I prodromi dell’Olocausto
Dopo che per tutto il XIX secolo i semi dell’antisemitismo erano stati gettati, dopo la morte di Pio XI, avvenuta nel 1939 si tornò per quanto riguarda la situazione degli ebrei, ad un secolo addietro. Agli ebrei di vaste zone dell’Europa vennero tolti i diritti di cui avevano beneficiato da meno di un secolo prima. La situazione era abbastanza critica. Il ruolo rivestito dal Vaticano nelle politiche di discriminazione che prepararono l’Olocausto si manifestò con maggior vigore nei territori soggetti all’autorità della Chiesa. Il caso dell’Italia è particolare. Fino ad arrivare a Giovanni Paolo II i papi erano stati tutti italiani. E italiane erano le gerarchie cattoliche in maggioranza, ragion per cui il Vaticano aveva un controllo più diretto sugli atteggiamenti popolari. I “Protocolli dei Savi anziani di Sion” vennero presentati dagli autori come un documento appena scoperto in cui erano dettagliatamente descritti i piani di conquista del mondo da parte degli ebrei, un documento che avrebbe anche abbondantemente animato la propaganda antisemita del partito nazista negli anni precedenti l’ascesa al potere di Adolf Hitler. Numerose pubblicazioni negli anni ’20 fecero eco a questo scritto, ed anche ovviamente le gerarchie cattoliche con i loro organi di stampa. La prima edizione dei protocolli fu data alle stampe da monsignor Benigni, che ebbe anche a dichiarare che l’ostilità della Chiesa verso gli ebrei era motivata non da intolleranza verso la loro religione ma dalle degenerazioni in cui gli ebrei incorrevano a causa dell’osservanza del Talmud, ad esempio il proposito di conquistare il potere mondiale.
In Francia il massimo promotore della diffusione dei protocolli fu padre Ernest Jouin, che ne curò la pubblicazione. Il sacerdote fondò anche un movimento politico
denominato “Lega franco cattolica”, tutte iniziative rivolte a difendere la Chiesa dallo strapotere ebraico. L’insistenza di Jouin sulla cospirazione giudaica era in perfetta sintonia con il movimento antisemitico in Germania. Dall’Italia Jouin andava ripetendo che i due obiettivi che gli ebrei si erano prefissi erano il dominio del mondo e la distruzione del Cattolicesimo per odio verso Gesù Cristo, ottenendo gli encomi prima di Benedetto XV e poi di Achille Ratti quando quest’ultimo divenne papa, nonché del cardinal Gasparri. Le buone impressioni provocate in Vaticano procurarono a Jouin anche la promozione a protonotario apostolico. Tuttavia va detto che nello stesso frangente in cui l’antisemitismo su base etnica otteneva un notevole consenso, sorsero anche associazioni a difesa degli ebrei come la nota associazione degli “Amici di Israele” il cui scopo era la conversione degli ebrei al cattolicesimo. Tuttavia questa associazione non durò molto, perché, tacciata di diffondere notizie false e di propagandare dottrine eretiche, fu soppressa dal Sant’Uffizio, senza fornire spiegazioni ufficiali. Tuttavia un accenno di chiarimento venne da padre Rosa, responsabile di una rivista cattolica. Padre Rosa distingueva tra antisemitismo esterno al Cristianesimo e antisemitismo cristiano. La dichiarazione del Sant’Uffizio che condannava l’antisemitismo si riferiva ovviamente non all’antisemitismo cristiano ma a quello relativo all’ebraismo che in quegli anni si diffondeva in tutta Europa e tendeva ad assoggettare attraverso il controllo della sfera economica i popoli del continente. Per di più agli ebrei andava addossata la colpa della Rivoluzione russa come secoli addietro quella della Rivoluzione francese, e la recentissima sequela di sommosse in Ungheria. Per quanto poi riguardava l’Austria il corrispondente di un giornale cattolico denunciava come gli ebrei si fossero appropriati delle ricchezze del Paese. Alla fine dell’anno successivo, si era nel 1921, il papa Ratti ricevette dall’Austria notizie ancora più spaventose. Un corrispondente della stampa cattolica fece presente al papa che i giudei a breve e se non fossero stati in qualche modo fermati, avrebbero ridotto l’Austria ad un niente, anche grazie alle sempre più frequenti sommosse messe in atto dai movimenti socialisti controllati sempre dagli ebrei. Negli anni venti e negli
anni trenta si può affermare che qualsiasi organizzazione in Austria che si dicesse cattolica era anche antisemita. Ad ogni modo le organizzazioni cattoliche, sempre in virtù della distinzione tra antisemitismo buono e antisemitismo cattivo tennero inizialmente un atteggiamento di sfiducia nei riguardi dei partiti dichiaratamente antisemiti, come il partito nazista. Quindi per quanto riguarda l’atteggiamento della Chiesa nei riguardi del problema ebraico va detto che dopo aver attribuito anche attraverso le proprie pubblicazioni, agli ebrei la responsabilità di fenomeni come capitalismo internazionale, bolscevismo, e socialismo, giungeva alla conclusione che, nonostante ciò il movimento di Adolf Hitler rappresentava una minaccia per la Chiesa, in quanto le gerarchie erano convinte che il nazismo non fosse un movimento cristiano, ma piuttosto pagano. Anche in Polonia la situazione era simile, tuttavia le misure adottate dalla Chiesa per il tramite del cardinale Hlond non erano tali da minacciare gli ebrei polacchi ma solo rivolte a garantire una pacifica convivenza tra cristiani ed ebrei, che era fondata sulla divisione dei due popoli e sulla non commistione tra cattolici ed ebrei. Verso la fine degli anni Trenta un quotidiano polacco affermò che fino a quando agli ebrei fosse stata riconosciuta la parità di diritti il problema ebraico sarebbe rimasto insoluto.
Il Vaticano osservò a distanza l’ascesa di Hitler in Germania con preoccupazione e subito tentò di venire a patti col dittatore, attraverso la firma di un concordato che garantisse la libertà di azione della Chiesa in Germania. Inizialmente i tedeschi furono da subito favorevoli all’accordo ma dopo qualche tempo cominciarono a non rispettarlo. Il papa tentò di imporsi attraverso un’enciclica, in cui denunciò il tradimento tedesco relativo al concordato, ma queste prese di posizione suscitarono la furia dei nazisti. Nonostante la stampa cattolica continuasse a tenere a distanza il movimento nazista, dopo il 1938 e la famigerata “Notte dei cristalli”, e con il governo fascista che varava le sue leggi razziali, la Chiesa fu costretta a tornare alla propaganda antiebraica. Di lì a poco i membri delle gerarchie dovettero interessarsi alla situazione ungherese, in cui esplicitamente gli ebrei conducevano operazioni di propaganda popolare a proprio favore. Tuttavia il problema venne parzialmente
risolto attraverso l’impegno di 250.000 membri della Azione cattolica ad escludere gli ebrei dal partecipare ai canali di opinione pubblica, e soprattutto ad impedire loro di svolgervi un ruolo attivo.
Nell’autunno del 1938 il papa rinnovò l’affermazione secondo cui tutti i cattolici sono spiritualmente semiti. La commissione del 1998 sull’Olocausto cita queste parole a memoria della tolleranza che Pio XI ebbe nei riguardi degli ebrei e che non cedette mai all’antisemitismo biologista, contro il quale il papa nutriva un atteggiamento di diffidenza e di condanna. Sempre nel 1938 il papa affidò verbalmente il compito di scrivere un’enciclica sull’antisemitismo a padre John Lafarge, un gesuita americano. Ciò in quanto il papa era rimasto impressionato da un libro pubblicato dal gesuita dal titolo “Interracial justice”. Coadiuvato da altri uomini di Chiesa, il gesuita redasse il documento, inserendovi le solite accuse nei riguardi degli ebrei ma condannando recisamente l’antisemitismo razzista. L’enciclica in parola non venne però mai pubblicata. Quando il testo dell’enciclica, fino ad allora nascosto perché ritenuto rischioso per l’autorevolezza della Chiesa giunse tra le mani di Pio XI quest’ultimo era in punto di morte. Il papa successivo cioè Pio XII non prese in considerazione l’enciclica, per il timore di inficiare i rapporti con la Germania nazista. Il 1938 come detto è anche l’anno in cui il governo fascista di Mussolini emanò le “leggi razziali” contro gli ebrei, che rinnovavano i provvedimenti restrittivi a loro carico adottati in epoche precedenti estendendoli all’Italia intera. Alle leggi razziali seguì lo sterminio degli ebrei europei o di gran parte di essi durante la successiva vicenda bellica. Ovviamente le leggi razziali furono appoggiate dalla Chiesa cattolica, la quale per decenni aveva denunciato il pericolo ebraico sui propri giornali d’opinione, e non solo esse leggi ebbero l’appoggio della Chiesa e delle sue gerarchie ma anche del popolo cristiano. Nondimeno la Chiesa continuava a rifiutare l’approccio antropologico al problema ebraico, insomma l’antropologismo di stampo biologico. Tuttavia il motivo per cui la Chiesa non si espresse contro le leggi razziali è che tali leggi andavano a risolvere un problema che la chiesa stessa aveva sempre denunciato e relativamente al quale
le leggi in questione contenevano un principio di soluzione. Un unico punto di disaccordo con le leggi razziali da parte della Chiesa riguardava l’inopportunità di negare i matrimoni misti, cioè tra cristiani ed ebrei. A guerra finita poi alcuni rappresentanti vaticani tentarono di indurre il nuovo governo a modificare le leggi razziali secondo alcune direttrici: i matrimoni misti dovevano essere riconosciuti; gli ebrei battezzati dovevano essere considerati cattolici e non ebrei; i matrimoni tra cattolici di nascita e cattolici nati ebrei dovevano essere considerati validi. Queste istanze non sarebbero state più necessarie dopo la approvazione della Nostra Carta Costituzionale, che notoriamente consente a tutti i cittadini di accedere al matrimonio. E che considera il matrimonio, a certe condizioni, alla stregua di un diritto, garantito a tutti i cittadini.
I rapporti tra la Chiesa cattolica, nella persona di Pio XII e le atrocità commesse durante la II Guerra mondiale a margine dello scontro bellico
E’ bene partire dal principio secondo cui il papa è un capo di Stato oltre che un capo religioso, e ciò implica che da un lato il papa è un politico e dall’altro una autorità spirituale. Questo vuol dire che quando ci sono delle interferenze di qualsiasi tipo nell’ambito politico che vadano contro quello che è il ruolo del pontefice, quest’ultimo è legittimato a far sentire la propria voce nel consesso della comunità internazionale. E ciò vuol dire anche che quando sono posti in pericolo i dogmi papali, cioè le statuizioni di ordine spirituale fissate dal papa, quando cioè si tenta di delegittimare l’autorità spirituale del Pontefice, è più che legittima da parte di quest’ultimo una presa di posizione in senso contrario.
Tutto ciò però, per uno strano paradosso della storia, non si verificò da parte di un pontefice, Pio XII, il quale in rifermento alla barbarie del secondo conflitto mondiale, evitò di pronunciarsi , anche se coinvolto nel conflitto sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista spirituale. L’assenza di alcun intervento
diplomatico da parte del papa, perfino a carattere di monito o di condanna, sulle atrocità poste in essere dagli Stati in conflitto, valse in particolare per due comunità: la Polacca e la Croata, comunità che furono, durante il II conflitto mondiale, particolarmente interessate da atti di estrema violenza compiuti dall’occupante, prima nazista poi comunista. Vero è che da più parti, di fronte soprattutto alla barbarie nazista, venne sollecitato un intervento da parte di Pio XII al cospetto della comunità internazionale perché tale comunità intervenisse a sostegno dei popoli che il nazismo e il comunismo stavano rendendo oggetto di feroci rappresaglie e di umilianti violenze. In particolare, e a parte la “questione ebraica”, la Polonia e la Croazia, le quali costituirono i Paesi più colpiti dalla ferocia della guerra “di annientamento” portata avanti da nazisti e comunisti, i pronunciamenti di Pio XII in riferimento agli odiosi atti di cancellazione della cristianità da parte degli eserciti tedesco e comunista furono alquanto rari, e quando vi furono non ebbero conseguenze né nel favorire insurrezioni nei confronti degli occupanti, né nel senso di invocare un concreto aiuto umanitario sempre in sede di Comunità internazionale a favore di coloro – i cattolici polacchi e in secondo momento croati – che di quell’aiuto avevano massimamente bisogno. Tuttavia se si può con un certo grado di sicurezza affermare che Pio XII, rimanendo in silenzio di fronte alle turpitudini abominevoli della guerra, non abbia fatto altro che adempiere ad una missione che è, prima che materiale e secolare, eminentemente spirituale, quale è la missione del Vicario di Cristo, nondimeno si potrebbe essere portati a pensare che dinanzi alla violenza scatenata dalla guerra più feroce di ogni tempo, il papa avrebbe potuto in qualche modo, valendosi della propria autorità, censurare certi comportamenti, per restare alla Polonia e alla Croazia, invece perpetrati senza che Pio XII desse seguito alle comunicazioni sempre più insistenti che i nunzi pontifici dislocati in tutta Europa, gli inviavano per evidenziare che oltre ad un conflitto combattuto mediante l’osservanza delle regole di guerra, vi erano alcuni tipi di comportamento che costituivano niente più e niente meno che violenze, orrori e vessazioni gratuiti.
Per quanto riguarda la Polonia, una volta eseguita la spartizione dello stato tra nazisti e comunisti, spartizione avvenuta tra il settembre e il novembre del 1939, il Paese polacco era allo stremo. Ma ove ciò non bastasse, la permanenza e lo strapotere degli invasori, che avevano costretto il “legittimo” governo della Polonia ad emigrare a Londra come d’altra parte avevano fatto tutti i governi di tutte le Nazioni sottomesse dai tedeschi in Europa, dava luogo a causa del fatto che non c’era più un esercito polacco in grado di resistere, alle più atroci barbarie, sia nei confronti degli ebrei che dei cattolici; ma in questa sede parleremo soltanto dei cattolici perché la sorte degli ebrei, che fu ben peggiore, è nota a chiunque abbia un minimo di conoscenze storiografiche. L’oggetto della domanda da cui trae origine questa parte del presente scritto è “il perché del silenzio” del Papa dell’epoca, cioè il già nominato Pio XII di fronte all’orrore di un conflitto mondiale ancora più sanguinoso del primo. Va innanzitutto evidenziato, per rispondere alla domanda, che il concetto che Pio XII, come anche i suoi predecessori, aveva di sé, era paragonabile a quello di colui che attraverso la divina autorità, cioè l’autorità che gli deriva da Dio, è posto nella condizione di governare, attraverso una legittimazione a carattere spirituale, tutto ciò che riguarda la sfera per l’appunto spirituale, e quindi “morale” e non solo in riferimento allo stato del Vaticano, ormai ridotto a un territorio di qualche centinaio di kilometri quadrati, ma all’intera umanità. Se ciò è vero allora non si capisce il profondo silenzio che da parte del pontefice si ebbe in riferimento alle condizioni della Polonia, che peraltro ospitava una delle più numerose comunità cattoliche dell’Europa intera. Eppure i messaggi dei nunzi apostolici, dei vescovi polacchi, dei preti e del clero tutto erano ben presenti al pontefice. La domanda che però l’autore dello scritto in commento si pone in via ulteriore è relativa a quali siano i doveri del papa in caso di guerra.
Il primo dovere di un papa nell’imminenza di un conflitto è inizialmente di paciere, di mediatore, di ammonitore. In un secondo momento è quello di valutare quali siano le colpe dell’uno e dell’altro contendente per riuscire a stabilire le colpe di ognuno dinanzi a Dio. Terzo compito, il più importante, è quello che consiste nel
farsi garante della corretta condotta di guerra da parte dei belligeranti. Nella fase conclusiva della guerra il papa deve poi essere garante della congruità delle condizioni di pace. Tuttavia ai tempi di Pio XII il potere temporale di cui la figura del papa disponeva, non era più quello dei suoi antichi predecessori ma neanche della gran parte dei suoi omologhi recenti. Basti pensare che il papa non disponeva più di un esercito e neanche di territori che avrebbero potuto, se ancora fossero stati interessati dalla sua autorità, essere fonte di coscritti da inviare a difendere i cattolici polacchi. Il primo papa moderno che poté assumere dinanzi ad un conflitto armato un atteggiamento da autorità spirituale e non temporale, fu Benedetto XV, il quale era pienamente consapevole dei rischi che qualsiasi pontefice al suo posto avrebbe corso se avesse adottato la benché minima presa di posizione in merito al conflitto. In seguito la neutralità della Chiesa fu ufficialmente sancita da Pio XI, tuttavia nei trattati del Laterano fu inserita la clausola secondo cui la Chiesa è detentrice del diritto di far sentire la propria voce quando il diritto internazionale lo richieda e anche quando lo richiedano le esigenze di pace e di dialogo tra le nazioni. Quali sono quindi le regole che un papa deve seguire in tempo di guerra?
Innanzitutto lo scoppio di una guerra non comporta la immediata denuncia della stessa da parte del papa, insieme alla condanna morale delle responsabilità.
La denuncia delle ostilità deve essere operata quando si è certi che non via sia la possibilità di condurre le parti in guerra ad un accordo valido per entrambe cioè di favorire le trattative di pace. Ma anche in questo caso chi effettua la denuncia deve tener conto che essa denuncia deve muovere da considerazioni di ordine etico, dopo avere appurato le relative responsabilità. In nessun caso però la Chiesa è tenuta a pronunciarsi quando il conflitto non riguardi il popolo dei fedeli cioè quando non coinvolga cattolici. La risoluzione per un intervento militare in queste situazioni deve essere effettuata solo se davvero necessaria e solo se ne va della vita dei cattolici in guerra.
Di fronte poi a delitti di lesa umanità è ovviamente lecito un tentativo preliminare atto a far cessare i comportamenti inumani e degradanti. Tuttavia scoprire che
indugiare nelle trattative determinerebbe una perdita di tempo e delle inutili aspettative, mentre le proporzioni dell’ecatombe aumentano servirebbe soltanto ad aggravare le conseguenze del conflitto in parola.
L’ultima tappa delle trattative di pace o di pacificazione può essere la denuncia generica e impersonale delle crudeltà consumatesi nel corso del conflitto. Ma se anche essa rimane sterile allora tutto ciò che rimane da fare riguarda una netta presa di posizione in sede internazionale.
Tutto ciò non venne mai fatto da Pio XII in merito al II conflitto mondiale. Tutto ciò che seguirà in questa parte del presente scritto costituisce un’ indagine, per quanto liminale, sui motivi del suo silenzio.
E’ necessario innanzitutto ribadire che Pio XII non ha mai dichiarato una condanna delle operazioni belliche sin dal loro inizio; ha taciuto non per ignoranza di quanto accadeva ma per motivi ancora ad oggi non del tutto chiari; continuò a tacere nonostante le sollecitazioni della collettività cattolica e delle vittime nel senso di una sua presa di posizione chiara e diretta nei confronti dei comportamenti disumani messi in atto nelle zone di guerra senza alcun rispetto per il diritto bellico. Occorre operare inoltre un distinguo tra due considerazioni: se Pio XII fosse tenuto a pronunciarsi sulla guerra in sede internazionale; e se Egli vi fosse tenuto occorrerebbe conoscere quali siano le cause del suo ostinato silenzio e soprattutto se possano trovare una qualche giustificazione presso i posteri.
Il fatto che più sorprende chi prenda nella dovuta considerazione la vita e l’attività pastorale di papa Pio XII e su cui non può non interrogarsi è il muro di silenzio dietro cui il pontefice si nascose all’indomani dello scoppio del II conflitto mondiale. Al contrario dell’atteggiamento del pontefice molti erano coloro che nell’entourage del papa si aspettavano una condanna senza appello dell’inizio delle ostilità. Ciò che invece il pontefice non si peritò di dichiarare fu la sua profonda preoccupazione per lo svolgersi di avvenimenti che preannunciavano, data la spartizione del territorio polacco tra nazisti e comunisti, l’avvento in Europa occidentale delle armate dei nemici di Dio, cioè i comunisti. Il papa non mancò di
allusioni pessimistiche anche a sfavore di coloro i quali, dalla Germania si muovevano alla conquista di popoli per instaurare in Europa un nuovo ordine.
Alcune settimane dopo lo scoppio della guerra Pio XII, nel consueto discorso natalizio affermava che non esiste niente di peggio che dover commemorare una festività in tempi in cui uomini uccidono altri uomini per fini di arricchimento e di odio ideologico. E con lo sguardo rivolto al futuro il papa non poteva fare altro che constatare che a conflitto concluso sarebbe stato assai difficile ricostruire l’Europa sulla base del fatto che le presenti devastazioni belliche, una volta concluse, avrebbero dato alla cristianità il colpo decisivo. All’epoca in cui Pio XII pronunciava queste parole egli, come quasi nessuno, non aveva ben chiaro che il vero pericolo per l’Europa era costituito dai nazisti molto più che dai comunisti. Ma questa miopia del pontefice sarebbe presto svanita. Quando nel 1940 le armate naziste avevano invaso e conquistato militarmente i territori della Danimarca e della Norvegia, nonché Belgio, Lussemburgo e Olanda, insieme alla Francia, il papa inviò missive di solidarietà ai governi di quei Paesi. Ciò che non volle permettersi di fare fu inviare missive analoghe ai popoli che in quello stesso 1940 stavano cadendo nelle mani dei sovietici e cioè gli Stati Baltici, la Bessarabia e la Bucovina, mentre l’Italia attaccava la Grecia e le truppe dell’Asse invadevano la Jugoslavia.
Nondimeno e a parte le riflessioni e i conseguenti atti di natura politica, Pio XII da buon pontefice era più che convinto che i problemi della guerra erano, ad là delle politiche di alleanze e di contrapposizione, in sostanza legati “a filo” doppio a questioni morali. E quanto ai tentativi diplomatici per una cessazione elle ostilità Pio XII dovette ricredersi in merito a tale possibilità nell’incontro di Casablanca (1943), nel quale apprese chiaramente che l’unico stato di fatto che la Germania avrebbe accettato per far cessare le ostilità era giungere ad una situazione nella quale il Reich tedesco non avesse altra scelta che la resa senza condizioni. Fino ad allora si sarebbe continuato a combattere. Dati i fatti Pio XII tentò da quella data, cioè il 1943, più volte di ottenere la neutralità dell’Italia che in quanto non più coinvolta nel conflitto avrebbe potuto costituire un efficace cuscinetto contro una
eventuale avanzata delle truppe comuniste, a beneficio del Vaticano. Una volta compreso che tutto ciò non sarebbe stato possibile il pontefice si limitò a diffondere messaggi a favore della pace, e soltanto a guerra quasi del tutto conclusa pronunciò parole di dura condanna contro la guerra e i suoi responsabili.
Se però il pontefice fu ben consapevole dei fatti bellici maggiori, egli fu sicuramente all’oscuro di ciò che nei territori occupati da nazisti e comunisti si consumava in silenzio, il silenzio di chi muore senza neanche l’opportunità di imbracciare un fucile. A tal proposito le statistiche parlano chiaro. I nazisti si resero colpevoli, secondo le stime diffuse ovviamente a guerra conclusa, del massacro di:
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6 milioni di ebrei di diverse nazionalità;
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500 – 700.000 ortodossi serbi;
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200.000 malati inguaribili mediante il programma
di eutanasia;
così come furono deportati decine di milioni di abitanti dei territori occupati e vittime di razzie decine di migliaia di bambini. Eppure questo genocidio, che ha avuto proporzioni immani, non è stato oggetto, da parte della Santa Sede, di alcun documento che ne denunciasse con forza l’abominio ma soltanto la formale e fredda registrazione delle cifre, senza che da ciò trasparisse alcuna censura a carattere morale. Fu questo il silenzio che ancora oggi si rimprovera a Pio XII. Un silenzio che non fu interrotto neanche nel 1941, quando le truppe tedesche avevano in mano l’intera Europa occidentale, teatro di orrendi abomini perpetrati al di fuori della disciplina posta dai trattati alla conduzione delle operazioni di guerra. E si può certamente affermare che per l’intera durata della guerra, in ogni pubblico messaggio trasmesso da Radio Vaticano con la voce del papa, non si parlò mai espressamente della apocalisse bellica ma solo e soltanto dei soliti problemi a carattere religioso, dei quali senza tema di sbagliare, avrebbe continuato a parlare anche se l’Europa fosse stata interessata dalla più pacifica convivenza. Tutto ciò mentre le camere a gas uccidevano milioni di polacchi, interi villaggi venivano dati alle fiamme con le loro chiese, mentre 300.000 ebrei in quell’anno morivano nel silenzio e mentre milioni di nuove vittime venivano condotte nei ghetti, nei lager, e
che finanche in casa propria vivevano nell’attesa spasmodica dello sterminio. Sempre in prossimità della fine del conflitto il papa pronunciò in un pubblico discorso le seguenti frasi: ” [Mi riferisco] alle centinaia di migliaia di persone che senza veruna colpa propria, talora solo per ragioni di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o a un progressivo deperimento”. In questa espressione è contenuto l’ultimo spiraglio che Pio XII volle aprire su misfatti che egli ben conosceva, ma sui quali anche a guerra finita non volle mai più interrompere il proprio silenzio.
La domanda che però bisogna porsi è se davvero Pio XII conoscesse le immani turpitudini commesse dai nazisti e dai loro alleati durante in conflitto. Il gesuita Roberto Leiber, che fu segretario di papa Pacelli per 34 anni, dal 1924 alla morte, interrogato dalla stampa tedesca in merito alla condotta in parola affermò senza tema di errore che Pio XII non conosceva cosa stava accadendo in quegli anni e tanto meno lo conoscevano gli alleati. Tutto l’orrore venne a galla dopo la fine del conflitto. Anche lo storico ufficiale della Chiesa, Alberto Giovannetti, che scriveva per l’Osservatore romano, riferì che, data l’assenza di rappresentanti pontifici nei territori occupati dal Reich, l’isolamento cui era relegato il nunzio a Berlino, le scarse in formazioni disponibili da parte nazista sconsigliavano di prendere posizione su fatti che avrebbero potuto giustificare l’accusa di violazione della neutralità da parte del Vaticano.
Nella primavera del 1963 nessuno poteva immaginare che le polemiche sull’opera teatrale “Il Vicario” potessero protrarsi al di là di qualche settimana, mentre invece sollevarono un “vespaio”. Tanto che nel 1964 Padre Angelo Martini fu incaricato di riesaminare la questione dal quotidiano “Civiltà cattolica”. La conclusione dell’inchiesta fu che in parte Pio XII sapeva, ma al pari della Comunità internazionale, di cui anche il Vaticano è parte, non conosceva ad esempio il numero degli ebrei sterminati nei lager, che ammontavano a circa sei milioni, cifra che fu divulgata sia dal governo polacco in esilio sia dalla Comunità Ebraica Internazionale. Tuttavia le notizie che nei primi anni successivi alla cessazione delle
ostilità potevano essere trasmesse non potevano riguardare gli internati nei campi, e infatti ancora oggi esistono opere di saggistica che si interrogano sulle cifre. Tuttavia Martini ritiene che Pio XII fosse a conoscenza dei fatti. E coloro i quali, a difesa del comportamento del papa in quei frangenti, fanno appello al sostanziale isolamento del Vaticano dalla conoscenza delle vicende belliche, non parlano secondo giustizia. Cioè se è vero che nei periodi di pace il Vaticano è ben scarsamente informato ciò non accade nei periodi i guerra, poiché anzi in tali periodi accade l’esatto contrario. Per quanto riguarda le prove di questa affermazione, può bastare quella di un cardinale francese, a nome Eugenio Tisserant, il quale nel 1944 dichiarava che durante la guerra il papa non era stato del tutto libero, ma non si può dire che tale libertà sia stata limitata dall’esterno, ciò in quanto i Patti del Laterano garantivano al papa il diritto di far sentire la propria voce nel consesso internazionale, sotto l’egida dello Stato italiano. Ma al di là di tali supposizioni sono i fatti a dar ragione sull’effettiva conoscenza degli eventi da parte di Pio XII, tanto che nelle sacre stanze vaticane trovarono ospitalità i rappresentanti diplomatici delle Nazioni in guerra con l’Asse sia in Europa che fuori dall’Europa, i quali rappresentanti avevano agio di comunicare le notizie provenienti dai rispettivi Paesi ai rappresentanti vaticani, notizie che essi diplomatici apprendevano nelle sedi ufficiali, ma anche attraverso contatti con persone esterne al Vaticano che avevano direttamente sperimentato la condotta di guerra dei belligeranti, anche a margine del conflitto.
Per quanto riguarda le trasmissioni radio, trasmetteva regolarmente la radio del vaticano, che consentiva di intrattenere rapporti anche con gli USA, cioè i Paesi di oltreoceano. Non è neanche vero che coloro i quali erano ospitati in Vaticano non avessero la possibilità di lasciare il luogo per raggiungere i Paesi di rispettiva provenienza. Per quanto riguarda la situazione delle rappresentanze vaticane nei territori impegnati nella guerra sotto il giogo del comunismo, Pio XII pensò bene di ritirare quelle stesse rappresentanze, ad esempio e soprattutto quella di Varsavia, patria di milioni di cattolici, ma anche quella del Belgio, quella d’Olanda, di
Lituania e di Lettonia, e infine di Belgrado, mentre la nunziatura a Vienna venne soppressa subito dopo la annessione dell’Austria al Reich. In relazione a tali atti si può affermare che la nunziatura di Berlino andò a sostituire tutte le precedenti, previo benestare del governo tedesco. Oltre alla nunziatura di Berlino ve ne erano altre e cioè quelle di Roma, quella di Vichy, Budapest, Bucarest, Bratislava, Berna, Madrid e Lisbona.
Per quanto riguarda le delegazioni apostoliche, quelle di cui la Chiesa disponeva su suolo europeo erano cinque: Sofia, Atene, Scutari, di non molta importanza e le due poziori di Londra e Istanbul. La delegazione di Londra era ovviamente la più importante in quanto a Londra erano rifugiati tutti i governi dei Paesi in cui i nazisti, dopo averli sottomessi, avevano imposto regimi filotedeschi.
Certo la polizia tedesca e italiana, cioè fascista, esercitava una notevole sorveglianza sul Vaticano, ciò che traspare se si considerano cinque periodi in cui durante la guerra si articolò lo status bellico della Santa Sede.
Innanzitutto tra il 1939 e il 1940 la libertà del Vaticano fu assoluta; tra il 1940 e il 1943 il Vaticano fu assoggettato ad un sopportabile controllo; tale controllo fu intensificato dopo l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi, dopodiché il Vaticano tornò libero in coincidenza con la fine delle ostilità.
L’affermazione secondo la quale il Vaticano e quindi lo stesso Pio XII sapevano di ciò che accadeva nei territori occupati, corrisponda al vero, proviene anche dalla considerazione che, avendo stretti contatti con i movimenti di resistenza dei paesi i cui governi erano emigrati all’estero, per lo più a Londra, il Vaticano poteva disporre di tutte le informazioni occorrenti sulla guerra e sul suo andamento. Il problema centrale riguarda il “se” al Vaticano siano imputabili in tempo di guerra delle responsabilità in ordine a ciò che accadde a latere dello scontro bellico, proprio perché pur sapendo non aveva agito di conseguenza denunciando gli orrori del conflitto e soprattutto gli orrori che accadevano “nel corso” del conflitto e al di là del conflitto. Va però aggiunto che tutti coloro che parteciparono al conflitto non avevano una idea ben chiara di quello che accadeva ad esempio nei lager nazisti, e
ciò era ignoto anche a coloro che più da vicino osservavano i comportamenti degli eserciti dell’Asse.
C’era un venire a conoscenza clandestino che dipendeva dalle dichiarazioni dei soldati in licenza, dalle trasmissioni di Radio Londra e delle altre stazioni sotterranee, ma erano ovviamente notizie frammentarie, probabilmente nella gran parte dei casi non di prima mano, ecc. Quanto alla Chiesa invece, questa ha sempre rappresentato una organizzazione sovranazionale che copre buona parte del mondo, che dispone di agenti sparsi in tutti i continenti e che quindi può generare un flusso di informazioni costante su tutto ciò che interessa sempre il Vaticano a tutti i livelli, e in primo luogo a livello bellico.
Quanto ai governi dei paesi occupati, certo riflettendo con maggiore lucidità non si può negare che non sapessero delle atrocità commesse dagli invasori, ma anche i governi in esilio avevano i loro canali informativi che utilizzavano per diffondere nel mondo le atrocità degli occupanti. Ovviamente in tale prospettiva la Santa Sede era un interlocutore privilegiato, dato il suo status di neutralità. Alcuni dei governi in esilio pubblicarono libri sui crimini nazisti, a partire dal 1939. Ma oltre ai libri ufficiali, cioè portati alla conoscenza di ogni possibile lettore, vi erano una serie di informazioni riservate che soprattutto nel 1942 ebbero ampia diffusione presso chi di dovere. Prodromi ne furono ad esempio la corrispondenza tra Pio XII e il presidente degli USA Roosevelt, nella quale quest’ultimo denunciava i crimini esterni al conflitto commessi dai tedeschi. Ma anche a prescindere dalle notizie ottenute dai governi, il Vaticano, come già accennato aveva a disposizione i nunzi apostolici dislocati anche nelle zone di guerra e quindi non poteva “non sapere”.
Nondimeno a sostegno della effettività di una attività ecumenica della Santa Sede in tempo di guerra si possono citare alcuni episodi avvenuti durante il conflitto. Il rappresentante della Santa Sede Monsignor Burzio elaborò un articolato rapporto sulle condizioni dei cattolici ebrei in Slovenia che poi inviò alla segreteria di Stato la quale lo trasmise al ministro della Slovacchia presso la Santa Sede, con una nota di protesta sempre relativa alla condizione dei prigionieri cattolici ed ebrei.
Il 9 marzo 1942 sempre Monsignor Burzio annunciava che era in atto la realizzazione di un provvedimento di deportazione degli ebrei presenti in Galizia e a Lublino il che, affermava Burzio sarebbe stato come mandarli incontro a morte sicura. Su tale avvenimento venne ovviamente data notizia al ministro slovacco Sidor in sede vaticana.
Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, nonostante la contrarietà della Santa Sede,
70.000 ebrei furono evacuati dalla Slovacchia e ciò ovviamente dovette giungere all’orecchio del Pontefice.
Il nunzio pontificio che, molto più degli altri, i quali erano relativamente liberi di agire nel teatro di guerra, aveva come si dice “le mani legate” era il nunzio apostolico a Berlino, monsignor Cesare Orsenigo, che a un certo momento, dato il precedente ritiro dei diplomatici vaticani dai Paesi conquistati dall’Asse in Europa occidentale, il papa volle incaricare della nunziatura anche per tali Paesi. Tuttavia ciò suscitò la reazione tedesca, che contrastò fortemente la presenza del Vaticano nei Pesi occupati.
Vi è poi il caso, che mi pare degno di nota, di tale Kurt Gerstein, membro delle SS, che visse strettamente a contatto con le atrocità che si commettevano nel lager di Treblinka, e che di tutto ciò che aveva avuto modo di vedere e constatare inviò un rapporto dettagliato a Monsignor Orsenigo. Altro tipo di informazioni, questa volta a carattere orale, venne fornita da alcuni ex prigionieri di Auschwitz che nel 1944 lasciarono quel luogo e resero, durante un colloquio durato 5 ore, a monsignor Orsenigo, un consistente insieme di informazioni.
Da quanto si è detto appare inverosimile che la Santa Sede non avesse notizia di ciò che accadeva in Europa. Anzi tutti i provvedimenti adottati tra il 1940 e la fine delle ostilità erano noti fin dalle prime battute alla Santa Sede. Ne fa piena prova ad esempio un documento recante un messaggio inviato dal papa al vescovo di Berlino, nel quale fra l’altro si leggono note di amarezza per il corso degli eventi bellici davanti e soprattutto dietro il fonte di guerra.
Quando infine la guerra era terminata da circa 20 giorni e nessuna rivelazione ufficiale era stata fatta sui lager e su ciò che accadeva al loro interno, il pontefice, a suo dire, era già informato su ciò che era accaduto nei luoghi dove milioni di esseri umani avevano trovato la morte. In Germania tuttavia le campagne dei media erano tutte incentrate sulla necessità di eliminare i non ariani. Pio XII era a conoscenza della stampa tedesca e dei suoi argomenti, e quindi non poteva non sapere.
Di fronte ad argomenti così serrati coloro i quali sostengono che il papa non poteva essere a conoscenza dei fatti di guerra devono pur considerare anche la mole dei documenti che provenivano dal fronte di guerra e anche dai lager, e che veementemente richiedevano una dichiarazione ufficiale da parte del pontefice, la quale tuttavia non vi fu. Altro argomento a sostegno dell’ignoranza incolpevole di Pio XII è quello per cui in Polonia durante la guerra non fu accettata dalle autorità occupanti la presenza di un diplomatico della Santa Sede, chiaramente perché la Polonia non era l’unico Stato occupato dai tedeschi in quel frangente e quindi era tenuta a sottostare alle stesse restrizioni cui erano sottoposti gli altri paesi occupati, ossia la proibizione di ammettere rappresentanti della Santa Sede sul territorio. E tuttavia tale era la vastità dei documenti in possesso del Curia pontificale, provenienti fa fonti non ufficiali, anche riguardo alla situazione polacca, da non dare adito ad alcun dubbio: Pio XII sapeva.
Nonostante quanto scritto finora, tutti coloro che sostengono la tesi della non conoscenza da parte di Pio XII, di ciò che accadeva in Europa negli anni del II conflitto mondiale, non conoscenza che avrebbe impedito al pontefice di esprimersi pubblicamente condannando gli orrori della guerra, insieme alla condanna dello sterminio di milioni di esseri umani privi di colpe, riflettono sulla circostanza che sarebbero state le stesse vittime della furia nazista a distogliere col silenzio l’attenzione del mondo da ciò che stava accadendo per timore di peggiorare la propria situazione a causa di ulteriori atti di violenza dovuti proprio alla denuncia della loro già per altri aspetti terribile situazione. L’atteggiamento dei tedeschi e dei loro alleati durante a guerra era tale, infatti da prendere a pretesto qualunque tipo di
affermazione o notizia diffusa contro la propria condotta di guerra, per effettuare rappresaglie non solo nei lager ma anche tra i civili non internati e ancora parzialmente liberi. Tuttavia a confronto dei pochi casi in cui si chiedeva al papa di evitare dichiarazioni ufficiali per i motivi anzidetti, vi era una notevolissima quantità di appelli al papa nel senso che questi prendesse posizione nei confronti della guerra. Innanzitutto tali sollecitazioni ad esempio a partire dal 1942 furono dovute alle potenze alleate, dalla gran Bretagna e dai governi in esilio ivi rifugiati, e perfino dagli USA. Finanche il governo del Brasile rivolse al papa una supplica collettiva perché sciogliesse ogni riserbo sulle atrocità naziste, supplica alla quale si associarono Gran Bretagna, Polonia, Jugoslavia e parecchi Paesi dell’America del sud.
Tornando indietro di qualche anno, nel 1940, all’indomani della sconfitta della Francia il cardinal Suhard chiese al papa uno scritto di conforto per i cattolici di Francia. Pio XII rifiutò. Ciò ebbe delle conseguenze sul’atteggiamento del cardinale Tisserand, il quale sempre in quell’anno inviò una lettera la cardinale Suhard, nella quale deplorava non il silenzio politico di Pio XII ma il suo silenzio morale. Tisserand confidò al suo collega di aver sollecitato più volte l’emanazione da parte del papa di una enciclica che condannasse la guerra e le sue turpitudini, sempre però senza accennare alle questioni di politica bellica come le annessioni da parte dei nazisti e dei comunisti di gran parte dell’Europa, ma sul pericolo che la politica di guerra non implicasse solo la conquista di territori e Nazioni, ma la definitiva e pianificata eliminazione di gran parte degli europei per mano dei nazifascisti e la sostituzione della popolazione europea con la sola popolazione germanica attraverso la sistematica eliminazione della prima.
Ma pochi o molti che fossero gli appelli di un Tisserant o di altri che fossero cardinali o comuni cattolici, chiedere un pronunciamento al Pontefice voleva essere un invito ad adempiere un dovere che tutti i pontefici hanno sempre avuto nei riguardi dell’intera umanità, cioè la denuncia dei mali che gli uomini arrecano ad
altri uomini a danno della pace e della civiltà. Tacere avrebbe equivalso a collaborare.
A questo punto del discorso occorre porsi una domanda: perché, nonostante il timore, del tutto legittimo, di aggravare la situazione dei cattolici caduti in mano ai tedeschi e probabilmente causare una serie di rappresaglie che avrebbero potuto coinvolgere anche le gerarchie vaticane non solo in Italia ma anche in altri Stati europei che si trovavano all’epoca sotto il durissimo giogo nazista, Pio XII si astenne dal fare ciò che in quel frangente, pur considerando tutti i costi che una pronuncia di condanna delle violenze nazifasciste avrebbe comportato, cioè decise di non pronunciarsi a favore della pace e della cessazione delle ostilità?
Secondo i difensori del Pontefice vi furono due motivi alla base del silenzio di Pio XII: parlare sarebbe stato, come abbiamo accennato, pericoloso per le vittime e in ogni caso inutile. Tuttavia ciò che più premeva a Pio XII era la necessità di salvaguardare i cattolici, cattolici che il nazifascismo e il comunismo avevano votato allo sterminio. Ciò implicava da parte del pontefice la ferma volontà di lasciare la massima libertà ai propri vescovi e cardinali nel vagliare la situazione in cui si trovava il conflitto, con ampli poteri informativi e di delazione ai danni dei nazifascisti. Sta di fatto che le responsabilità di Pio XII, ove egli si fosse attribuito le medesime responsabilità che avevano i suoi cardinali in ogni contesto interessato dal conflitto e cioè nella gran parte dell’Europa, avrebbero potuto comportare, se avessero avuto seguito, conseguenze nefaste per la collettività cattolica diffusa nel continente. Se le regole di guerra erano nel senso della dovuta accettazione della presenza di entità come la Croce rossa o per l’appunto la Chiesa, nelle zone “calde” del conflitto, tutto ciò non avrebbe mai potuto essere equiparato a una presa di posizione politica anziché umanitaria da parte di un capo di stato che pur godendo del privilegio della neutralità internazionale, e anzi forse proprio per questo, osasse pronunciarsi contro la guerra e le operazioni belliche oppure, e sarebbe stato peggio, interferire nelle attività di pulizia etnica messe in atto dagli occupanti.
Per quanto riguarda la continuità dell’istituzione ecclesiastica, ossia il permanere di questa in quanto entità partecipante al novero degli Stati parti della Comunità internazionale, il timore di Pio XII appare sicuramente giustificato. I nazifascisti infatti avevano intenzione di regolare “i conti” con le istituzioni religiose a suo tempo cioè dopo aver affermato il proprio dominio sull’Europa intera, compresa la Russia sovietica. Sta di fatto che in nessuna parte d’Europa, a parte la Polonia, dove le istituzioni ecclesiastiche vennero semplicemente ghettizzate, vi furono atti violenti contro i rappresentanti della Chiesa cattolica. In verità dopo la deposizione di Mussolini furono avanzati tra i tedeschi, propositi di effettuare un colpo di mano in Vaticano, ritenuto quest’ultimo corresponsabile insieme al monarca Vittorio Emanuele III della caduta del regime fascista in Italia. Propositi peraltro subito accantonati, insieme ad un altro molto più funesto, cioè l’ipotesi di denunciare il Concordato lateranense e quindi di privare quel documento di ogni effetto a carattere internazionale, lasciando così la Chiesa alla mercé dei fascisti e soprattutto dei nazisti. Si trattava di vaghe minacce che però nessuno era in grado di valutare secondo il parametro della maggiore o minore possibilità del loro verificarsi. In particolare le minacce erano rivolte a silenziare gli organi di stampa vaticani e più in generale gli organi di comunicazione come la radio vaticana.
La seconda argomentazione che viene addotta dai competenti a favore della considerazione dell’opportunità del silenzio di Pio XII era la seguente: parlare era inutile. E tuttavia sia durante sia dopo il conflitto la parola del pontefice alimentò grandi aspettative tra i cattolici, ma ciò che i cattolici aspettavano non venne, finanche a guerra completamente finita. D’altra parte la parola di condanna da parte di Pio XII, se vi fosse stata, e a tempo debito, avrebbe potuto smascherare di fronte ai popoli d’Europa la macchina di distruzione che era stata avviata dal nazismo, e non solo si sarebbero potute sollecitare sommosse e ribellioni ma anche determinare in tutto il mondo il ribrezzo che quel tipo di guerra condotta in quel modo e cioè in spregio finanche alle regole dei trattati, non poteva non avere sulle coscienze più sensibili. Certo, uno smascheramento del genere venne successivamente messo in
atto dagli Alleati ma solo a guerra finita, e si espose alla incredulità di coloro che al cinematografo assistevano ai resoconti per immagini delle turpitudini dei carnefici nazisti.
Ma allora qual è la spiegazione più probabile dei silenzi di Pio XII? Non certo la paura, che non era sentimento proprio al carattere del pontefice, né la volontà di mistificare i fatti per renderli più accettabili all’opinione pubblica cattolica.
Un episodio simbolo del coraggio e della abnegazione di Pio XII fu quando dopo il primo conflitto mondiale ebbe a confrontarsi con un manipolo di comunisti che penetrarono armati di pistole nella sede della nunziatura. Monsignor Pacelli cioè il futuro pontefice li affrontò con tale forza d’animo che essi si ritirarono senza colpo ferire. E’ un episodio che sarebbe rimasto nella memoria del pontefice fino alla tarda età quando ancora gli procurava incubi notturni.
Ma la sua personale paura riguardava anche gli anni della seconda guerra mondiale, cioè la possibilità, sempre da lui temuta, di essere catturato e internato, eventualità in relazione alla quale lasciò direttive precise all’arcivescovo di Lisbona perché dirigesse la chiesa quale extrema ratio,qualora la persona del papa fosse impossibilitata a causa di motivi attinenti alla guerra, a svolgere regolarmente le proprie funzioni. Non solo: nel febbraio del 1944 egli si pronunciò di fronte ai membri del sacro collegio cardinalizio, dicendo che nel caso di invasione del Vaticano da parte dei nazisti, tutti i cardinali sarebbero stati liberi di allontanarsi da Roma e dal suo cospetto.
Un’altra prova di temerarietà Pio XII la diede quando nel 1940 partecipò moralmente ad un attentato nei confronti di Hitler finalizzato alla deposizione del dittatore.
Altro episodio illuminante è quello dei tre telegrammi inviati dal pontefice ai sovrani di Belgio, Olanda e Lussemburgo nel momento dell’aggressione da parte tedesca. Qualche anno più tardi, il 1942, Pio XII durante il consueto messaggio alla radio Vaticana nella ricorrenza del Natale, diede prova di sé in una romantica perorazione acclamante i pii, i magnanimi e gli eroici per una crociata contro
l’aggressore tedesco. Viva nei messaggi del Pontefice inviati ad alcuni capi di stato esteri è la preoccupazione per i giovani nel “dopoguerra”: quali saranno i loro punti di riferimento, quali i loro valori, quali le loro coscienze dopo che la bestia selvaggia che ha nome Nazismo ne avrà scosso e traviato gli animi?
Purtroppo l’ultimo decennio del suo pontificato ha evidenziato dei caratteri nella personalità di Papa Pio XII che non erano più quelli del papa dall’eloquenza ispirata, il papa dell’Anno santo, il papa combattivo e ricco di favella, il papa dell’Occidente e dell’anticomunismo. Essi caratteri ormai deformati lasciavano spazio ad una immagine di uomo pallida ed emaciata, triste, in ultima istanza. Durante gli anni del conflitto fu anche fisicamente combattuto tra il dovere di parlare e la tema delle conseguenze del suo stesso parlare. Lasciò peraltro campo libero agli strumenti di comunicazione popolare come la stampa, con l’”Osservatore romano” e con mezzi di comunicazione più raffinati come la Radio vaticana. Il suo pensiero fu sempre rivolto ai cattolici dei Paesi occupati. Per quanto riguarda gli ebrei l’interesse di Pio XII fu sempre scarso e caratterizzato da un silenzio ancora maggiore di quello che caratterizzò il suo pontificato riguardo a tutti gli altri drammi del conflitto.
Tuttavia e in definitiva si può affermare che il momento migliore in cui Pio XII avrebbe potuto far sentire la propria voce in maniera ufficiale potrebbe essere collocato nella seconda metà del 1942. Prima di allora, non essendo note le violenze perpetrate contro i cattolici polacchi , il papa avrebbe potuto soltanto condannare le aggressioni extra belliche della Germania. Dopo quel frangente del conflitto invece la situazione era profondamente cambiata. E non tanto dal punto di vista militare, relativamente al quale vi era una situazione di stallo, quanto per la follia omicida cui soggiacevano tutti i Paesi occupati trasformati in terre di razzie ed esecuzioni. In quel momento la Santa Sede era ben informata dei fatti e avrebbe potuto e anzi dovuto farsi sentire. Per il periodo successivo al 1942 invece ogni iniziativa papale fu come paralizzata dal dramma del comunismo avanzante. Ma la domanda rimane: perché Pio XII non parlò?
Le ragioni si perdono nel mare delle ipotesi, ma sta di fatto che il silenzio del Pontefice fu di estrema coerenza. Egli non parlò né nel 1933, quando la Germania diede corso alle prime leggi antisemite, come non parlò nel 1935 quando furono approvate le leggi razziali di Norimberga; non parlò neppure nel 1938 quando i provvedimenti antisemiti divennero più stringenti e neanche quando si cominciò a perseguitare “fisicamente” gli ebrei uccidendoli per strada da parte di folle inferocite e sobillate ad arte. D’altra parte papa Pio XII non rinunciò mai da ex diplomatico della Santa Sede a ricorrere alla diplomazia, e tuttavia dovette presto rendersi conto che la diplomazia non interessava minimamente la politica tedesca che era sostanzialmente politica di potenza e che non gradiva affatto le interferenze diplomatiche. Va anche detto che papa Pio XII fu anche un papa profondamente religioso, e tuttavia la sua religiosità era condizionata dal proprio precedente ruolo di diplomatico. Fu probabilmente questa incapacità di scindere i due ruoli, quello di religioso e quello di diplomatico che ne determinò il silenzio durante la guerra.
Nel notevole ritratto che ne ha tracciato padre Leiber poco dopo la sua morte sono significative due caratteristiche della personalità del Pontefice: il senso della potenza e la ripugnanza per ogni forma di spiritualismo. E’stato necessario attendere Papa Giovanni XXIII perché almeno una parte della cattolicità potesse convincersi che la Chiesa non è una “potenza tra le nazioni” capace di imporsi in un conflitto come quello allora appena trascorso e che dettare condizioni a stati in guerra non appartiene alle sue prerogative pastorali.
Ma infine che cosa avrebbe dovuto fare Pio XII? Quando i tedeschi minacciarono il popolo danese di far indossare ad ogni cittadino la stella gialla appuntata sugli abiti re Cristiano minacciò che il primo a metterla sul vestito sarebbe stato lui stesso. Questo potrebbe essere definito un gesto teatrale. Ma fu un gesto teatrale se Pio XII comparve il 19 luglio e il 13 agosto del 1943 nei quartieri bombardati di Roma? Qualcuno avrebbe voluto che egli stracciasse il Concordato con il Reich, ma sarebbe stato adeguato alla posizione pontificale, cioè al ruolo di Pio XII, un atto così tipicamente politico? Sarebbe stato certo meglio che ricorrere al vecchio
armamentario di anatemi e scomuniche che a nulla valsero quando furono rivolti ad esempio ai Savoia dopo la breccia di Porta Pia, perché l’Italia “si fece” nonostante tutto. Tra scomunica e denuncia molti ritengono che quest’ultima fosse preferibile.
Altra iniziativa che il Papa avrebbe potuto intraprendere sarebbe stata di chiamare a raccolta tutte le chiese di rito cristiano per una colossale denuncia dei crimini nazifascisti.
Un ultima scelta non adottata potrebbe essere imputata a Pio XII. Il baratro verso il quale stava scivolando la sua epoca era il baratro della seconda guerra mondiale, dinanzi alla quale il pontefice avrebbe ben manifestato lo spregio verso le atrocità belliche convocando, senza distinzioni di fede, tutta l’umanità credente, per poi proseguire per tali vie nell’indicare la strada della pace. Non si trattava e non si sarebbe trattato di una decisione adottata ex abrupto, se era vero che anche in Germania le persecuzioni avevano ravvicinato cristiani protestanti e cattolici. Nei tempi di pace, immediatamente successivi alle ostilità, la crociata ecumenica messa in atto da Giovanni XXIII non produsse riprovazione ma soltanto commozione e ammirazione. Ma ovviamente tra pace e guerra esiste una differenza abissale, e per evidenti motivi.
Cenni alla situazione medio orientale con specifico riferimento alle interrelazioni israelo – palestinesi
La cosiddetta “questione israelo – palestinese” ha costituito nel secolo trascorso una fonte di interesse, a carattere politico, economico e militare per le maggiori potenze internazionali, a cominciare dagli USA, e a seguire Gran Bretagna, Francia, per finire con l’ormai dissolto impero sovietico, interesse che è più che mai vivo ad oggi. Può essere utile considerare, e non soltanto liminalmente, le ragioni per le quali Israele e Palestina costituiscano il movente di tanta attenzione da parte della Comunità internazionale. Senza dubbio un primo ragionamento nel merito potrebbe portare a considerare che la collocazione territoriale in cui si trovano i territori
palestinesi costituisca un punto di rilievo geo/strategico sullo scacchiere economico
e militare internazionale, di primaria importanza, ciò sia per le risorse naturali, in primis petrolio, di cui è ricca l’area dei territori abitati da israeliani e palestinesi, sia perché Israele e Palestina costituiscono un focolaio di conflitti che sempre si rinnovano, e la cui soluzione, per il tramite di accordi di pace, gioverebbe enormemente all’economia delle potenze occidentali nonché alla stabilità geopolitica dell’area, da cui deriva la ragione fondamentale di codesto interessamento. Ciò per dire che una situazione di relativa pace o per il meno di una decorosa convivenza tra ebrei e musulmani in quell’area del medio oriente, favorirebbe la stabilità dell’intera area mediorientale, contando nel novero dei paesi potenziali beneficiari di tale stabilità Egitto, Siria, Libano, Giordania, Iraq, Iran, Arabia Saudita, cioè tutti quei Paesi con i quali attualmente i rapporti di Israele sono maggiormente compromessi da ostilità che si devono a contrapposizioni a carattere religioso e soprattutto a una serie di conflitti armati assai rilevanti perché privi di soluzione. I musulmani dei sunnominati Paesi sono assolutamente contrari a riconoscere a livello internazionale Israele come referente politico a causa di quello che è il comportamento di Israele nei cosiddetti “territori occupati”, e cioè quei territori posti all’immediato confine tra gli insediamenti delle due etnie che dopo alcuni episodi conflittuali con i Paesi dell’area mediorientale Israele ha occupato militarmente e di cui i Paesi circostanti dell’area, innanzitutto l’Egitto con la penisola del Sinai e la Siria con le Alture del Golan, rivendicano ancora ad oggi la restituzione sempre da parte di Israele. Oltre poi ai motivi di conflitto internazionali esiste un problema annoso e del tutto irrisolto, anche a livello meramente occasionale o provvisorio, che riguarda alcune zone di quei territori, in particolare Gaza e i territori della West Bank, dove Israele persegue una politica demografica che implica un avanzamento sempre più massivo all’interno di quegli stessi territori che i Palestinesi musulmani rivendicano per sé. In altre parole, i motivi religiosi si saldano a motivi a carattere economico e di espansione demografica che interessano entrambe le etnie, ossia gli ebrei e i musulmani. Gli ebrei rivendicano per sé l’intero territorio palestinese per ragioni che fanno riferimento al loro passato “biblico” ossia
alla promessa fatta a suo tempo dal loro Dio, cioè Jahveh, agli ebrei, di fare loro dono della “terra di Canaan”, un territorio di cui, parola di Jahveh, gli ebrei avrebbero goduto in eterno. Questo territorio, che nei testi biblici viene chiamato “terra promessa” corrisponde grosso modo all’area attualmente occupata da Israele in Palestina. L’idea, da parte degli Ebrei d’Europa, relativa ad un possibile ritorno in Palestina maturò in ambienti intellettuali ebraici solo verso la fine del 1800, con personaggi come Theodor Herzl, e prese corpo, insieme all’appoggio di tutte le maggiori nazioni occidentali solo dopo la fine del II conflitto mondiale, quando, si era nel 1948, fu soprattutto l’opera di “moral suasion” a carattere internazionale di Stati come l’Inghilterra e gli USA, ad avere partita vinta su coloro che, sempre a livello internazionale ritenevano uno sproposito la decisione di riunire tutti i membri del popolo ebraico sopravvissuti all’Olocausto per attribuire loro una nuova “terra di Canaan”. Tuttavia come detto era stato già dalla fine dell’Ottocento che negli ambienti ebraici politicamente avanzati si era accarezzata l’idea di tornare nella “terra dei padri”. Gli avvenimenti del XX secolo, in parte indipendentemente da scelte consapevoli in tal senso da parte degli ebrei, legittimarono, a causa del senso di resipiscenza da parte di molti Paesi europei dovuto all’Olocausto e alla guerra, le pretese ebraiche a fare di quello che era soltanto un insediamento ebraico, come all’epoca ve ne erano tanti, ad esempio in Polonia (ma non con caratteri di entità nazionale), un luogo dove il Popolo di Dio avrebbe potuto risiedere stabilmente e soprattutto un luogo potenzialmente in grado di ospitare una tale moltitudine da essere posto nelle condizioni di diventare un’entità nazionale.
Come dicevo il problema era che i territori dove gli ebrei, dopo la guerra, si recarono in massa con l’intenzione di rimanervi erano per parte loro già occupati da Palestinesi di fede araba, anch’essi legati alla Palestina da motivi religiosi, e cioè in sostanza la presenza, in quell’area, di Gerusalemme, la terza Città sacra per gli islamici, dopo La Mecca e Medina. Va detto anche che gli insediamenti islamici nella regione risalivano quanto meno alla prima conquista dei territori da parte araba avvenuta alcuni secoli dopo Cristo. La conflittualità tra le due etnie, quella araba
musulmana e quella ebraica nasce proprio da ciò: l’impossibilità di far valere in maniera esclusiva da parte di ebrei e islamici e rispettivamente, diritti su quei territori sulla base di eventi religiosi o comunque sia sulla base di elementi di fede, poiché ognuno dei due popoli, ovviamente dal proprio punto di vista, poteva e può invocare la sacralità di quei luoghi in virtù della propria storia di fede, da cui derivava la pretesa per ciascuno dei due insediamenti, di essere l’unico in quell’area. Di civile convivenza neanche a parlarne.
Ovviamente una chiara disamina della situazione in parola richiede per l’appunto qualche dato in più. A partire dal 1948, anno di fondazione dello Stato di Israele, la questione del medio oriente arabo e israeliano divenne così importante per gli equilibri internazionali dal punto di vista politico, economico e militare, da riuscire, forse anche inconsapevolmente a condizionare le scelte di carattere soprattutto militare prima che politico, a carattere internazionale. Dapprima durante il periodo della “guerra fredda”, i due blocchi, americano e sovietico, rifornivano di armi e appoggi strategici di volta in volta una delle due etnie della regione e i rispettivi insediamenti, ciò che vorrebbe dire zone a prevalenza araba o ebraica, e successivamente e in ogni caso sempre le potenze internazionali maggiori, cioè sempre ex URSS e USA, continuarono ad beneficiare dei vantaggi economici derivanti dalla situazione palestinese senza che nella sostanza cambiasse il quadro di riferimento, cioè senza che alcuna delle due etnie prevalesse sulla etnia nemica. Come è stato possibile che un territorio la cui superficie è presso a poco equivalente a quelle di Lombardia e Liguria insieme, con una popolazione di soli 6.000.000 di abitanti, assai inferiore a quella di alcune grandi metropoli del mondo, abbia potuto attrarre a sé gli aiuti finanziari più cospicui da parte degli USA, una notevole attenzione mediatica insieme alla costituzione sul proprio territorio di 250 organizzazioni internazionali ivi operanti?
Dovendo valutare la scelta compiuta innanzitutto in ambito europeo di schierarsi con Israele, va detto che l’interesse dell’occidente per Israele va invece che in Europa, collocato in un’epoca e in un paese, quali erano gli USA e non subito dopo
il II conflitto mondiale ma negli anni Settanta con il governo Nixon e gli avvenimenti di Settembre Nero in Giordania e anche va detto, con la perdita di interesse e referenze geo – strategiche da parte degli USA in Indocina.
Una ulteriore motivazione, questa volta in ambito europeo, per quanto riguarda l’avvicinamento dell’Occidente ad Israele, è dovuta a un movimento a carattere religioso che si diffuse dal mondo Cristiano anglosassone verso il mondo Ebraico e che al mondo ebraico guarda ancor oggi con specifico favore.
Oltre a ciò vi erano come detto e sempre tra USA e Israele affinità a carattere “politico/costituzionale” in quanto entrambi, USA e Israele si erano a suo tempo dotati di ordinamenti costituzionali simili, cioè erano entrambi delle democrazie liberali.
Altri dati devono essere evidenziati: tra il 1948 e il 1998 la popolazione israeliana è passata da 800.000 ad oltre 6.000.000 di unità di cui il 20% è arabo. Metà dell’aumento della popolazione è dovuto a flussi migratori, mentre in particolare quella palestinese ha invece subito un incremento naturale. A parte la contrapposizione tra arabi ed ebrei, anche all’interno di quest’ultimo gruppo esistono lacerazioni e differenze, ad esempio quelle tra aschenaziti e sefarditi, laici e ortodossi, cui si aggiunge una notevole parte composta da ebrei provenienti dai territori dell’ex URSS.
Dal 1948 ad oggi i progressi economici di Israele sono stati notevoli. Un paese prevalentemente agricolo è passato da questa condizione ad una di paese fortemente industrializzato e in molti aspetti simile ai Paesi occidentali, con un reddito pro capite paragonabile a quello della Gran Bretagna. Tuttavia le differenze di reddito tra le classi più ricche e quelle più povere non trova per quanto è accentuato, alcun termine di paragone in occidente.
Relativamente al contesto Palestinese arabo va detto che la questione ad esso riferibile ha dato luogo, sempre a causa delle esigenze da parte dell’Occidente di proteggere Israele, ad un progressivo allontanamento dei Paesi islamici e innanzitutto di quelli al confine con lo Stato ebraico dai Paesi occidentali, in quanto
l’ostilità verso Israele ha determinato una serie di inibizioni a carattere commerciale tra i Paesi islamici e l’Occidente, ciò che ovviamente anziché risolvere va ad aggravare il problema dell’instabilità dell’area.
Anche i Paesi produttori di petrolio presenti nell’area e nonostante l’importanza strategica di questa risorsa per la regione e per gli stessi Paesi produttori, nonché per gli Stati esteri, che pure hanno a suo tempo comminato sanzioni economiche a causa principalmente delle guerre del Golfo, si trovano in una situazione di grave instabilità interna, afflitti da analfabetismo, pressione demografica ed endemiche carenze idriche.
Il processo di pace dovrà occuparsi senz’altro anche di questi aspetti. Si può dire che le due tendenze più rilevanti ad oggi nel mondo arabo siano, da un lato un fenomeno di stagnazione del processo di modernizzazione dei costumi, dall’altro un progressivo avvicinamento alle nuove tecnologie, cioè un atteggiamento favorevole da questo punto di vista al fenomeno della globalizzazione, con tratti simili a quelli occidentali.
L’Occidente e quindi anche l’Europa sono chiamati a svolgere un ruolo di delicata intermediazione, innanzitutto dal punto di vista culturale, per far fronte e risolvere le problematiche cui ho accennato.
Per tornare alla situazione della fede e del popolo ebraico nel XIX secolo, mentre in Europa, a seguito della chiusura dei ghetti, le comunità ebraiche manifestarono una certa inclinazione verso l’integrazione con le popolazioni dei paesi di appartenenza, diversa era la situazione nell’Europa orientale, dove, sempre nella metà del XIX secolo vivevano circa tre milioni di ebrei, cioè quasi il 75% della popolazione ebraica. In Russia le condizioni erano piuttosto precarie data la arretratezza del paese.
Tuttavia un movimento di idee simile all’Illuminismo occidentale, pure vi fu nella cultura e nella società ebraiche del tempo, manifestando anche attraverso i canali mediatici, i prodromi della riscoperta del lavoro nei campi che tanta parte ebbe nella creazione del movimento sionista laburista. Vi fu anche una riscoperta dell’ebraico
da parte dei ceti elevati, in quanto anch’essi nei discorsi colloquiali usavano prevalentemente l’yiddish. Per quanto riguarda, come detto, gli ebrei russi, va ribadito che la situazione del paese era abbastanza instabile anche a causa della politica repressiva avviata dallo zar Alessandro III per colpire tutti coloro che potevano essere considerati gli assassini del defunto padre, morto in un attentato nel 1881, repressione che colpì innanzitutto le minoranze e quindi anche la minoranza ebraica.
Tuttavia dalla fine degli anni ’60 del XIX secolo si erano diffuse in Russia numerose associazioni culturali ebraiche, dette degli “Amanti di Sion”, che erano però prive di una direzione e di una linea politica unitarie. Fu in questo contesto che emerse la figura di Leo Pinsker, un medico di Odessa, leader del primo movimento sionista della storia, che attrasse verso sé sempre più numerosi i membri delle comunità ebraiche del tempo. Nel 1884, per evitare le persecuzioni in terra di Russia, Pinsker convocò a Khattovitz in Germania tutte le associazioni ebraiche di cui rivendicava la leadership, stipulando il primo accordo in ordine alla sovvenzione di alcuni insediamenti ebraici in Palestina. Il movimento avviato da Pinsker non ebbe grossi risultati e tuttavia tredici anni più tardi a Basilea venne convocato il primo congresso sionista, grazie all’importante figura di Theodor Herzl, dando le basi a quell’insieme di idee che nel secolo successivo avrebbero portato alla nascita dello stato israeliano.
La nascita del sionismo provocò reazioni contraddittorie, innanzitutto tra le comunità ebraiche, anche in America, ma non in Russia, paese al quale apparteneva la maggioranza degli aderenti al movimento sionista. Quanto a Herzl egli deve essere ricordato per il suo attivismo più che per le sue capacità di elaborazione teorica, anche dato il fatto che le sue iniziative nel breve periodo e finché egli restò in vita non ebbero alcun risultato di un certo rilievo all’interno del movimento. Se però si considera la sua attività nel lungo periodo, bisogna attribuirgli il merito di aver dato consistenza internazionale all’istanza sionista, sino a che quest’ultima cominciò ad essere discussa anche tra le diplomazie europee. Dieci anni dopo la
morte di Herzl, avvenuta nel 1904, il sionismo era divenuto un movimento politico a tutti gli effetti trasformando gli aderenti in una forza sociale e culturale significativa.
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