Russia rivoluzionaria, e dovette ritirarsi nei propri confini dopo aver conquistato numerose posizioni in territorio russo, la propaganda attribuì la sconfitta ai bolscevichi russi, i quali vennero ritenuti strettamente legati agli ebrei, e che anzi l’ebraismo avesse inventato il bolscevismo. Per esigenze conoscitive della situazione polacca, il papa, dopo i recenti avvenimenti in quel Paese, inviò in missione in Polonia Achille Ratti, il quale sondando il terreno apprese che i polacchi ritenevano gli ebrei un problema.
In una lettera del 1918 Ratti riferiva al cardinal Gasparri i disordini presenti in Polonia e propose un incontro con dei rappresentanti polacchi della comunità ebraica, incontro che si verificò mentre Ratti era in visita a Sandomierz. Per intercessione di Ratti il vescovo locale incontrò una delegazione di ebrei polacchi. Tuttavia pochi giorni dopo la visita di Ratti, ricominciarono i pogrom. Il 25
novembre il vescovo di Varsavia ordinò che le violenze sugli ebrei cessassero. Per quanto riguarda il rapporto conclusivo di Ratti questo giunse presso il pontefice nel gennaio 1919, e lungi dal dire bene dei giudei li considerava una minaccia, tuttavia ne descriveva nei dettagli le condizioni in cui versavano in Polonia, che erano delle peggiori.Tuttavia esisteva una classe ebraica di affaristi, usurai e piccoli commercianti, diceva il rapporto, che costituivano la classe dominante in quel Paese. I pogrom venivano giustificati da Ratti con l’opposizione dei polacchi agli ebrei che si ritenevano fautori del bolscevismo. Nel frattempo Ratti ricevette una copia di una dichiarazione preparata da una missione polacca a Vienna. In essa vennero riportati i più turpi crimini ai danni della comunità ebraica, come i saccheggi a danno della popolazione inerme, che in tal modo gli aggressori riducevano alla fame. Questi accadimenti poiché rivolti contro ebrei erano senz’altro manifestazioni di antisemitismo. Immediatamente dopo la cessazione delle violenze un gruppo di ebrei presentò una petizione di denuncia al presidente del Consiglio. Per tutta risposta il Presidente attribuì la causa del pogrom agli ebrei, in quali erano stati visti subito prima dei torbidi, in un teatro locale gridare: “Abbasso la lingua polacca, non vogliamo un governo polacco”. Uno dei consiglieri disse in quell’occasione che quelle violenze erano il frutto di una campagna di provocazione degli ebrei nei confronti della popolazione polacca. Quindi un altro consigliere stavolta ebreo disse che non c’era stato a teatro alcun inno antipolacco e che egli era presente nel momento in cui gli ebrei inneggiavano ad una Polonia libera e unita.
Per quanto riguarda le informazioni che Ratti aveva appreso sul comportamento della locale Chiesa cattolica, egli seppe che essa chiesa era fortemente impegnata nella repressione dei movimenti socialisti, anche per via delle prossime elezioni comunali in cui tra il fronte nazionale e quello socialista liberale i cattolici erano tenuti a scegliere il primo.
Il 21 novembre di quell’anno ebbe luogo un ennesimo pogrom a Lvov durante il quale i cattolici polacchi avevano distrutto tre sinagoghe insieme a molte case di ebrei e diversi luoghi di preghiera dando poi alle fiamme alcuni rotoli di scritture
ebraiche, alcuni del quali molto antichi. Il 15 gennaio il rapporto di Ratti era pronto per essere trasmesso alla santa sede, cioè al cardinal Gasparri.
Quando poi le notizie dei pogrom raggiunsero la sede dei negoziati di Pace cioè Versailles, i rappresentanti dei governi riuniti al tavolo delle trattative emanarono un documento in cui imponevano alle autorità polacche di non permettere altri episodi del genere. Ratti peraltro fu richiamato in Vaticano quando cominciarono all’interno della Polonia scontri tra opposte fazioni etniche per la regolazione dei confini delle nuova Polonia unita. La tensione aveva raggiunto il culmine, soprattutto come al solito contro gli ebrei ma anche tra altre etnie presenti nel Paese. Ai primi di giugno Ratti lasciò la Polonia. Fu solo grazie a monsignor Ermenegildo Pellegrinetti, devoto collaboratore di Ratti e rimasto in Polonia dopo la partenza del suo superiore, che si ebbe un resoconto scritto ad uso della Chiesa sulla situazione in Polonia. Il documento che egli preparò constava di 70 pagine e raccoglieva in sintesi tutto il materiale procuratosi da Ratti. Nella relazione di Ratti, parallela a quella del suo collaboratore, un’intera sezione era intitolata a “Gli ebrei”, che però quando fu resa pubblica un settantennio dopo, cioè nel 1990, risultava parafrasata. La novità della relazione, tralasciando leggende come l’ingestione di sangue umano, stava nel tentativo di descrivere le relazioni tra ebrei e russi prima della caduta dello zar, che in sostanza avevano implicato la deportazione di quasi tutti gli ebrei russi in Polonia. Ovviamente questa scelta determinò una serie di scontri tra i polacchi e gli ebrei ivi inviati.
Pellegrinetti notò che mentre i socialisti e i radicali mostravano atteggiamenti filoebraici , i nazionalisti continuavano a ritenere gli ebrei un pericolo, soprattutto attraverso l’accusa di essere gli agenti della cospirazione bolscevica. Intanto Benedetto XV moriva. Il conclave era diviso tra coloro che sostenevano Merry De Val e coloro che sostenevano Gasparri. Tuttavia quest’ultimo, rendendosi conto di avere scarse probabilità di essere eletto dirottò i suoi voti su Achille Ratti, che nel 1922 divenne papa con il nome di Pio XI. L’opinione che il nuovo pontefice avrebbe avuto sugli ebrei nel corso del suo pontificato, è corroborata da un
colloquio che egli ebbe con Mussolini nel 1932. Il papa stesso sollevò la questione ebraica, asserendo che se all’epoca il comunismo rappresentava un problema ciò dipendeva dall’avversione del giudaismo nei confronti del cristianesimo. Tuttavia il papa pensava che gli ebrei italiani fossero una eccezione. Ma gli ebrei dell’Europa orientale specie se polacchi costituivano un problema davvero serio. Ne aveva avuto conferma nei tre anni passati in Polonia quando ancora era segretario di stato.
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