Costantinopoli tra Latinismo e Turcocrazia
Lo scisma tra chiesa cattolica occidentale e chiesa ortodossa di rito greco, che si era prodotto sulla sostanza teologica di un passo della preghiera del Credo, comune a entrambe le chiese, ma inteso diversamente da oriente a occidente era derivato essenzialmente da un elemento liturgico. Durante la lettura o la recitazione del “Credo” si giunge al passo che definisce lo Spirito Santo come procedente dal Padre e non anche dal Figlio, come ritenevano gli orientali, mentre gli occidentali lo ritenevano procedente dal Padre “e” dal Figlio.
Al di là però delle differenze e delle contestazioni reciproche, quando nel 1261 il basilèus di Costantinopoli tornò in sede, chiese l’aiuto dell’Occidente per far fronte ad una serie di minacce che provenivano dai territori e dai popoli confinanti con il suo impero. L’imperatore convocò perciò un concilio a Costantinopoli con intenti unionistici, che però, a partire dai patriarchi orientali si pronunciò per la impossibilità di qualsiasi accordo con Roma e con i Latini.
Col 1361, dopo un secolo caratterizzato dalla sostanziale inconcludenza dei propositi unitari tra i due imperi, l’orientale e l’occidentale, gli Ottomani si insediavano in Europa, e conquistavano progressivamente Balcania e Bulgaria.
Occorreva, anche per far fronte comune contro il pericolo turco, una riconciliazione tra la chiesa cristiana occidentale e quella orientale. Per fare ciò venne convocato un concilio a Ferrara la cui prima seduta si tenne il 9 aprile 1438. Un’anno dopo veniva emanata una bolla, la “Laentur coeli”, approvata da tutte le parti in causa. Quanto al motivo primigenio della contesa cioè il “filioque” presente nel Credo e la sua interpretazione in un senso o nell’altro come già accennato più sopra, la chiesa latina risolse il problema modificando la formula da “filioque” a “per filium”. Analogamente il concetto teologico di Purgatorio non fu imposto ai Greci che non avevano idea di cosa fosse, ma si convenne sul dovere di intercessione per i morti.
Quanto agli azimi si concordò in merito alla equipollenza di questi al pane lievitato, obliterando le differenze.
Nel 1452, nonostante una maggiore coesione tra le due chiese, i turchi di Maometto II assediavano Costantinopoli, conquistando in breve la città e pronunciando nella cattedrale di Santa Sofia il nome di Allah. Con quell’atto iniziava anche per la nuova Roma la turcocrazia, cioè il dominio musulmano. Costantinopoli era caduta e così avevano perduto valore anche gli accordi raggiunti in sede conciliare.
La conquista islamica non determinò spargimenti di sangue o provvedimenti restrittivi. Il basilèus rimaneva tale, e tale l’ordinamento, innanzitutto religioso della città. Finalmente si poté affermare che le terre ortodosse erano state riunite, sebbene sotto il simbolo della mezzaluna anziché sotto quello della croce.
Le missioni cattoliche
Il termine “missioni” caratterizza l’espansione del Cristianesimo al di fuori dell’Europa solo in tempi recenti. L’antichità cristiana impiega il termine missio per indicare l’osservanza della volontà del Cristo da parte della comunità, volontà intesa come affidamento agli apostoli e poi a tutti gli altri appartenenti alla religione cristiano – cattolica, di diffondere il messaggio dei vangeli, ossia ciò che è conosciuto come “buona novella”, tra coloro che non avessero conoscenza di Cristo, né del Vangelo. Con il Concilio Vaticano II si è aperta un’epoca nuova, simile però a quella in cui vissero i primi cristiani, che si è designata come “post-missioanria”. Tuttavia occorre parlare delle origini delle missioni e quindi del concetto di ”apostolato”. Fu Paolo ad dare inizio alla colonizzazione cristiano – centrica dei territori confinanti con la Galilea, come stabilito nel primo concilio cristiano, quello di Gerusalemme tenutosi nel ‘48/’49 d.C.. Grazie all’opera dei missionari, nel giro di un secolo, la fulminea diffusione del Cristianesimo, impressionò perfino i funzionari imperiali. Questa progressione si è sviluppata a poco a poco, a partire dalle classi più umili della società. I capi dei predicatori cristiani si riunivano spesso
in concilio e persino in assemblee ecumeniche ma sempre riconoscendo il primato del vescovo di Roma. Con la conversione di Costantino la chiesa cattolica modella il proprio diritto, la propria liturgia, il proprio patrimonio letterario su quelle della istituzione romana.
Ma di fronte agli invasori germanici l’obiettivo non fu quello di adeguare sé stessi alle credenze barbare ma di convertire i barbari al cristianesimo, compito che fu primariamente esercitato dalle comunità monastiche, tra le quali si ebbe anche la nomina di un papa, Gregorio Magno, il quale trattò con i Longobardi e inviò il monaco Agostino oltre Manica per convertire gli Angli.
La chiesa imponeva il diritto romano ai Celti e ai Germani, ma allo stesso tempo svolgeva opera di evangelizzazione nelle lingue volgari. Nel X secolo i due frati Cirillo e Metodio inviati dall’imperatore di Bisanzio presso i Bulgari per evangelizzare i popoli slavi, crearono una lingua, il paleo slavo utilizzando un alfabeto che poi sarebbe diventato il cirillico e il cui uso nella liturgia fu successivamente accolto anche dai papi. Per combattere l’opposizione islamica e germanica alla dottrina cristiana alcuni papi pensarono bene di indire delle missioni armate, le Crociate, per riconquistare i luoghi santi della Palestina, favorendo anche in questo modo un’ atteggiamento di favore da parte dei regnanti Carolingi verso la Santa Sede. In tale contesto va sottolineato come nel momento più duro della lotta tra le due fedi, quella cristiana e quella islamica, si instaurasse un dialogo culturale tra un Federico II e un san Francesco.
L’impero ottomano conquistatore di Bisanzio nel 1453 avrebbe poi sbarrato la strada all’espansione cristiana nel Medioevo. La vittoria della flotta genovese sui turchi a Lepanto nel 1571 d.C. avrebbe confermato questa situazione di immobilità; e per i due secoli successivi l’area dominata dai musulmani avrebbe mantenuto l’ostilità verso il cristianesimo.
La scoperta del nuovo mondo : le missioni organizzate dal XVI alla prima parte del XX secolo
Quando nel 1492 venne scoperto il continente americano, si comprese subito che la gente che vi abitava non aveva ma conosciuto la Rivelazione. Da ciò nasce uno slancio missionario che si concreta nella bolla di papa Alessandro VI, “Inter caetera”, che ripartiva i compiti inerenti alla cristianizzazione agli Stati di Spagna e Portogallo, conferendo loro poteri decisionali in ordine alla coordinazione e al sostegno economico alle missioni. Al diritto autoattribuitosi da parte della cristianità europea di evangelizzare quelle regioni si accompagnò l’intento di non ridurre gli autoctoni a schiavi ma a rispettarne la dignità personale.
La popolazione indiana fu perciò raggruppata in comunità parrocchiali, dette “reducciones”, ma niente altro a causa della tendenza accentratrice della Monarchia Castigliana. Dopo il Concilio di Trento i papi, da PioV a Gregorio XV si attivarono per ottenere il controllo della evangelizzazione. Le grandi congregazioni o compagnie di ecclesiastici avrebbero ricevuto la “commissione” di evangelizzare determinati territori e insieme ai vescovi nominati da Madrid o da Lisbona vi sarebbero sorti Stati dipendenti dalla chiesa di Roma.
Tappe geografiche
Le tappe della colonizzazione cristiana cominciano con le Indie Occidentali e Orientali, mentre in Africa nasce un effimero impero del Congo. Oltre Atlantico le chiese latinoamericane del sud si estendevano sin dalla California alla Florida, mentre si determinò nel Nord del Continente la marcia colonizzatrice dei gesuiti verso i Grandi Laghi insieme alla cristianizzazone degli eschimesi nel grande Nord canadese. Domenicani spagnoli a est del Capo di Buona speranza sulla rotta tracciata dai Portoghesi, dal Mozambico a Goa Malacca e Macao, fino alle Filippine; gesuiti in India e in Cina; i francesi in Siam e Vietnam fondarono comunità che sarebbero arrivate siano ai giorni nostri. Dopo la soppressione del
dell’Ordine dei Gesuiti, l’espansione insieme a quella protestante riprese e interessò allo stesso modo Oceania, Cina e Giappone. Infine iniziava la penetrazione in Africa in condizioni assai precarie. Nelle missioni erano inizialmente presenti solo portoghesi e spagnoli, cui la scarsità delle risorse ai fini della colonizzazione determinò il loro placet all’insediamento nelle colonie di comunità francesi, cui si aggiunsero nel tempo Italiani, Tedeschi e Irlandesi.
La situazione di convivenza forzata che si determinò nelle colonie tra i rappresentanti dei Paesi appena citati determinarono contrasti che isolarono ciascuna comunità riferibile ad un ordinamento nazionale dalle altre. In tutto ciò la chiesa inviò direttive dettagliate per una romanizzazione della colonizzazione. Fu questo un provvedimento che i detrattori dell’allora papa associarono ad un un intento imperialista da parte della chiesa, e di sue commistioni con il movimento coloniale e con il modo in cui tale movimento instaurava rapporti con gli autoctoni, rapporti cioè da “padrone a schiavo”. In realtà l’unica intenzione della chiesa di Roma e dei suoi missionari era quella di diffondere il vangelo, e ciò comportò una necessaria sudditanza ai coloni provenienti da altri paesi europei.
Anche per quanto riguarda la Cina i missionari riuscirono solo in parte nella loro opera di conversione anche perché, si era nel 1939, essi giunsero troppo tardi per evitare la situazione di disordine in quel paese, situazione che preludeva all’instaurazione del coumunismo. Il riconoscimento da parte della chiesa della propria incapacità di agire di fronte a situazioni come quella cinese, convinse i papi successivi al primo conflitto mondiale, a convalidare il riconoscimento delle civiltà come un fatto acclarato negli ambienti cristiani più avanzati.
Con l’ascesa al soglio pontificio di papa Pio XI, quest’ultimo ordinò di edificare nei territori in cui la chiesa era presente con le proprie gerarchie una serie di edifici ecclesiastici e di istituire un clero locale, cioè ricavato dalla predicazione agli autoctoni e dalla conversione degli stessi al cristianesimo. Nel 1957 avrebbe chiesto al clero secolare di tutte le diocesi, anche quelle oltre atlantico di dare aiuto a quelle
sprovviste di clero. Per conciliare il messaggio evangelico, che al tempo delle prime comunità cristiane non poteva essere rivolto a persone che abitavano oltre oceano, con la situazione attuale, Henrì de Lubac definì il movimento cattolico come “divinamente unificato e umanamente differenziato”
Dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965): dalle missioni delle chiese alla missione della Chiesa
Le grandi dichiarazioni del Concilio Vaticano II rivalutano il concetto di missione in quanto un intento missionario è ravvisabile anche nella figura di Cristo inviato sulla terra dal Padre proprio per operare un atto di carità universale quale il sacrificio supremo, cioè la morte di Croce, sotto l’impulso dello Spirito Santo. Due dichiarazioni votate poco prima della chiusura del consesso precisavano che la libertà religiosa si fonda sulla dignità dell’uomo ed esclude ogni proselitismo, ed essa libertà si fonda anche sul dialogo, sia con le confessioni interne al Cristianesimo sia con le altre grandi religioni del mondo. Per la prima volta con papa Pacelli si ebbe la visita di un papa in Paesi stranieri. Prima nei luoghi santi e poi in India, per seguire il congresso eucaristico di Bombay, e per finire con la visita alla sede delle Nazioni Unite a New York.
Con Giovanni Paolo II si verifica un ampliamento dei viaggi apostolici. Due giorni dopo la sua visita all’Unesco del 1980, il papa costituì il Consiglio Pontificio per la cultura. I viaggi di Giovanni Paolo II sono altresì l’occasione per mantenere aperto il dialogo ecumenico col Consiglio Mondiale delle Chiese a Ginevra. Attraverso il dialogo interreligioso il papa ha allargato la stessa prospettiva ecumenica attraverso contatti con: Ebrei, Dalai Lama, Corea del sud.
Questo avanzare del dialogo interreligioso deve essere messa in rapporto con la diaspora dell’ordine monastico. Questo monachesimo, questo eremitismo missionario, preferisce occultarsi in profondità in quelle società che necessitano l’aiuto dei consacrati a Dio per operare dall’interno a per gradi una progressiva
evangelizzazione. Si tratta di un movimento ancora oggi presente in molti paesi, e tutto ciò grazie all’utilità del lavoro svolto.
Relativamente alle missioni di matrice protestante, si parte dal Seicento, quando l’Olanda divenne la maggiore potenza marittima del mondo. Colonizzò dal punto di vista commerciale molti paesi delle Americhe, come il Brasile, e anche molte regioni in Africa e in Asia. Non è dunque un caso che l’Olanda sia stata tra i primi paesi le cui chiese si siano poste il problema delle missioni protestanti, anzitutto con le due Compagnie, delle Indie orientali e delle Indie occidentali, che diedero avvio alla riflessione teologica secondo cui la missione non è compito dei governi ma è compito delle Chiese. Tuttavia la coesistenza di un movimento coloniale che considerava ad esempio le Americhe un luogo di conquista e di affari insieme al compito da parte dei missionari presenti in quei luoghi di evangelizzare gli autoctoni, erano palesemente due elementi che rappresentavano una contraddizione in termini. Tuttavia l’attività missionaria portata avanti da teologi protestanti non diede scarsi risultati. Soltanto, essa attività dipendeva economicamente dalla Compagnia delle Indie e quando questa decise che gli affari maggiori con le comunità indigene delle aree colonizzate erano stati conclusi, allora si concluse anche la missione protestante in quei paesi.
Saranno il pietismo in terra tedesca, il puritanesimo e il metodismo in terra inglese e americana a fornire al protestantesimo l’humus spirituale sul quale potrà rinnovarsi e prosperare la pianta della missione.
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