lunedì 6 luglio 2026

 

ISLAMISMO

Una riflessione su basi storico dottrinali

Da oltre duemila anni gli arabi attribuiscono alla loro patria il nome che, diffuso anche in Occidente, vuol dire penisola: la sua superficie misura 2.800.000 km


quadrati e la sua origine si deve all’avvallamento di una fossa tettonica, in prossimità di quello che sarebbe divenuto il Mar Rosso. Al centro della Penisola si colloca l’Altopiano del Nagad, al cui settentrione si estende per 57.000 km quadrati il grande Nafu dalle dune alte fino ai trenta metri. Malgrado quest’ultimo sia uno dei deserti più aridi del pianeta, non manca, tra l’autunno inoltrato e l’inizio dell’inverno una vegetazione in grado di prosperare a causa della piogge, non abbondanti e tuttavia sufficienti a determinare un fenomeno di rigenerazione della flora locale, con la crescita di piante come Zygophillacea, Salsola, Atriplex, o Euphorbia. A nord dell’Altopiano del Nagad si estende l’antico letto di un fiume disseccato che continua per circa 300 km. Collegato al Nagad dalla Dahna si incontra il Quarto vuoto, notissimo deserto che si allunga nel Nagad, mentre fra Oman e Yemen si colloca la distesa sabbiosa detta ar – Rimal. Affacciata sul Golfo Persico a nord delle regioni omanite e della fertile striscia della Batina,vi è la torrida regione di al – Hasa, oggi provincia orientale. Esistono nondimeno sia nelle zone interne, sia in quelle occidentali numerose regioni della penisola oggetto di precipitazioni anche abbastanza intense.

Per quanto riguarda la temperatura, essa è relativamente sopportabile e in non pochi casi addirittura temperata, tuttavia le forti escursioni termiche, contribuiscono all’avanzata delle zone desertificate, oltre a sconsigliare di pernottare in quei luoghi. Tutto ciò implica che l’intervento umano in materia di canalizzazioni, dighe, invasi, sia stato massiccio già a partire del IV millennio. Nelle regioni meridionali le varie popolazioni – sedentarie o di transito –hanno così lasciato fin dalle età più antiche un prezioso patrimonio, non solo idraulico ma anche linguistico, epigrafico, architettonico e urbanistico, che non mancherà di stimolare e impegnare la crescita della futura società islamica.

Gli arabi

Per quanto concerne l’etimo del termine “arabo”, esso era con tutta probabilità un etnonimo. Alcuni studiosi affermano però che fonti veterotestamentarie vorrebbero


che il termine in questione indicasse qualcosa come “mescolato” o “miscelato”. Tuttavia tradizionalmente i lessicografi arabi continuano a vedere nell’etimo del termine il significato di “nomade”, “beduino”, “pastore”, “abitante delle tende”.

Per quanto riguarda però lo sviluppo di una lingua vera e propria se ne potrà parlare solo a partire dal III secolo a.C.

Nell’853 a.C. le cronache assire ricordano a una battaglia cui prese parte Ghindb l’Arabo, con la disposizione delle proprie forze militari a favore del re di Damasco Im – Idri, che coi suoi alleati aveva cercato di opporsi al sovrano assiro Shalmanesser III.

Di gruppi arabi parlava anche, nell’VIII secolo a.C. anche il principe Ninunrta – kudduri –usuf di Anat sull’Eufrate, ivi regnante, che si vantava di aver saccheggiato “tutto quanto era possibile desiderare a una carovana di 200 dromedari”. Tutto ciò non era molto differente da ciò che in più occasioni avevano fatto anche i Sabei di cui tra poco parleremo.

Sappiamo che la regina degli Arabi dovette pagare tributo agli assiri, così come la regina Sam si dovette piegare a prendere ordini da un commissario assiro cedendo al vincitore un reparto di 10.000 soldati e le effigi delle proprie divinità restituite poi dopo l’umiliante incisione sulla base di quegli idoli del nome del re assiro e del suo Dio nazionale Assur. Nel 703 a.C. Yati regina degli arabi è punita per aver preso parte alla nuova insurrezione contro i babilonesi di Sennacherib, mentre una quarta regina, Te’l – hunu schieratasi dalla parte dei babilonesi, viene deportata. Troppe regine per poter ignorarle, anche se comunque sia non si può parlare di un matriarcato di lingua araba.

Per quanto riguarda i Sabei la loro protostoria, al di delle dispute tra gli studiosi in ordine ad una corretta datazione, pare cominciare intorno al 1200 circa a.C. I Sabei giunsero nel Sud della penisola araba probabilmente verso la fine dell’età del bronzo, provenendo dal nord ovest mesopotamico, ripercorrendo probabilmente


la stessa via che era stata percorsa già da altre popolazioni. Tra il quarto millennio

a.C. e il secolo VIII a.C. pare che le popolazioni dell’area fossero organizzate in federazioni. La più potente di queste organizzazioni su base federativa pare fosse quella dei Sabei. Complessi sistemi murari, opere di carattere militare, palazzi monumentali e raffinati impianti idraulici testimoniano un controllo dell’ambiente che coniugava una grande ricchezza materiale insieme ad un alto livello spirituale. Per quanto riguarda le opere idrauliche va senz’altro ricordato il complesso di dighe costruito per indirizzare le acque nel periodo monsonico verso le terre da coltivare ricavando con tale sistema 9.600 ettari di superficie irrigata e coltivabile. Ovviamente questo grande complesso idraulico andava mantenuto periodicamente, e infatti a livello epigrafico si conoscono almeno quattro importanti restauri. L’ultimo di tali interventi data al VII secolo d.C. dopodiché non vi fu più modo di seguire la consueta procedura di manutenzione e restauro. Da qui la totale rovina del manufatto e la crisi economica e politica, commerciale e idraulica che non mancò di influenzare profondamente la successiva storia arabo islamica. Pare che l’avvenimento costituito dalla impossibilità di utilizzare le terre fertili da parte dei Sabei fosse un avvenimento di tale importanza da indurre una tribù yemenita, i Ghassanidi ad adottare un calendario riferentesi alla “rottura della diga”, cioè a far data da allora. Ciò dimostra che il venire meno del sistema idraulico è più risalente del VII secolo.

Dalla seconda metà del VI a.C. i Sabei abbandonarono la loro titolatura per acquisire quelle di “re”, probabilmente in sostituzione dell’iniziale organizzazione federativa, non più utile perché ritenuta un modo di gestire il potere meno efficiente della concentrazione dello stesso potere nel mani di un singolo individuo.

Una popolazione che strinse rapporti commerciali con i Sabei furono i Minei i quali tuttavia non batterono moneta, quindi si può ritenere che il loro rapporto con i Sabei non fosse del tutto autonomo ma che in definitiva vi fossero comunque sia rapporti commerciali intensi tra le due etnie, nell’intorno delle rispettive capitali, grazie


all’azione di alti funzionari minei preposti alla cura degli interessi commerciali della madrepatria e delle comunità ad essa facenti capo.

In questo modo i minei sarebbero stati in condizioni di gestire in regime di monopolio il traffico dell’incenso, della mirra, del cinnamomo, della cassia, dell’aloe, del balsamo e delle altre sostanze aromatiche che sempre i minei portavano a settentrione della penisola e poi verso ovest agli empori del vicino oriente mediterraneo di modo che con la Grecia, Roma, la Persia e l’India mantennero a lungo vivace la domanda di tali prodotti.

Il traffico dell’incenso e degli altri aromata conobbe una progressiva diminuzione a partire dal secondo secolo d.C., a causa del decremento della domanda, della corposa concorrenza dell’incenso africano e del declino dei regni sud – arabici, cui non si sottrasse neanche l’Etiopia.

Agli esordi del I secolo d.C. nella regione a meridione dell’attuale città di San’asi si costituiva una nuova entità statale guidata dalla famiglia regale che aveva in Ma’rib la propria capitale e nel palazzo di Raydan la manifestazione più evidente del suo potere. I signori di Raydan strinsero alleanze con i popoli della zona, soprattutto con il regno Sabeo riformato, che con il precedente regno di Saba non aveva molto a che vedere a causa delle peggiorate situazioni economiche e militari. Che Raydan stringesse poi una alleanza con gli Himyariti sta ad indicare sulla base delle fonti una medesima realtà oppure no, sta comunque di fatto che tra il 270 e il 280 d.C. la dinastia di Zafar, dopo aver vinto i suoi nemici di sempre, i Sabei, potrà fare assumere al suo sovrano il titolo onorifico di “re di Saba e dhu Raydan, dell’Hadramawt e dello Yemen”, titolatura che in seguito comprenderà la dicitura “dei loro nomadi, dell’altopiano e della pianura costiera”. L’età Himyarita arrivò a lambire la fine del VI secolo: lunghi anni di scambi commerciali ma anche di rivalità con l’Abissinia, con Roma e con l’Iran partico e poi sassanide.

Un esempio di questi antagonismi fu la spedizione che, nel 24 a.C. l’imperatore Augusto ordinò per mettere le mani direttamente alla fonte delle ricchezze che i


romani acquistavano di seconda mano subendo i relativi costi. La spedizione era comandata dal prefetto d’Egitto Elio Gallo. L’impresa tuttavia fornì scarsi risultati, e spinse Roma a scegliere di incrementare il commercio con i paesi viciniori come l’Egitto, cosicché le vie di terra furono lasciate a quel fenomeno di progressiva beduinizzazione che durerà fino all’ inizio del VII secolo.

L’Ebraismo e il Cristianesimo penetrarono in Arabia tra il primo e il quarto secolo in connessione l’uno con la diaspora seguita alla rivolta antimperiale di Bar Kochba, l’altro con la presenza in Siria dell’impero bizantino e con la potente monarchia abissina, che profittò a più riprese della sua estrema vicinanza per ingerirsi mediante invasioni a più riprese, negli affari del sud della penisola.

Gli himairiti manifestarono un certo favore per gli ebrei, che nel territorio arabo riuscirono ad attirare a sé molti proseliti. Diverso il trattamento per i cattolici che vennero sterminati in quell’area a causa di un decreto del 523. Si pensava infatti che i Cristiani fossero collusi con il governo aksumita, ma lo sterminio servì anche ad abolire un cospicuo debito con la comunità cristiana.

Il bagno di sangue fornì il pretesto per un intervento della Abissinia che inflisse una devastante sconfitta agli Himyariti per mano del negus Ella Ashbea. Lasciato il paese alle cure di due generali il Negus tornò in Africa, ma nel 530 Abraha si fece riconoscere sovrano di un ricostituito regno Himyarita, cui Costantinopoli chiese aiuto, poiché impegnata in una pluriennale guerra contro i Sassanidi, e di inviare truppe passando attraverso la regione dell’Higaz.

L’azione di Abraha per quanto svogliata, e quelle dei suoi successori convinsero la Persia dei rischi di una alleanza bizantino-aksumita-yemenita. Di lì a poco un nuovo protagonista proveniente dalle regioni arabe più settentrionali avrebbe assoggettato con la forza delle sue idee e delle sue armi le contrade yemenite, non mancando tuttavia di versare un cospicuo tributo agli dei delle regioni sottomesse, che comunque sia erano ancora capaci di instillare, anche nei credenti di altri culti, il

senso del sacro e della devozione.


Le religioni dell’Arabia meridionale

Una classica linea di ricerca propone ancora oggi di ricondurre i culti astrali alla triade Sole-Luna-Venere, in particolare nelle culture religiose emerse in ambito nomade. Le tre suddette nature erano di volta in volta presenti nel pantheon della civiltà araba prima della venuta di Maometto. Si parla ovviamente di culture politeiste, all’interno delle quali il legame che si instaurava tra uno dei popoli premaomettani e gli altri si distingueva essenzialmente perché il re o comunque il capo religioso dichiarava di discendere ognuno da una di queste divinità, che come detto erano divinità a carattere solare, lunare, o legate al pianeta Venere di cui probabilmente gli antichi popoli avevano una conoscenza superiore rispetto agli altri pianeti. Ad ognuna delle divinità adorate da questi popoli era dedicato un tempio. La presenza delle divinità rendeva sacri i templi verso cui i fedeli in specifici momenti dell’anno si recavano a portare ossequio e a tributarne il culto. Esisteva altresì un clero che era incaricato della gestione dei luoghi santi e che si poneva come intermediario tra il Dio e la comunità dei fedeli. Il clero poteva avvalersi dell’aiuto di schiavi e di donne per la cura del tempio mentre i terreni incolti all’intorno venivano curati da semplici fedeli, che ne ricavavano una quota sul totale dei frutti, e che erano disposti a consacrare alla divinità non solo i propri beni ma anche sé stessi. Le modalità dei sacrifici erano quelle che tutti i popoli del tempo praticavano ossia non solo prodotti oleo – resinosi ricavati dagli alberi, ma anche animali come ovini, bovini o animali selvaggi, cui potevano accompagnarsi olocausti e libagioni, con l’aspersione dell’altare mediante il sangue della vittima o di altri liquidi alimentari (latte, miele, vino, acqua pura).

Ai sacerdoti competeva elusivamente la funzione cleromantica o oracolare, insieme alla capacità di scrivere testi sacri cui successivamente anche i musulmani si sarebbero dedicati e a cui avrebbero dedicato la stessa devozione. Se è in qualche modo possibile ricostruire un quadro delle attività sacerdotali, non possiamo in alcun modo sapere quali fossero i riferimenti escatologici cosicché dobbiamo


affidarci alla speranza che nel futuro un nuovo ritrovamento ci aiuti a chiarificare le cose.

I lihyaniti

Le culture del meridione arabico, non hanno lasciato traccia del loro patrimonio letterario, e ancor meno a carattere monumentale. Quel poco che sappiamo ci sopravviene dalla memoria collettiva di quelle stesse genti arabiche, convertite all’islam, che scriveranno numerose memorie di quei tempi, dei quali, pur rimpiangendone gli ideali virili e il modello eroico e avventuroso, ricorderanno il passato idolatrico e polidemonico di ignoranza della vera religione.

E’ evidente che queste testimonianze sono immuni dal sospetto che si sia voluto riscrivere un passato che suscitava non poco imbarazzo, per via di tutti quei compagni di Maometto, gli uomini santi dell’islam, i quali prima di convertirsi avevano vissuto nel paganesimo facendone proprie le pratiche. Nell’indagare le vicende che nel VII secolo d.C. precedettero l’abbraccio dell’islam da parte dei popoli arabi, gli orientalisti sono stati indotti a valutare il debito verso la fede ebraica e in misura minore quella cristiana e zoroastriana. Poco spazio è stato concesso a quelle indigene. Se non si è potuto negare l’evidenza del retaggio sud arabico, sono stati poco numerosi coloro che hanno individuato come dirette ispiratrici del fenomeno islamico le più antiche culture arabiche centro–occidentali e settentrionali che colonizzarono, nei secoli a ridosso della venuta di Cristo, oltre alle regioni sinaitiche e del deserto siriano, quelle dell’altopiano centrale arabico e del versante occidentale peninsulare, fra cui lo stesso Higaz.

Le iscrizioni in caratteri lihyaniti, taymiti (o thamudeni) hasseni o safaiti rappresentano un indispensabile anello di congiunzione fra le culture sud arabiche e quella islamica, consentendo a quest’ultima, un’ascendenza meno casuale ed eccezionale. Dal punto di vista linguistico i lihanyti sono tra le popolazioni in cui più tenue è il ricordo del proprio patrimonio linguistico originario. L’insediamento


verso il IV secolo a.C. nei loro domini di una colonia minea, non poté mancare di coinvolgere il regno lihyanita, agevolando l’adozione di una scrittura che Dussaud riteneva di derivazione minea facilitando l’assunzione di uno stile di vita improntato a un certo livello di sedentarismo, che implicava l’impegno agricolo e l’intensa attività edile che trova tangibile espressione nella statuaria e nei tempi, ad esempio quello in cui si adorava Dhu Ghaba, nei pressi di Yathrib.

Cosa si sacrificasse non è facile dire ma non sono esclusi sacrifici umani. Fenomeno che non dovette essere poco diffuso nei territori a cultura araba preislamica, relativamente alla quale in quest’ottica vi sono critiche espresse da parte della scrittura coranica, e ciò soprattutto verso coloro che praticavano sacrifici umani. In linea di massima però questa era un’eccezione e infatti i Lihyaniti invece di bruciare grasso e ossa della vittima, si limitavano allo sgozzamento dell’animale, il cui sangue veniva fatto colare sul’effigie del Dio, anche se era praticata l’offerta alternativa di latte, miele e farina o, nel caso di Dhu Ghaba, di vino. Non sappiamo se, così facendo essi mostravano di distinguere i cosiddetti sacrifici di comunione da quelli di espiazione ma pare sia più attendibile l’ipotesi che la distribuzione delle carni sacrificali, a significazione della povera dieta del sacrificatore e dei committenti sacrificanti, sulla falsariga di quanto avverrà al termine dei riti per la dèa highiazena al–Uzzà o per i partecipanti del pellegrinaggio alla Mecca in quell’occasione trovassero un corrispettivo nella preparazione di un tharid, cioè una zuppa con carne e pezzi di pane. Un ruolo non chiarito sembra avessero le donne, tuttavia un dato è certo: esse non potevano avvicinarsi ai luoghi consacrati al culto se non erano in uno stato di purità, ad esempio il divieto valeva per le donne in periodo mestruale.

I Thamudeni

A lungo gli studiosi hanno pensato che i Lihyaniti fossero una branca staccatasi dalla stirpe che definì sé stessa thamudena, prospera per circa un millennio nella zona compresa tra il Golfo di Aqaba e Yanbù. Che sia lecito però parlare di culture


diverse è dimostrato dalla osservazione paleografica che mostra una innegabile specificità dell’alfabeto thamudeno rispetto a quello lihyanita, malgrado l’appartenenza di entrambi al ceppo sud arabico.

Citati nelle cronache assire dell’VIII sec. a.C. come appartenenti ad una coalizione guidata dal sovrano Tiglat – Pileser III, insediatisi nell’oasi di Tayma, i Thamudeni sono elencati fra le popolazioni sconfitte da Sargon II e come vittime della furia del babilonese Nabonedo che nell’oasi conquistata sarebbe rimasto per un decennio.

Per quanto riguarda le abitudini e consuetudini sociali, è probabile che i Thamudeni fossero in maggioranza allevatori sottoposti alla necessità della transumanza alla ricerca di nuovi pascoli stagionali, ma è poco credibile che non abbiano subito un percorso di sedentarizzazione a causa del contatto con le vicine comunità ebraiche. Nel V secolo d.C. si ha memoria della presenza di un loro contingente nelle file dell’esercito romano stanziato in Egitto, a dimostrazione di una capacità di adattamento alla vita sedentaria, che è chiaramente incompatibile con le abitudini attinenti al nomadismo, cioè l’insofferenza a vincoli e limitazioni.

Ancor più convincente appare la breve descrizione delle genti in parola contenuta nel Corano, che attribuisce ai Thamudeni una grande abilità in materia edilizia e ingegneristica.

Santuari e sacerdoti

Secondo alcuni genealogisti arabi, le popolazioni originarie della Penisola erano scomparse in epoche remote. Le genti residue o posteriori furono distinte in “arabe pure” o arabizzate. Fra queste ultime si annoveravano le popolazioni ismailite ovvero discendenti da Ismail, figlio del mesopotamico Abramo e dell’egiziana Hagar, prosecutore fra le popolazioni d’Arabia della pura fede monoteistica paterna. Una simile classificazione fu evidentemente diffusa in epoca islamica da Arabi yemeniti. Ma se si desse credito a questa interessata ricostruzione si dovrebbe postulare che progressivamente le comunità arabe avrebbero abbandonato l’assetto


stanziale per ridiventare nomadi. Alcuni studiosi hanno definito sostanzialmente indifferente dal punto di vista religioso l’Arabia preislamica a causa di una corposa tendenza al nomadismo. Questa tendenza la nomadismo contrasterebbe però, col suo interesse per i luoghi di culto, che presuppongono un popolazione stanziale, ad esempio è possibile che sia loro attribuibile il complesso e sviluppato ambito urbano della Higaz e della Tihama. Qui nel VI–VII secolo si palesava una sensibilità che per quanto ruvida, poteva senza altro evolvere verso una forma strutturata di monoteismo, cui già verso il V–VI secolo anelava un sempre maggior numero di coloro che non si ritrovavano nell’ebraismo o nel cristianesimo o nello zoroastrismo.

Il compito realizzato dal Profeta e dai suoi Compagni non sarebbe stato molto più impegnativo di chi estirpa senza sforzo dal terreno una pianta quasi del tutto disseccata. Ben al contrario l’impegno islamico fu grandioso, prolungato e convinto, a fronte di una resistenza vigorosa e non di rado strenua ed eroica, e tale fu l’impegno alla conversione di una popolazione idolatra e sconfitta che neppure a distanza di tempo da quegli avvenimenti, i dottori musulmani ritennero fosse senza rischi descrivere le superstizioni e gli idoli dei loro antenati, e ciò è alla base della manomissione da parte loro di quei testi poetici dove troppo diffusi erano i riferimenti a divinità pagane.

Non è curioso che in questa azione di detrazione del passato pagano dell’Arabia si sia cimentato anche un europeo, il gesuita Lammens, dotato di grande dottrina ma oltremodo condizionato dalla sua militanza nella compagnia di Gesù. In Lammens prevale la tendenza a espungere dalla sua analisi sull’Islam ogni tendenza di tipo pagano.

Alcune osservazioni possono chiarificare il punto. Se col termine Tempio si vuole indicare un fabbricato in cui sia garantito il culto di uno o più dei e se con l’espressione “sacerdote” si intende chi abbia ricevuto una ordinazione sacramentale, allora non potremmo controbattere all’affermazione di vari studiosi


che parlano di assenza di sacerdozio organizzato nell’Arabia del VI e VII secolo, come non potremmo dissentire dalle affermazioni dello studioso gesuita quando afferma che i sacerdoti erano stati in quel contesto soppiantati da gerofanti, indovini, àuguri, aruspici, addetti ai santuari. Se il concetto di religione è quello delineato dal padre gesuita in parola, allora, sulla base di ulteriori studi indipendenti, bisognerà concludere che in Arabia prima dell’Islam non vi erano religioni propriamente dette. E per religioni propriamente dette si parla di un unico Dio che ha sede in un unico tempio, il cui culto è officiato da un solo sacerdote. Ma ovviamente, dato che il culto propriamente detto necessità di più luoghi di culto, allora necessita di un testo di riferimento, di una gerarchia, e di una chiesa, tutte cose che i culti arcaici o pagani avevano, ma solo in quanto manifestazione del carattere nazionale del popolo pagano che li praticava. Altri studiosi invece ritengono che nell’Arabia pre-islamica vi fossero culti rispodenti alla caratteristiche elaborate dal gesuita Lammens e quindi definibili come religioni o “comportamenti e pratiche religiose”.

E allora l’adorazione, in pellegrinaggio presso la Mecca, dei massi di diverso colore custoditi nella Ka’ba non è altro che un modo per rendere omaggio ai simboli di Allah al quale è impossibile attingere su questa terra se non per opera del Corano, un dio che ha 99 nomi, un dio che ha un volto inconoscibile e irrappresentabile sempre nel mondo sub lunare e quindi non passibile di essere rappresentato in figura umana. Intorno al santuario esisteva di regola un territorio sacro interdetto a chiunque non fosse autorizzato dal custode, quest’ultimo interprete privilegiato dei voleri della divinità. Introdursi nei perimetri più interni del santuario non era lecito se non dopo deferenti soste e rispettose circumambulazioni, e previe meticolose pratiche penitenziali atte a diminuire i rischi generati da un contatto improvvido con la divinità, ad esempio digiuni, lavacri, abbigliamento semplice. Tuttavia era la rasatura dei capelli da parte del devoto a sottolinerarne la totale sottomissione. A questo punto il fedele poteva allora giungere alla celebrazione del sacrificio in cui l’uccisione dell’animale poteva essere accompagnata da libagioni.


Compito di tutto ciò che presso la ka’ba sostanziava il culto erano esigenze di carattere predittivo in ordine ad prossimo scontro bellico, oppure dirimere problemi giuridici, risolvere casi di omicidio, di furto o di adulterio, esigendo un compenso che si concretava solo una volta avuto l’incarico un buon esito.

Oltre alla divinità anche i jinn, esseri soprannaturali ma meno potenti degli dèi, potevano ispirare parole invasando il malcapitato da essi scelto. L’islam ne ha di molto ridotto la portata e la pericolosità ma in epoca preislamica erano spiriti estremamente violenti e tale violenza si esprimeva in continue aggressioni e uccisioni dei viaggiatori delle vaste lande dell’Arabia centro –settentrionale , oppure a volte nel rendere pazzo qualche malcapitato o costringere i poeti a declamare versi da loro stessi composti.

Al di sotto della Attività di custodia del sacro recinto (sadin), all’invocazione alla divinità (kahin) vi era un terzo elemento religioso, (arif) ossia il veggente delegato a rintracciare oggetti o animali perduti o rubati ricorrendo alla magia induttiva.

Specializzato nella fisiognomica era il hazi mentre il qaif era esperto lettore della pianta dei piedi, astrologo e sapiente cioè il munaggim e attento lettore dei segni sulla sabbia o sul terreno, il katt. Non mancavano ancora chiromanti, rabdomanti e forse ipnotizzatori (raqi). Massimi interpeti rituali del volere divino erano però il sadin e il kahin. Il metodo più affermato per assolvere alla loro funzione era l’estrazione da una faretra di particolari frecce divinatorie, senza punta e impennaggi ognuna decretante un preciso atteggiamento da assumere, anche se a volte le risposte alle domande di rito derivavano dall’esame delle viscere di una vittima sacrificale, o dall’interrogazione di idoli, dotati di capacità ventriloque che si esprimevano in modo impressionante e inaudito, anche per via del rauco tono di voce.

Mecca


Secondo il Corano i B. Gurhum si sarebbero radicati a Mecca dopo un aspro confronto con i Qatura (altro nome degli Amaleciti). Sarebbero stati i nuovi signori della città a concedere ospitalità alla moglie di Abramo, Hagar, e al loro figlio Ismaele cui il capo dei Gurhum accordò la mano della propria figlia. L’arrivo di nuove popolazioni avrebbe tuttavia la sottomissione dei primi conquistatori, e i nuovi conquistatori furono a loro volta assoggettati da nuovi conquistatori e così via. Che Mecca fosse già in epoca remota importante centro spirituale sembra confermato dalla tradizione che vorrebbe attribuire ad ‘Amr b. Luhayy la primitiva organizzazione della “umra”, il pellegrinaggio diretto al santuario urbano della ka’ba. Il vero rifondatore della città nonché unificatore dei vari gruppi che si riconobbero nel nome Quraysh sarebbe stato però Qusayy b. Kilab, che dopo aver rivendicato dei diritti alla custodia della ka’ba sarebbe tornato dalla Siria avvinado una politica fortemente accentratrice, ma anche un dialogo con le popolazioni sottomesse. Malgrado se ne conosca l’origine settentrionale non è del tutto certo che i Quraysh fossero legati alla stirpe di Kinana da cui avrebbero costituito una tribù separata. Del tutto oscure sono anche le modalità di insediamento nell’area meccana. Il fatto di aver scelto un territorio a fini di colonizzazione fa sospettare che fosse stato scelto in forza di esigenze a carattere militare.

A Qusayy sono attribuite diverse importanti riforme e alcune nuove istituzioni. Se quasi nulla si può dire dei già esistenti istituti politico militari, qualcosa in più si può forse dire sul tipo di compito affidato a Kinana, che ebbe l’incarico di perfezionare il computo calendariale tradizionale aggiungendo un mese ad ogni triennio lunare per far cadere più o meno nella stessa stagione i mesi in cui si svolgevano i pellegrinaggi. Per quanto riguarda l’uso delle armi venne mantenuto a quattro il numero di mesi in cui era interdetto l’uso delle armi per l’adempimento di opere di religione e agevolare le pratiche commerciali. Il fatto però di dover di volta in volta consultare un esperto astrologo al fine di interpretare i moti dei pianeti e delle stelle conferì all’istituto sacerdotale una importanza tale da non poter essere tollerata e quindi da dover essere condannata dall’islam. L’islam mantenne invece gli istituti a


carattere caritativo cioè concernenti la distribuzione di viveri ai pellegrini poveri che arrivavano alla Mecca, che i pellegrini più ricchi erano ben felici di accollarsi. Il fornire gratuitamente alimenti fu motivo più che sufficiente per attirare dalla propria parte gli assetati e gli affamati beduini dell’Arabia centroccidentale, colpiti da frequenti carestie e costante siccità, per ovviare alle quali i meccani erano tenuti ad attingere alle fonti e ai bacini fluviali siti nelle vicinanze. In tal modo Qusayy attirò a Mecca i nomadi dell’Higaz e un gran numero di Arabi che già si spostavano per prendere parte all’hagg. Tutto ciò che riguardava Mecca era in definitiva legato alla facilitazione dei commerci e al loro incremento.

La Ka’Ba

La Ka’ba è costruzione antichissima sulla cui etimologia non si è del tutto sicuri, malgrado Yakut specificasse che ogni edificio a pianta quadrata è una Ka’ba. Vi erano quindi nei territori arabi molte Ka’ba, tra cui l’edificio meccano, che era il luogo di culto di Hubal, “il signore della Ka’ba”. Il fatto che nel Corano venga più volte condannato il politeismo, potrebbe far pensare che il nome Hubal fosse uno dei nomi di Allah, altri hanno ipotizzato che il nome della divinità meccana potesse rappresentare il nome arabizzato del dio arameo Ba’l. Che però il nome Hubal corrispondesse ad una divinità è fatto acclarato, ed è tanto più acclarato che non si trattasse di Allah. Già nelle culture sud arabiche il nome Ba’l era, secondo varie declinazioni, inteso a definire l’equivalente di “signore o padrone”.

Non va dimenticata in tale contesto la strenua avversione di Maometto per le rappresentazioni immaginifiche di Allah, cioè antropomorfe, mentre ad esempio Hubal si mostrava come idolo dalle fattezze umane con la mano destra d’oro. La capacità mantica di Hubal, espressa attraverso sette frecce estratte dal suo “sadin”, potrebbe non costituire una contraddizione, perché anche l’Islam riconosce lecito il ricorso alla belomanzia, cioè all’arte divinatoria servendosi di punte di freccia. Non va altresì dimenticato che questa contrapposizione di idoli ad Allah suscitò una reazione da parte dei sostenitori e di Maometto stesso, impegnandoli in uno scontro


in cui ognuno dei due gruppi inneggiavano alla propria divinità di riferimento. All’interno della ka’ba la statua di Hubal sovrastava un pozzo ormai essiccato e che veniva utilizzato sia per effettuare sacrifici sia per contenere un notevole quantitativo d’oro, che per la precisone al momento dell’affermazione dell’islam constava di ben 70.000 once d’oro utili a finanziare la costosa politica conciliatrice del Profeta nei riguardi dei suoi avversari. Per quanto ancora riguarda i pellegrinaggi, se tralasciamo quelli del meridione, i raduni dell’Arabia centroccidentale si dirigevano verso ‘Ukaz, tra Nakhla e Ta’if, dove esistevano rocce intorno a cui si effettuava una circumambulazione, così come avveniva in siti minori. Al termine avevano luogo i grandi riti sacrificali di Mina che caratterizzavano il pellegrinaggio dell’hagg. Nei periodi successivi e in mesi dell’anno ben definiti era invece la “umra” a Mecca a richiamare i pellegrini con le circumambulazioni antiorarie della ka’ba e con gli idoli di Isaf e Naila, posti sulle alture di Safa e di Marwa dove la rasatura dei capelli che interveniva al termine dei riti sacrificali, concludeva le cerimonie.

Nella contigua Mina l’hagg proseguiva con un getto di piccole pietre che l’islam trasformò in rito apotropaico, chiamando i fedeli alla lapidazione di tre steli sovrastanti altrettanti tumuli che rappresentavano il diavolo. A lungo l’atto fu interpretato come antica celebrazione dei defunti ma altri vi hanno scorto un rito utile a rinsaldare i vincoli di alleanza con le tribù vicine. Altri, come Maimonide, ha ipotizzato si trattasse di un residuo di una pratica divinatoria, sulla falsa riga del getto di frecce che in quello stesso sito permetteva di conoscere in anticipo il destino dell’anno che stava per cominciare.

Le differenziazioni liturgiche potrebbero dividersi fra Hums, Hilla e Tuls. Gli Hums si staccano a un certo momento dagli altri due gruppi a causa di una asserita, da parte loro, superiorità devozionale. Gli Hilla invece non potevano effettuare circumambulazioni della ka’ba ed era impedito loro indossare abiti rituali che non fossero presi a prestito dagli Hums, mentre dei Tuls veniva ricordato solo l’obbligo


di condannare l’infanticidio e di consumare i pasti con gli Hilla, senza mescolarsi agli Hums.

Sul cosiddetto gioco del “maysir” permangono dubbi e interrogativi che non hanno ricevuto finora plausibili risposte. La diffusa pratica di seppellimento anche di bambine non infanti resterebbe altrimenti pratica inspiegabile, se non si pensasse a un misterioso timore da parte del genitore di perdere la propria onorabilità. Ugualmente deludenti sono le spiegazioni per quella pratica che consisteva nell’acquisto di un dromedario da parte di un certo numero di persone e nella successiva ripartizione delle parti dell’animale tirando a sorte, sempre sulla base di una procedura belomantica. Gli esegeti del Corano chiariranno che ad essere biasimata e interdetta nel masyr era l’alea, odiosa perché all’origine del prestito a interesse particolarmente inviso ai ceti meno abbienti. A rendere popolare il masyr a parte le motivazioni alimentari, ci restano oscure quelle ludiche ed è per questo che tale pratica viene ricondotta al mondo pagano, ed è ovviamente condannata dall’islam.

L’egemonia meccana

Prima dell’avvento di Maometto, alla Mecca erano venerate divinità come al – Uzzà, oltre ovviamente al culto di Hubal, che consentiva la pace tra i popoli che in quella città dimoravano, garantendo il sostegno dei Kinana e dei Quraysh. L’attenzione mostrata infine verso Manat garantì infine stretti rapporti con l’oasi settentrionale di Yathribi i cui abitanti erano molto devoti alla dea.

Le cosiddette “tre dee” erano altro oggetto di culto, furono chiamate sorelle e figlie di Uzza’ e non pochi pervennero a ritenere che essere fossero addirittura figlie di Allah. Oltre ai culti ufficialmente presenti e maggiormente diffusi presso la Mecca vi erano anche culti praticati in segreto alla più diverse divinità, i cui simulacri erano in alcuni casi anche oggetto di sdegno e venivano distrutti così volendo fare un torto alla divinità rappresentata nel simulacro.


Secondo il Corano le fortune dei Quraysh risiedevano nella loro unione concorde, nella loro capacità di intessere alleanze non solo commerciali ma anche dal punto di vista militare, sviluppando in questo ambito una potenza che presto li avrebbe condotti a imporsi in tutta la regione e non solo. La tradizione lega la forte crescita delle attività commerciali meccane al nipote di Qusayy e bisnonno del futuro Profeta dell’Islam, Hashim. Ma anche ad ‘Abd Manaf, che avrebbe ottenuto le necessarie autorizzazioni bizantine ad operare in Siria, dopo essersi guadagnato il favore del basilèus.

Per l’organizzazione delle carovane i mercanti mobilitavano risorse assai ingenti come quelle che erano destinate a retribuire i 200 – 300 uomini chiamati a fungere da scorta e a governare le bestie da soma e quelle destinate alla vendita sui mercati siriani e con cui acquistare le merci che si sarebbero poi vendute con margini di guadagno anche del 100%: oro e argento, pellami, armi d’acciaio provenienti dall’India. A completare il quadro merceologico si aggiungevano essenze, profumi e pregiati tessuti yemeniti, alimenti a lunga conservazione come il pepe, il burro chiarificato, il formaggio, l’orzo abbrustolito, l’uva secca oltre ai datteri, dai quali era possibile ricavare anche una bevanda leggermente alcoolica.

Nessun commento:

Posta un commento