Cristianesimo
Il Cristianesimo dalle origini ad oggi
Il Cristianesimo, al pari dell’Ebraismo e dell’Islam, è una religione “rivelata”. Ciò vuol dire che essa si fonda su un avvenimento, nella fattispecie la morte e resurrezione del Cristo, che viene percepito come una manifestazione del sacro, ossia del divino e che non trova possibilità di essere compreso razionalmente. Il Cristianesimo nasce inoltre, per i motivi che vedremo, sul tronco dell’Ebraismo ma da questo si differenzia sempre a causa dell’avvenimento della resurrezione e di tutto ciò che prima di essa Gesù detto il “Nazareno” compì in quel di Nazareth, Gerusalemme ed altri luoghi della Terra Santa. Il Cristianesimo nasce verso l’anno 30 dell’era “volgare”, ed è una religione “fondata” in quanto si ritiene da parte degli storici, che fu in virtù della figura del Cristo che il culto assunse un carattere di spiccata originalità rispetto all’Ebraismo, e che lo rese con quest’ultimo incompatibile. Pur essendo stato il fondatore del Cristianesimo Gesù non scrisse nulla. Furono i suoi discepoli, cioè coloro che lo avevano seguito e sostenuto nelle sue imprese terrene, a raccontare successivamente per iscritto tutti gli episodi più rilevanti della vita del Cristo, soprattutto componendo i quattro vangeli attribuiti dalla storiografia a quattro tra i Suoi dodici apostoli e cioè Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Oltre ai vangeli esistono gli “atti degli apostoli”, cioè la descrizione in forma prevalentemente epistolare di ciò che fu l’attività delle prime comunità cristiane nella loro interrelazione con le comunità praticanti altri culti. Gli atti degli apostoli si devono principalmente a Saulo o Paolo di Tarso, un ex publicano che
avrebbe conosciuto Gesù non di persona ma nell’ambito di una visione spirituale mentre cavalcava verso Damasco. A parte i vangeli e gli atti degli apostoli, che testimoniano le origini del culto, vi sono ovviamente anche altre fonti, redatte in epoche successive che hanno ad oggetto l’interpretazione delle sacre scritture, in particolare da parte di quei dotti presbiteri, monaci, vescovi, cardinali ecc. che a partire da coloro che vennero definiti per il loro importante contributo alla elaborazione dottrinale, “Padri della chiesa”, continuano ancora ad oggi ad interpretare ed arricchire il messaggio cristiano e soprattutto ad esplorarne i molteplici significati. I primi tre secoli del Cristianesimo costituiscono l’epoca del consolidamento delle prime comunità, pur nel contesto ostile dell’Impero di Roma, che come è noto adorava altri dèi. Con l’ascesa di Costantino al soglio imperiale la situazione muta radicalmente. A partire dal’anno 313 d.C. l’imperatore decretò la libertà di culto di tutti i popoli dell’Impero e quindi anche dei Cristiani, mentre mezzo secolo più tardi con Teodosio I, il cristianesimo diventerà religione ufficiale dell’Impero. Nel 325 poi, il Concilio di Nicea tentò di gettare le basi teologiche dei dogmi cristiani, ad esempio attraverso la discussione sulla divinità di Gesù e sul suo rapporto col Padre.
Gli studiosi hanno sempre tentato di individuare un preciso contesto storico in cui si potesse collocare la venuta di Cristo e la sua predicazione in Galilea, quando Gesù si sentì vocare dallo Spirito Santo e si diede alla vita “pubblica” che per lui iniziò intorno ai trent’anni d’età. Vero è che all’epoca della nascita di Gesù, verso il 4 d.C. e dopo la morte di Erode detto “il Grande”, la Palestina fu divisa e due anni dopo la Giudea e la Samaria erano diventate province romane. Tacito ci dice che all’epoca di Gesù in Palestina regnava la calma e quando Gesù cominciò a predicare, la guerra tra Ebrei e Romani era ancora di là da venire. Gesù quindi cominciò la propria attività annunciando che la venuta del Regno di Dio era vicina e anzi propose sé stesso come il Messia atteso dal popolo di Dio per riscattare Israele dalla sottomissione ai Romani. Tuttavia Gesù non incitava a prendere le armi contro i Romani, ma invece predicava che tutti gli oppressi sarebbero stati liberati
dall’oppressione, se avessero creduto in Dio Padre. Non però dall’oppressione politica da parte di Roma ma da quella spirituale del peccato.
Subito prima di Gesù c’era stato un altro predicatore di nome Giovanni detto il Battista, ma la sua predicazione aveva assunto toni diversi da quella del Nazareno. Giovanni predicava la necessità ineludibile della conversione nell’attesa del giudizio, che egli considerava imminente, da parte di Dio.
La predicazione di Gesù invece era differente. Il suo era un messaggio più rassicurante, poiché egli predicava anziché la penitenza, la salvezza e tutto ciò attirò sopra la sua figura l’attenzione e la speranza di molti, poiché anziché il giudizio egli affermava la prossimità del Regno di Dio. La religiosità di Gesù si poneva chiaramente in contrasto con la religiosità dei farisei, cioè dei dotti ebraici dell’epoca, perché anziché sulla pratica della forma rispettosa della Legge mosaica poneva l’accento sulla misericordia divina, che avrebbe concesso un’ampia libertà al singolo fedele nei riguardi della Legge, ma ciononostante una maggiore severità per quanto atteneva alla morale interiore. “Giusto” non era più chi attraverso la scrupolosa osservanza della Legge accumulava meriti al cospetto della comunità, ma coloro che abbandonavano tutto solo per fare la volontà di Dio. Per tutti questi motivi Gesù non poteva essere ben visto dalla collettività ebraica, che peraltro si interrogò molto circa la personalità di Gesù e le sue predicazioni ed opere. Verso la fine della sua vita, recandosi a Gerusalemme, cercò di preparare i suoi discepoli alla sua dipartita, perché la collettività ebraica dopo aver riflettuto aveva considerato Gesù un sovversivo, e l’aveva denunciato come tale alle autorità romane che all’epoca erano rappresentate in Galilea dal governatore Ponzio Pilato. La storia dei momenti che precedettero la crocifissione è nota a molti, e tuttavia “dopo” la morte i discepoli di Gesù furono testimoni di vicende straordinarie come le apparizioni del Cristo, che i discepoli considerarono successivamente asceso al Cielo e che credettero sarebbe presto tornato per instaurare definitivamente il Regno di Dio sulla terra.
La comunità primitiva di Gerusalemme
Le prime comunità cristiane sono ad ogni modo integrate all’interno delle pratiche e delle tradizioni ebraiche. Esistevano a quel tempo gruppi tradizionali dell’ebraismo, come i Farisei, i Sadducei e gli Esseni e i seguaci di Giuda il Galileo, e accanto ad essi era presente anche il movimento che riconosceva in Gesù il Nazareno colui che era Signore e Messia e che le altre collettività ebraiche avevano denunciato alle autorità per causarne la morte, dopo la quale vi sarebbe stata la resurrezione dello stesso Gesù, il che ovviamente costituisce una verità di fede non spiegabile razionalmente e che quindi cositutisce un dogma. Lo stesso movimento dichiarava di aspettarne con ansia il ritorno. I postulati cristiani non potevano però non porsi in contrasto con quelli ebraici. La salvezza non era più contenuta nella legge di Mosé ma nell’adesione totale alla figura di Gesù che doveva tornare per instaurare il Regno di Dio e questo non poteva non introdurre una frattura insanabile tra ebrei e cristiani. Ben presto poi entrarono a far parte delle prime comunità cristiane anche Giudei provenienti dalla Diaspora e pagani simpatizzanti del Giudaismo. E dall’unione di queste forze a carattere inizialmente non cristiano, che furono costrette a fuggire dalle persecuzioni in Gerusalemme, e si rifugiarono ad Antiochia, nacque il primo nucleo del Cristianesimo. Il cristianesimo si staccava così definitivamente dal Giudaismo e dava luogo ad una diffusione che da oriente, dove il cristianesimo era nato, lo portò in occidente, o meglio nella parte occidentale di quello che all’epoca era l’impero di Roma antica.
Paolo
Quando nella comunità cristiana irruppe Paolo si determinarono alcuni cambiamenti nella organizzazione della stessa. Paolo era comunque sia un giudeo, molto attaccato al rispetto della legge, ma aveva vissuto a lungo nella città di Tarso in Asia minore ed aveva quindi una maggiore apertura mentale verso l’ellenismo e la cultura
pagana. Inoltre per qualche servigio reso a Roma dalla sua famiglia era anche cittadino romano, il che condizionava il suo atteggiamento verso il potere imperiale. Nelle sue lettere, rivolte ciascuna ad una delle comunità cristiane nel frattempo costituitesi, Paolo afferma che la salvezza deriva solo e soltanto dalla fede nel Cristo morto e risorto. Paolo distingue da una parte il Gesù metafisico, inteso come Logos, ovvero parola di Dio incarnata; dall’altra il valore salvifico della Legge mosaica viene meno poiché la salvezza si ottiene con la sola fede nel Cristo risorto. Il cristianesimo si stacca così dalla religione ebraica e diventa religione universale. Nel Concilio di Gerusalemme si pose fine alla confusione tra i vari gruppi giudeo – cristiani, concludendo che se i cristiani precedentemente giudaici erano liberi dagli obblighi di Legge, non di meno erano ancora tenuti a seguire alcune pratiche rituali di origine ebraica.
Ma a quel punto la chiesa non era più un fenomeno solo orientale e giudaico, essa era la chiesa universale predicata dal Cristo, cioè la chiesa di tutte le popolazioni dell’impero. Nacque allora il problema decisivo del rapporto dei cristiani con le altre genti dell’impero, un rapporto fatto all’inizio di tensioni e difficoltà. Anche nei confronti della Autorità imperiale il rapporto è comunque di chiusura e isolamento da parte dei primi cristiani, e questa separazione era stata a suo tempo sancita anche dal Cristo col “date a Cesare quel che è di Cesare”. Alla fine del primo secolo d.C., comunque sia, le comunità cristiane hanno una loro strutturazione e sono assai diffuse nei territori dell’Impero. La loro vita religiosa è segnata da due fondamentali cerimonie di culto: l’Eucaristia, sacramento istituito direttamente dal Cristo, e il battesimo che è il rito di iniziazione alla vita nuova, l’atto di ingresso nella comunità dei salvati da Cristo. Intanto la Chiesa assume una strutturazione sempre più articolata: ai profeti e ai predicatori itineranti si aggiungono presbiteri e vescovi sedentari. E gradualmente il governo della comunità locale è assunto da un collegio di questi presbiteri tra i quali emerge la figura di un vescovo monarchico, ciò soprattutto nelle regioni dell’Asia minore, mentre a Roma si afferma una forma di governo piuttosto collegiale. A livello di fede e di teologia, le prime comunità sono
certamente influenzate da quel novero di scritti che prendono il nome di “atti degli apostoli” e la cui maggior parte è costituita dalle lettere rivolte da Paolo alle prime comunità per rafforzarne la fede e per consolidare la esegesi dei vangeli. La natura e dei rapporti tra i quattro vangeli è senza dubbio molto complessa. I primi tre sono detti “sinottici” perché hanno una struttura narrativa che può essere considerata comune a tutti e tre. Tra i vangeli sinottici il più antico è stato considerato quello di Marco, mentre gli altri due si fondano in sostanza sul dettato del primo per ampliarne e precisarne i contenuti. L’opera di Marco peraltro nasce quando quest’ultimo comincia a raccogliere del materiale documentale che era già presente anche se privo di forma organica. Il quarto vangelo ha invece un carattere profondamente diverso. Scritto alcuni decenni più tardi dei sinottici, esso è nato da una fonte scritturale di mistico e teologo di grande raffinatezza, che tenta non semplicemente di riportare i fatti ma di descrivere la figura di Cristo in maniera teologica cercando di venire a capo di problematiche inerenti “chi” fosse davvero il Cristo. Ai vangeli si aggiungono gli atti degli apostoli, le lettere di Paolo, le lettere scritte da altri apostoli e accanto ad essi l’Apocalisse di Giovanni. Tutti questi scritti andranno a costituire i libri del Nuovo Testamento cui verrà riconosciuta autorità normativa al pari dei libri dell’Antico Testamento.
Per tornare ai rapporti delle prime comunità con l’autorità imperiale, va detto che il loro atteggiamento era di chiusura e di non partecipazione alla vita e ai riti del paganesimo. Questo atteggiamento favorì le persecuzioni da parte di alcuni imperatori, come Nerone o Domiziano. Dagli inizi del II secolo sembra altresì emergere una forma di opposizione organizzata da parte delle autorità imperiali nei confronti dei cristiani, soprattutto da parte degli ambienti colti. E’ il filosofo greco Epitteto a criticare il comportamento e le credenze di coloro che egli chiama Galilei. E sono Plinio, Tacito e Svetonio a sottolineare l’incompatibilità della religione cristiana con le strutture di pensiero dell’impero. Per il loro comportamento i cristiani vengono paragonati agli ebrei in ragione del disprezzo per gli dei nazionali, per il loro isolamento, per la loro intolleranza e per il loro fanatismo. Tuttavia gli
imperatori Traiano e Adriano non ritengono pericolosa la nuova religione, almeno non dal punto di vista politico e ne condannano la censura e la persecuzione da parte di moti spontanei e violenti a carattere popolare e pagano, affermando che i cristiani hanno, ove contravvengano alle leggi dell’impero, il diritto di essere giudicati secondo procedure garantiste che non ne ledano la dignità e il decoro, non certo da popolani inferociti. Tuttavia l’ostilità popolare verso i cristiani è tale da indurre alcune figure di credenti cristiani versati nelle dispute teologiche ad impegnarsi, a partire dal secondo secolo d.C. a comporre una serie di opere in difesa del cristianesimo che danno origine al genere letterario detto “apologetico”. Ciò che viene prevalentemente trattato in questo genere di opere sono l’idea di Dio e il problema morale che sono già oggetto di discussione in una delle prime opere apologetiche, quella composta da Aristide, un teologo ateniese. Ovviamente la mescolanza culturale dei cristiani all’interno dell’impero determina che nei testi apologetici si rinvengono posizioni sostenute ricorrendo ai criteri della speculazione filosofica, che come sappiamo era uno strumento conoscitivo e argomentativo proprio ai pagani. Dopo Aristide l’apologista più famoso è Giustino che elabora una posizione filosofica già di grande apertura culturale e apologetica. I filosofi greci che parlavano del Logos avevano in qualche modo anticipato la venuta del Cristo cioè del Logos incarnato. Tuttavia un discepolo di Giustino, Taziano, in un suo “Discorso ai greci” giunge alla condanna di tutte le conquiste del pensiero greco, e quindi anche dello strumentario filosofico. Pochi anni più tardi un altro apologista, cioè Melitone vescovo di Sardi arriverà ad affermare la comunanza di destino che lega l’impero e il cristianesimo. Ma il confronto col paganesimo non è l’unico problema che interessa i cristiani in questo periodo: vi sono anche la discussione col giudaismo e la polemica con Marcione.
Il Rapporto col giudaismo
Relativamente all’opera e all’attività teologica di Paolo, anche se condivise da alcune comunità cristiane, nell’ambito di altri gruppi la teologia paolina non era
vista di buon occhio. Durante il secondo secolo tutta la storia della chiesa appare dominata dalla problematica del giudaismo e della Scrittura. In alcune comunità ebreo cristiane si continuò a praticare la legge mosaica nonostante la conversione “formale” al Cristianesimo. In altri ambienti ci interrogava sulla possibilità di abbandonare totalmente il giudaismo in favore del cristianesimo. E’ questo l’argomento di uno scritto antigiudaico chiamato “Lettera di Barnaba”. Ma è soprattutto Marcione a vedere una contrapposizione insanabile tra Antico e Nuovo Testamento perché i due insiemi di testi sosterrebbero tesi contrastanti. Ma la maggioranza dei cristiani non la pensava così. Essi ritenevano che il Cristo non volesse in alcun modo contravvenire alla legge ebraica e cioè mosaica, ma soltanto dare compimento alle profezie contenute nell’Antico Testamento. Era quindi indispensabile reinterpretare la scrittura mosaica in considerazione della predicazione del Cristo e del Suo sacrificio estremo. E’ questa una posizione sostenuta anche da Giustino nel suo “Dialogo con Trifone”, cioè non si tratta di considerare superate le pratiche giudaiche come la circoncisone, il sabato e la Pasqua ebraica, ma di dare loro compimento attraverso i sacramenti del battesimo, della domenica e della pasqua cristiana.
Il II secolo d.C. è anche una età caratterizzata da una visione del culto che contempla una miriade di manifestazioni spirituali, tutte accomunate dal fatto di mettere in un canto la religiosità imperiale e le grandi manifestazioni nazionali del culto pagano per cercare all’interno della sfera individuale la serenità morale. Il cristianesimo sembra la religione più idonea a soddisfare queste esigenze. Se un imperatore illuminato come Marco Aurelio non riesce a spiegarsi la volontà di martirio da parte di alcuni cristiani ma ne teme l’influsso sulla sfera politica, altri intellettuali come Galeno di Pergamo o Luciano di Samosata ammirano nel cristianesimo l’adesione irrazionale al mistero di Cristo insieme al rigore morale che essi mostrano. Ma anche il cristianesimo, religione relativamente giovane, si apre all’influsso delle più diverse forme di spiritualità, ad esempio confrontandosi con il movimento gnostico, che peraltro vescovi e teologi cristiani del II secolo hanno
combattuto durante tutto il II secolo con particolare rigore. Lo gnosticismo è una filosofia che rileva nel mondo un dualismo, causato da un dramma cosmico originario che ha determinato la degradazione o la disintegrazione della realtà e lo scontro tra potenze superne e potenze infere, nel quale scontro l’uomo, originalmente perfetto, è caduto in balia del creatore del mondo materiale e giace nel mondo materiale come prigioniero del corpo e dominato dalle potenze del male. La liberazione da questa condizione è possibile solo grazie alla conoscenza da parte del fedele, della propria natura superiore, che gli viene rivelata attraverso passaggi iniziatici successivi, direttamente da Gesù, non il Gesù divino operante sulla terra ma il Gesù invisibile proveniente dall’alto. La nostra conoscenza dei sistemi filosofico/fideistici derivati dallo gnosticismo si è ampliata grazie alla scoperta, nell’Alto Egitto di una intera biblioteca di testi gnostici in lingua copta, che però è testimonianza successiva a quella della patristica.
Durante l’impero di Marco Aurelio, in Asia Minore un gruppo di fedeli si pose al seguito di un certo Montano, invocando e prevedendo sulla base del vangelo di Giovanni e della Apocalisse, la venuta della Gerusalemme celeste nella valle di Pepuza, ciò che indusse i vescovi cristiani a prenderne nettamente le distanze.
Altrove ad avere maggior seguito sono gli encratiti, che sostengono un atteggiamento rigoroso in tema sessuale e alimentare e dunque una forma di rifiuto del mondo e della carne nel solco della tradizione giudaica e platonica. I vescovi cristiani definiscono l’encratismo una eresia, ma esso non lo è, in quanto affonda le radici nel cristianesimo primitivo e ha trovato sostenitori nei gruppi più diversi per ispirazione teologica e per fede.
Più in generale c’è in quest’epoca una spiritualità del martirio che considera la morte per mano di infedeli come vertice dell’esistenza cristiana, sino all’atto di costituzione presso le autorità politiche. Esistono in proposito fonti molto attendibili e anche di grande rilievo letterario.
E’ a questa chiesa in fermento sebbene non ancora definita nelle proprie connotazioni fondamentali che è diretto lo scritto intitolato “Vera dottrina” da parte di Celso. Per Celso, intellettuale platonico abituato a concepire un ordine nel cosmo è inconcepibile un Dio come quello Cristiano che si occupi tanto degli uomini e in particolare di quegli uomini senza valore che sono i cristiani. Per quanto riguarda Gesù, Celso lo descrive come un povero ignorante nato dall’unione di una adultera con un soldato che non ha potuto evitare una morte ignominiosa e che durante la propria breve vita aveva frequentato solo pescatori, prostitute e publicani. La preoccupazione maggiore di Celso è però di carattere politico. L’isolamento dei cristiani è simile a quello degli ebrei ma peggiore perché privo di una tradizione antica, e la loro propensione al martirio potrebbe minare alle basi l’impero di Roma. Intanto la chiesa più che con Celso si era impegnata a confutare le prime eresie e cioè i già nominati montanismo e gnosticismo, quest’ultimo in maniera decisiva ad opera del vescovo di Lione Ireneo nel suo “Adversus haereses”.
Ireneo di Lione
Ireneo riprende innanzitutto la polemica di Giustino contro Marcione sul problema dell’unità di Dio e della continuità dei Testamenti. Non vi sono due dèi ma un solo Dio, pertanto è falso quanto sostiene Marcione circa l’estraneità dei precetti dell’uno a quelli dell’altro Testamento. Cristo non ha abolito la Legge ma l’ha completata e le ha dato compimento. A coloro che affermano poi che con la venuta di Cristo vi sarebbe stata già la redenzione finale dell’umanità, Ireneo risponde che i tempi non sono maturi e che soltanto il Padre conosce quando la redenzione finale avverrà. Ma Ireneo si scaglia soprattutto contro i seguaci di Valentino, il cui pensiero ricalca quello delle sette gnostiche. Contro di essi Ireneo afferma che Cristo è il Verbo fatto carne, che non esistono demiurghi creatori di un mondo malvagio, perché il mondo creato da Dio e redento dal Figlio è un mondo purificato e l’impegno secolare non può essere obliterato insinuando che il mondo sia impuro e perciò malvagio.
Ai tempi di Ireneo la chiesa conosce uno sviluppo decisivo. I capi delle chiese sono ormai i vescovi, successori legittimi degli apostoli. Pochi anni dopo che Ireneo aveva scritto le proprie opere contro le eresie di cui abbiamo detto, un conflitto divide la chiesa di Roma da quelle dell’Asia. Poiché vi era una differenza nel computo del numero dei giorni dell’anno tra le due chiese, si verificava una discrasia nella celebrazione delle feste liturgiche. Ad esempio la Pasqua per come era celebrata in oriente, cadeva nel mese di nisan, in cui si commemorava la morte di Gesù. Nella chiesa cattolica si spostava la celebrazione della Pasqua alla domenica successiva, in cui celebrava non la morte ma la resurrezione del Cristo.
Sviluppi liturgici e dottrinali
Alla fine del secondo secolo esiste ormai una chiesa cattolica, che dopo aver superato periodi di persecuzione già con Commodo e con i Severi vive un periodo di relativa pace. Quella dei Severi è l’età classica del sincretismo religioso, che considera i cristiani assimilabili all’interno della struttura imperiale. E’ fra la fine del II e l’inizio del III secolo che avviene l’istituzione del catecumenato, cioè un periodo della durata di tre anni di preparazione al battesimo. La liturgia battesimale e quella eucaristica conoscono inoltre nuovi sviluppi. La prima accanto a ulteriori riferimenti all’Antico testamento sviluppa un collegamento più diretto con la resurrezione pasquale; l’Eucaristia si apre alla comprensione di nuovi riti e preghiere che costituiscono l’embrione della liturgia della messa attuale. Ovviamente sulla liturgia e sulla struttura ecclesiastica vengono scritte opere memorabili come la “Traditio” di Ippolito. A livello più strettamente teologico però, molti interrogativi restano aperti e riguardano soprattutto la persona di Gesù. Chi era propriamente Gesù Cristo? Qual era il suo rapporto con l’unico Dio?
Una soluzione semplice e geniale era fornita dall’apologetica. Ad esempio il già nominato Giustino aveva identificato Gesù con il Logos, cioè il verbo, nel senso di “parola” pronunciata al momento della creazione e che aveva reso possibile la creazione stessa.
L’altra eresia con cui la chiesa si trovò a combattere fu quella “monarchiana” che negava l’unicità dell’insieme trinitario, riducendo Figlio e Spirito a modalità di manifestazione della Divinità. Fu questa una eresia che ebbe molta fortuna negli ambienti pagani in quanto contestava l’autenticità dei vangeli e del Nuovo Testamento, venendo così incontro ad un sentimento che era assai diffuso sempre tra i pagani: i vangeli come mistificazione degli avvenimenti in essi narrati. Pur ricevendo il favore di Roma il monarchianismo venne duramente combattuto dai teologi cristiani più eminenti come Tertulliano in Occidente e Ippolito in Oriente.
La figura di Ippolito è stata oggetto negli ultimi anni di numerosi studi e discussioni. L’analisi approfondita delle sue opere ha posto problemi relativamente alla ricostruzione dell’esistenza dell’autore di quelle opere e sulla loro attribuibilità ad una figura di nome Ippolito. Riferendoci alla tradizione sappiamo che Ippolito crebbe in Asia Minore nel clima entusiastico, nell’ambito della nuova fede, della fine del secondo secolo. Anche Ippolito si confrontò con notevole acume critico con le principali questioni sia ideologiche sia politiche che il cristianesimo si trovò ad affrontare in quei tempi. Noto ancora ad oggi è lo scontro che lo oppose al vescovo Callisto, scontro che denotò una tensione sempre più frequente tra fede popolare e teologia dotta.
Ovviamente Ippolito ebbe a conoscere anche altre figure di vescovi e apologisti come quella di Tertulliano, i cui scritti sono molto simili a quelli di Ippolito. Tertulliano contesta con argomenti giuridici ai romani la scarsa conoscenza del cristianesimo, e condanna i provvedimenti imperiali contro i cultori di questa religione. A differenza di Celso che la considerava un pericolo per l’ordine pubblico, Tertulliano incita le istituzioni a rispettare il volontario isolamento dei cristiani dalla vita pubblica perché parte del loro credo e delle loro consuetudini. E in quel tempo, cioè nel tempo di Tertulliano, la chiesa cristiana non è più così priva di un sostrato tradizionale come invece appariva a Celso, poiché i discendenti degli apostoli avevano nel corso di quei due secoli elaborato e discusso
appassionatamente il messaggio di Gesù fino a ricavarne una organica dottrina teologica. Sul piano teologico Tertulliano è uno strenuo difensore della teoria del Logos, mentre dal punto di vista etico egli contesta un decadimento dei costumi e una commistione troppo forte con le idee di Roma, con toni così aspri e pedanti che pochi di coloro che ne recepirono il messaggio vollero poi metterlo in pratica.
Altro padre della chiesa fu Origene, fondatore della “scuola di Alessandria”, insieme a Clemente che a sua volta fondò una scuola. Ma il vero fondatore di una scuola propriamente detta in Alessandria, che tanto ha dato al Cristianesimo di quei tempi, fu Origene, il quale a causa della propria visione teologica da trasmettere chiaramente agli studenti, entrò in contrasto con il vescovo Dionigi e fu costretto ad allontanarsi dalla città per rifugiarsi in Palestina. In realtà Origene è un interprete della Bibbia che ha come scopo della propria attività quello di confrontare le tante versioni bibliche, cioè delle scritture, tradotte dall’ebraico o dall’armaico in greco o in latino, cioè nelle lingue del tempo, per verificarne l’esattezza. Origene compì uno sforzo titanico nell’operare una traduzione della Bibbia a carattere allegorico, e perciò rivolta agli studiosi e gli eruditi e contestualmente una lettura ed una spiegazione del testo biblico rivolta alle masse popolari cristiane, consentendone la diffusione tra le classi sociali minori. Nei suoi scritti egli fu inventore di un metodo che resterà classico per tutto il medioevo, cioè la distinzione all’interno della scrittura di due piani: uno spirituale e uno letterale, tutto ciò insieme ad un uso assiduo della allegoria, nella quale egli vedeva lo strumento per concretare ed esprimere le proprie convinzioni neoplatoniche. Origene fu anche autore dello scritto “Contra Celsum” che oltre ad aver in parte conservato e tramandato l’opera celsiana costituisce anche una confutazione di tutte le accuse che i pagani e quindi anche Celso, muovevano ai cristiani.
Le persecuzioni di Decio e Valeriano
All’epoca di cui sto scrivendo, cioè il III secolo, i cristiani costituivano ancora per il governo di Roma un problema, poiché dotati di una tradizione e di credenze e
principi di fede ben radicati, e che tendevano a isolarli dagli altri popoli sottoposti all’impero. Per tali ragioni essi erano di fatto considerati dal “potere” dei potenziali sovversivi che a differenza degli ebrei erano penetrati in tutti territori dell’impero, e si erano mescolati alla popolazione pagana tentando per di più di portarla dalla propria parte. Esisteva ormai una organizzazione ecclesiastica fornita di un dogma, di un culto, di sacramenti, e di una gerarchia composta da vescovi, preti e diaconi, che si contrapponeva ai laici. L’abilità di molti cristiani nelle attività economiche aveva sottratto denaro alle casse dello stato. Tutto ciò potrebbe spiegare perché alla metà del terzo secolo scoppia una nuova persecuzione, la quale impone ai cristiani di compiere sacrifici propiziatori rivolti agli dèi pagani, in virtù dei quali avrebbero ottenuto un “libellus”, cioè un salvacondotto, che ne avrebbe evitato la condanna. La persecuzione dura poco e a parte il problema della riammissione nella cristianità di coloro che avevano sacrificato agli dei, la stessa persecuzione non creò gravi problemi. Essa cessò con la morte di Decio, l’imperatore che l’aveva proclamata. Ma a Decio succedette Valeriano che ne proclamò un’altra, che sancì la confisca dei beni delle chiese cristiane. Con la morte di Valeriano le chiese cristiane furono ripristinate nei loro beni. Da questo momento il Cristianesimo godrà di 40 anni di pace, che gli permetteranno di consolidarsi nella fede. Ad esempio venne risolta la questione di coloro che avevano seguito l’ordine di Decio di sacrificare agli dèi, e ciò non senza contrasti dato che alcuni vescovi propendevano per la riammissione nel seno della chiesa dopo una breve penitenza, altri per la necessarietà di una ripetizione del battesimo ai fini della riammissione in comunità. Anche la dottrina trinitaria e l’esegesi biblica continuavano a fare passi in avanti e ad arricchirsi di nuove posizioni, ad esempio quella, in materia di filologia biblica, opposta nel metodo a quella di Origene, cioè non più allegorica, ma legata invece alla letteralità del testo.
Gli ultimi attacchi alla religione cristiana
Gli ultimi attacchi che la Chiesa ricevette furono particolarmente intensi. Il primo provenne da Porfirio che riprese in sostanza le argomentazioni di Celso. Una su tutte: quella della inattendibilità del Nuovo Testamento, che era a suo parere ricco di contraddizioni. Questa accusa venne respinta con veemenza dalle gerarchie ecclesiastiche che istituirono perfino un genere letterario apposito, cioè le “questiones et responsiones” su tematiche bibliche.
Sul piano politico la chiesa fu indebolita dalle persecuzioni di Diocleziano. Dopo aver provveduto ad epurare l’esercito dagli elementi cristiani, ordinò la distruzione delle chiese e la consegna dei libri sacri e infine richiese che sia i comuni cristiani che le gerarchie sacrificassero agli dèi di Roma. Pochi anni dopo la fine della persecuzione, l’africano Lattanzio pubblicò l’opera “De martiribus persecutionibus” nel quale accusava gli imperatori di malvagità.
Quando infine salì al trono Costantino la vittoria del cristianesimo fu pressoché completa. Sul mito della conversione dell’imperatore al cristianesimo si è molto discusso, fatto è che la conversione vi fu e determinò un suo atteggiamento di favore nei confronti dei cristiani dell’impero. Tra i provvedimenti che Costantino adottò in favore dei cristiani vi furono ad esempio la costruzione di nuove chiese, le donazioni in favore dei cristiani e delle loro gerarchie, l’adozione di simboli cristiani, la concessione alle chiese di avere diritto a ricevere per testamento, l’introduzione del riposo domenicale, il divieto delle pratiche magiche della Roma pagana. Teodosio I nell’editto di Tessalonica sancisce la separazione tra stato e chiesa tanto caldeggiata dai cristiani per secoli. Ad esempio e a riprova di questo nuovo atteggiamento imperiale si potrebbe citare la controversia tra i vescovi Ceciliano e Minorino, l’uno nominato, si diceva, da traditori facenti le veci dello stato, l’altro dalla chiesa. Il conflitto si inasprì al punto che, essendo in esso interessato anche il potere statale, fu chiesto l’intervento di Costantino.
Ma un altro esempio di questo nuovo rapporto tra chiesa e stato si ha con il concilio di Nicea, tenutosi nel 325 per discutere l’eresia “ariana” ossia l’Arianesimo, quella
dottrina che sosteneva la differente natura di Padre e Figlio, poiché il Padre era ingenerato, ma il Figlio non poteva condividere la stessa natura del Padre perché da quest’ultimo creato e non generato. Il concilio decise per la consustanzialità tra Padre e Figlio. L’importanza del Concilio di Nicea ha anche altre ragioni: innanzitutto fu il primo concilio universale, cioè ecumenico, che anticipò tutti i successivi concili, fino ad arrivare ovviamente al Vaticano II. In secondo luogo e negativamente l’importanza del concilio fu tale perché anticipò tutte le dispute di potere che in epoca medievale videro a confronto i detentori del potere temporale, cioè re e imperatori, e la chiesa, la quale era attributaria del potere spirituale. Entrambi i contendenti non avrebbero esitato a dichiarare che il loro potere proveniva da una investitura divina.
La chiesa imperiale: da Nicea a Calcedonia
Gli anni tra il Concilio di Nicea e il Concilio di Calcedonia costituirono per la chiesa un periodo fondamentale, in cui innanzitutto si definì un nuovo rapporto della chiesa con lo stato, e in cui in secondo luogo si verificò una massiccia espansione della chiesa cristiana anche nei territori al di fuori dell’impero, si crearono inoltre strutture ordinamentali che avrebbero retto la chiesa per secoli, si arricchì poi il pensiero cristiano con una lunga serie di concili e grazie alle opere dottrinali di autori come S. Agostino di Ippona e Sant’Eusebio di Cesarea.
La persecuzione di Diocleziano aveva non solo causato stragi e vittime tra i cristiani, ma aveva anche determinato nuove tensioni e contrasti in seno alla chiesa. Inoltre si riproponeva a carico dei cristiani lo stesso atteggiamento che era stato di Decio e Valeriano, cioè l’omologazione dei cristiani ai pagani dell’impero attraverso l’imposizione delle stesse pratiche di culto. Sempre nella chiesa e relativamente alla vicenda considerata, cioè quella delle persecuzioni, si contrapposero due correnti di pensiero: quella degli indulgenti, favorevoli ad un’apertura nei confronti dei pagani, e quella degli intransigenti, cioè di totale chiusura al paganesimo. Lacerata da eresie, da istanze monacali, dall’attività di cristiani che praticavano il culto in altre regioni
del mondo, e che tendevano a rifiutare alcuni dogmi e alcune pratiche dei cristiani di Roma, come i seguaci del “donatismo”, la chiesa era in profonda crisi. Perciò si verificò un intervento, anche dottrinale dell’Impero nella vita della chiesa.
Ma per tornare al donatismo esso si diffuse rapidamente in Africa, specialmente nella Numidia e nella Mauritania, e traeva il proprio nome da Donato, vescovo di Cartagine. I seguaci del donatismo minacciarono la chiesa cristiana, ponendosi come vera chiesa anche nei riguardi del cristianesimo cui il donatismo non mancò di negare legittimità. Ove ciò non bastasse i donatisti si scagliarono anche contro lo stato, dal quale reclamavano gli stessi privilegi conferiti ai cristiani, cui tuttavia i donatisti affermavano vigorosamente di essere estranei. Condannati da un sinodo del 313 d.C. nell’ambito del Concilio di Arles e da Costantino nel 314, i donatisti subirono tremende misure restrittive che cessarono nel 321, cui seguì una situazione di relativa tolleranza, la quale durò fino al 347 quanto l’imperatore Costante delegittimò le chiese donatiste, proibì il culto ed esiliò il clero. I donatisti però continuarono a mantenere le posizioni di partenza sia contro i cristiani sia contro i pagani e giunsero addirittura a compromettere l’ordine e la pace sociale. Il movimento dinatista ebbe fine solo con l’occupazione del’Africa da parte dei Vandali.
Tentativi di mediazione tra cristiani e donatisti furono posti in essere da alcuni vescovi come S. Agostino di Ippona, ma senza apprezzabili risultati, nonostante i numerosi sinodi indetti sempre da S. Agostino che diedero luogo ad una conferenza e cioè un’occasione di chiarimento con i donatisti dalla quale questi ultimi uscirono sconfitti nelle loro convinzioni di fede.
Nel IV secolo il vero problema per la chiesa fu costituito, come già accennato, dall’eresia ariana, che generò la prima grande rottura tra le chiese cattoliche di oriente e di occidente. La controversia ebbe inizio in Egitto, ad Alessandria in una data non pervenuta, ma molto probabilmente nel 320. Un prete libico, Ario elaborò una tesi teologica nella quale si riteneva che Dio, essendo un essere ingenerato, non
poteva condividere la propria sorte con un essere umano, cioè con un semplice uomo qual era il Cristo, ragion per cui quest’ultimo non poteva condividere la stessa sostanza del Padre, cioè era creato e non generato. Allargando il discorso alla Trinità Ario concepiva quest’ultima come formata da entità non consustanziali ma ciascuna dotata di una propria sostanza. Per queste sue posizioni Ario venne scomunicato dal vescovo di Alessandria e fu costretto a lasciare la città. Recatosi prima a Cesarea e poi a Nicomedia, Ario trovò largo sostegno anche presso il vescovo Eusebio. Intanto la dottrina ariana si diffondeva a macchia d’olio e ciò richiese un intervento autorevole quale quello di Costantino. Qualche anno dopo, visto che la controversia non si placava, fu indetto un concilio a Nicea in Bitinia, il primo concilio che la storia cristiana abbia conosciuto, che si svolse tra maggio e luglio del 325. Del concilio Costantino si attribuì la presidenza e aprì i lavori con un discorso in latino. La conclusione giunse sempre da Costantino il quale elaborò una “professione di fede” detta “Credo”, che i cattolici recitano ancor oggi durante le funzioni ecclesiali. Oltre all’unità religiosa le prerogative del concilio furono: definire il Verbo, cioè Gesù Cristo, figlio di Dio e Dio come il padre, da lui generato e non creato e quindi consustanziale al Padre. In secondo luogo il concilio tutto condannava l’eresia ariana, condanna confermata dall’imperatore. La pace sembrava ristabilita ma non era di fatto così. Col tempo continuò la diffusione dell’arianesimo al quale paradossalmente cominciò ad avvicinarsi l’imperatore Costantino, che riabilitò sia gli ariani sia lo stesso Ario.
Con la successione a Costantino la situazione non muta, si giunge anzi ad un punto in cui l’occidente osserva i dogmi consolidati a Nicea, mentre l’oriente sostiene le tesi ariane. Una proposta conciliativa provenne dal vescovo di Cesarea non più Eusebio, ma Acacio il quale sostenne che Cristo e Dio padre erano composti di una sostanza simile anche se non identica. Dall’inizio della metà del quarto secolo, le due dottrine, quella nicena e quella ariana motivarono anche scontri tra gli imperatori che sostenevano di volta in volta una delle due dottrine. L’approdo ad una formula ortodossa giunse infine con Teodosio, fautore delle conclusioni
raggiunte a Nicea. Con Teodosio le decisioni adottate in seno al concilio vennero imposte a tutto l’impero insieme al “credo” elaborato da Costantino e man mano andava maturando anche una sostanziale modifica alle tesi di Ario, giungendo a riconoscere nella trinità tre principi distinti sebbene consustanziali. Altra problematica era quella relativa alla possibile duplice natura del Cristo, cioè umana e divina, tesi avversata dai seguaci dell’eresia monofisita. Per comporre il contrasto l’imperatore indisse il Concilio di Efeso nel 431 e poco più tardi il Concilio di Calcedonia sul Bosforo, che condannarono definitivamente l’eresia monofisita, che però continuò ad essere diffusa in molti territori dell’impero. In occidente la questione scottante era quella relativa al libero arbitrio e all’operare della grazia, e le conseguenze soteriologiche e antropologiche che le si legavano. In particolare vi fu una controversia tra pelagiani cioè seguaci del monaco Pelagio e S. Agostino, vescovo di Ippona. In sostanza i pelagiani concepirono una dottrina che postulava la possibilità di raggiungere la perfezione spirituale anche sulla terra, cioè la possibilità di non commettere peccato, possibilità che all’epoca si attribuiva ai santi. Inoltre essi ritenevano che non vi fosse stato alcun peccato originale, così come negavano la predestinazione, la grazia soprannaturale e richiamavano sotto altre forme e altri nomi le dottrine stoiche.
Contro Pelagio come detto si levò la confutazione di S. Agostino che all’eresia pelagiana dedicò molti suoi scritti, e rivalutando in tali scritti sia la realtà teologica del peccato originale, sia la necessarietà della grazia divina affinché l’uomo operi per il bene, e sostenne la veridicità della predestinazione perché “quando il Regno di Dio verrà pochi si salveranno”, cioè per l’appunto i predestinati. Oltre che da S.Agostino i pelagiani furono condannati in numerosi concili e da molti papi ma non cessarono di costituire una piccola parte della collettività cristiana.
La nuova società cristiana
Nato in una provincia orientale il cristianesimo si era diffuso inizialmente più nell’oriente asiatico che nell’occidente imperiale. Tuttavia tra il I e il III secolo i
cristiani erano presenti in quasi tutte le regioni dell’impero. Dopo la persecuzione dioclezianea la regione occidentale che contava un maggior numero di cristiani era l’Africa settentrionale. I cristiani erano ovviamente e come già detto presenti in più regioni europee. Tuttavia non si trattò di una diffusione ovunque omogenea e compatta. Il cristianesimo restò per molto tempo una religione urbana, perché più forte era nelle campagne, di fatto meno sviluppate dal punto di vista culturale rispetto alle città, l’influsso dei culti pagani, una serie di riti e di atti propiziatori con cui la chiesa convisse sebbene gli dèi greci non fossero né simili né accostabili al Dio Cristiano. Fin oltre il IV secolo cristiani e pagani convissero nelle medesime regioni dell’impero. Oltre questo limite temporale il cristianesimo si diffuse anche nella penisola italica, penetrando per gradi anche tra i senatori, che in precedenza avevano compiuto ogni sforzo per riuscire a conservare la legittimità e la diffusione delle credenze e dei culti pagani.
A proposito di culti pagani la maggiore festività cristiana era stata a lungo la Pasqua. Solo a metà del IV secolo venne istituito il Natale, fissato al 25 dicembre in concorrenza con la festa pagana del Sol Invictus. Sotto Teodosio le ricorrenze sia per i pagani che per i cristiani vennero riorganizzate in un nuovo calendario, nel quale ad esempio la Pasqua cristiana era dichiarata giorno festivo dedicato al Signore. Una delle nuove ricorrenze è la messa che, celebrata dapprima ogni domenica, più tardi divenne un rito quotidiano, ma obbligatorio solo nel giorno di domenica.
Ma la forma di devozione più coinvolgente fu il culto dei martiri, il cui centro erano le sepolture. Su di esse vennero eretti monumenti, dalla semplice stele commemorativa al vero e proprio edificio sacro. Ai martiri i cristiani si rivolgevano per ricevere non solo la grazia e la serenità individuale ma anche per risolvere questioni più materiali, ad esempio la scarsa salute dovuta a malattie variamente definibili. Anche i Santi svolgevano la stessa funzione sacrale dei martiri. Santi furono considerati i confessores, i grandi vescovi, e infine i monaci, che
uguagliavano la propria vita di ascesi al martirio. Anche le reliquie, cioè le spoglie dei santi o parti di esse, dopo che il santo in questione era caduto per mano delle autorità civili, erano restituite nelle vesti di cadavere alle comunità d’appartenenza, erano considerate oggetto di culto, e spesso divennero oggetto di un vero e proprio commercio.
Altra forma di culto fu il pellegrinaggio nelle città “sante” come Gerusalemme, Roma, alcuni luoghi dell’Egitto, della Palestina e della Siria.
Muta in questo periodo anche la edilizia cristiana, soprattutto nella ripartizione dei locali interni alla chiesa e alla configurazione della struttura dell’edificio sacro. Le basiliche dell’epoca, una volta sottratte al commercio da parte dei romani, divennero luoghi di culto a tutti gli effetti. La disposizione dei locali poteva essere di tre tipi: a pianta greca, a pianta latina o a pianta egizia secondo la disposizione più o meno risalente dell’abside rispetto alle navate, cioè al corpo centrale dell’edificio. Tutte le chiese furono ben presto sottoposte alla protezione di un santo cui erano intitolate.
Nel corso del IV secolo la gran parte dei capoluoghi delle varie province diventarono sedi vescovili con annessi edifici di culto. Le gerarchie raggiungono un livello di efficienza e di sapienza teologica non dissimile da quelle di oggi. Al sommo della gerarchia ecclesiastica c’è il vescovo, che ha pari dignità degli altri, insomma i vescovi giacciono tutti su un piano di parità, a parte alcune eccezioni, ad esempio nel caso dei metropoliti. Nel frattempo le ricchezze della chiesa aumentano grazie a oblazioni, donazioni votive, ecc. Al di sotto della gerarchia ruota una serie di figure come suddiaconi, accoliti, esorcisti, ostiari e lettori. Oltre ai compiti pastorali i chierici vengono impiegati anche nell’amministrazione delle finanze, nel dirigere orfanotrofi, ospedali e ospizi. E perfino destinati a svolgere ruoli di difesa in giudizio.
Accanto al clero si diffonde un’altra grande esperienza religiosa che è quella dei monaci. I primi episodi appaiono in Egitto, con l’allontanamento nel deserto motivato da ragioni spirituali. Dai primi eremiti del deserto si diramano due
tendenze: quella dei cenobiti e quella delle’eremitismo vero e proprio. Quest’ultimo divenne noto grazie alla vita di S. Antonio, detto “Il Grande”, mentre il cenobitismo ebbe origine da Pacomio, il quale creò in Egitto una comunità autosufficiente sulla base di una regola, che era qualcosa di molto simile ai kibbutz israeliani di oggi. In occidente le prime notizie del monachesimo o di attività monacali risalgono a un periodo più tardo poiché inizialmente i monaci e le loro comunità si diffusero prevalentemente in oriente. In occidente perciò inizialmente non si giunge alla creazione di comunità, in quanto si è ancora fermi alle pratiche di romitaggio e penitenza che sono pur sempre fenomeni individuali.
Stato e Chiesa
Per tornare ai rapporti tra chiesa e stato, cioè imperatore, ai tempi dell’imperatore Costantino, si devono a quest’ultimo moltissime scelte politiche a favore dei Cristiani a cominciare dal permesso di praticare attività economiche a quello di ricevere lasciti testamentari, fino alla costruzione di sontuosi edifici destinati al culto. La questione politica andava a braccetto in Costantino con la questione morale. La leggenda che lo volle vittorioso nello scontro di Ponte Milvio, lo volle anche vittorioso nella lotta contro i pagani. Quanto vi fu di fede vera e quanto di opportunismo politico in Costantino e nelle sue iniziative è stato oggetto di dialoghi sottili tra gli studiosi di quel periodo. Tuttavia occorre ricordare che Costantino non praticò mai atti di persecuzione nei confronti dei pagani, anzi continuò a collaborare anche a corte con coloro che adoravano più dèi. Così non fu però per i suoi successori che continuarono ad adottare, come d’altra parte i predecessori di Costantino, provvedimenti che colpirono con leggi restrittive sia i pagani sia gli ebrei. Quando poi ascese al trono Giuliano detto “l’apostata”, costui, affascinato dalla cultura greca, studiata i gioventù, si dichiarò pagano e adottò provvedimenti favorevoli ai suoi correligionari, provvedimenti quale la restituzione dei beni che gli imperatori cristiani avevano loro confiscato. I successivi imperatori vollero conservare un distacco prudente dalle controversie religiose, e i loro provvedimenti
in merito furono favorevoli alla libertà religiosa attribuita a tutti i culti dell’impero. Tuttavia con l’imperatore Graziano si torna alle persecuzioni contro i pagani che vengono proseguite dall’imperatore Teodosio, il quale, pur essendo cristiano, si pose in contrasto anche con il vescovo di Milano, Ambrogio, successivamente santificato, che però non volle accettare alcuna restrizione alla libertà di culto dei cristiani da parte dello stato. Per tutta risposta Teodosio trasferì la città sacra ai cristiani da Roma a Costantinopoli, l’antica Bisanzio, che prese da allora il nome da quello dell’imperatore Costantino e fu chiamata Costantinopoli. Teodosio nello stesso periodo di cui parliamo e cioè il quarto secolo d.C. inasprì le misure contro i pagani decimandone i seguaci, sconfisse alcuni usurpatori che tentavano di sottrargli il potere, come Eugenio, campione dei pagani della penisola. Va senz’altro detto che Teodosio realizzò davvero la cristianizzazione dell’Impero. Il codice teodosiano elencava i rapporti tra stato e chiesa da Costantino a Teodosio II cioè fino al IV secolo d.C. All’inizio del III secolo d.C., quindi con un salto all’indietro della memoria, cominciò a consolidarsi la dottrina della Cathedra Petri, cioè la dottrina per cui la sede della cristianità doveva essere Roma, alla quale andava attribuito un ruolo egemone sulle altre diocesi o chiese. Dato il primato riconosciuto a Roma sulle altre sedi episcopali, con l’ascesa di Damaso al soglio pontificio si cominciò a mettere un poco d’ordine negli affari del cristianesimo: egli ristabilì l’unità con l’episcopato occidentale e si garantì l’appoggio del potere imperiale. In tale ottica ristabilì l’edilizia cristiana, tramutò le catacombe in cappelle per i martiri, ecc.
Dopo Damaso rilevante è l’apporto di Leone, definito dai successori Magno, famoso per essere l’autore di 97 sermoni e 1973 lettere tutti redatti in prossimità di festività cristiane. Leone argomenta anche a sostegno della primazia nei confronti degli altri vescovi, della Chiesa di roma, che deve essere ritenuta essere a capo della cristianità. A Leone si deve l’aver fermato con la preghiera la marcia verso Roma degli Unni di Attila nel 452. Parimenti dal barbaro Genserico ottenne che Roma, sebbene saccheggiata per 14 giorni non fosse poi bruciata e la popolazione sterminata. Leone il grande lottò con successo contro tutte le eresie, anche in
oriente. Due anni dopo al Concilio di Calcedonia furono accolte le sue sue tesi teologiche e gli fu riconosciuto il titolo di primo vescovo della cristianità.
Da Calcedonia a Gregorio Magno
Dopo il concilio di Calcedonia e nonostante il riconoscimento di Leone Magno come vescovo più illustre e potente della cristianità, le due chiese, quella di Roma e quella di Costantinopoli si allontanarono nel decisioni teologiche man mano che il tempo passava. Alla metà del V secolo la chiesa occidentale dovette subire due avvenimenti drammatici: le fine dell’impero e le invasioni barbariche. La deposizione dell’ultimo imperatore, Romolo Augustolo si ebbe ad opera del barbaro Odoacre nel 476. Tuttavia dalla fine del IV secolo l’occidente imperiale dovette subire massicce invasioni di barbari. Nel 488 l’ostrogoto Teodorico muove verso l’Italia e una volta sconfitto Odoacre fonda in Italia un nuovo stato. Contro Teodorico muoverà l’imperatore di Bisanzio Giustiniano che ristabilirà a prezzo di gravi sacrifici l’unità imperiale nella penisola, ma non per molto.
Nonostante le turpitudini che i barbari delle varie etnie commisero nell’allora penisola italica, essi rispettarono comunque le credenze religiose dei romani. Alcuni popoli barbarici si convertirono al cristianesimo. Ciò però non valse per i Longobardi che mantennero le loro barbare credenze che valevano anche in guerra perché legittimavano i comportamenti più feroci.
Col passare del tempo si formarono in Europa a causa delle invasioni barbariche, zone nelle quali il cristianesimo venne completamente dimenticato e ciò in quanto i barbari erano prevalentemente ariani, quindi su base conciliare “non cristiani”. Tuttavia vi furono anche episodi di conversione da parte dei barbari al cristianesimo, ma nel complesso si verificò per lungo tempo la convivenza dei culti pagani con le credenze cristiane, con la differenza che classi alte erano per lo più edotte riguardo al culto di appartenenza mentre i ceti minori non avevano sufficiente consapevolezza su quale fosse il proprio culto di riferimento.
E’ tuttavia in questo periodo che si pongono le basi per un’affermazione della chiesa come autorità temporale, cioè attraverso il proprio “far da supplente” in una situazione in cui l’amministrazione imperiale era in crisi, l’impero aveva perduto il suo prestigio, torme di poveri erano afflitti dalla fame portata dalle guerre interetniche cioè tra romani e barbari. Riguardo agli strati umili della società la chiesa intervenne con sostegni d’ogni sorta, mentre molti degli ex rappresentanti dell’amministrazione imperiale furono cooptati tra le sue file. Le battaglie, nella nuova situazione politica si combattono non più tra “imperiali” e “barbari” ma all’interno dell’impero si scatena una guerra che non temo di definire “civile”; ciò che muta sono i protagonisti dell’opposizione alla parte imperiale, cioè i vescovi della chiesa. Intanto il cenobitismo fa la sua parte accogliendo gli aristocratici ridotti all’indigenza dalle guerre intestine, molti dei quali assumeranno gli ordini sacri. Dopo che però la protezione monacale divenne non necessaria, molti vescovi tornarono alle loro attività nel mondo secolare, dal quale giurarono di porsi come protettori della vera fede, ovviamente quella cristiana.
Nell’ambito del monachesimo che pian piano in questo periodo si diffonde a macchia d’olio in tutta l’Europa merita di essere ricordata la figura di Benedetto da Norcia, il fondatore della regola benedettina.
Tuttavia il vescovo di Roma, nonostante le invocazioni di maggiore autonomia da parte degli ordini monastici, rimane colui che ha l’ultima parola sia su questioni spirituali come le eresie sia su questioni temporali come l’organizzazione e la strutturazione delle gerarchia. Poiché infatti l’antico impero comincia a frazionarsi la chiesa gli subentra in ogni prerogativa a carattere secolare. Tuttavia nei secoli successivi e per molto tempo ancora vi saranno periodici ribaltamenti di potere che vedranno prevalere ora l’autorità della chiesa ora quella dell’impero. Ma per il momento la politica ecclesiastica è quella della cauta diplomazia con i sovrani barbari, e della amministrazione dei territori che, dopo caduta dell’impero erano
divenuti terra di nessuno e dei quali quindi la chiesa poteva appropriarsi perché si era a suo tempo attribuita un potere temporale.
Intanto in oriente fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453, gli abitanti di quei luoghi continuarono a chiamarsi romani. Costantinopoli, così chiamata dal suo fondatore, Costantino, nel V secolo diventa il centro più attivo della cultura cristiana producendo i suoi autori una ricchissima letteratura ascetica e agiografica. Ciò non toglie che anche il paganesimo sia sopravvissuto a lungo, tanto che ad esempio il famoso Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli aveva espresso preoccupazione per il persistere di usanze e culti pagani. Fu Giustiniano a muovere contro le residue popolazioni pagane istituendo nei loro confronti la pena di morte per chi non si fosse convertito. Nonostante ciò Giustiniano si circonda a corte di sapienti ed eruditi pagani e l’amministrazione e la programmazione all’interno delle scuole, soprattutto di diritto, rimane legata alle opere e agli autori più rappresentativi del mondo e della civiltà pagani.
Nella società bizantina i due centri di potere maggiori sono la chiesa e la monarchia imperiale, ma mentre l’organizzazione imperiale mutuata dall’occidente perde peso, la chiesa acquista potere a causa delle numerose conversioni. Comincia anche a diffondersi l’andante secondo cui il sovrano è tale per grazia di Dio ed è quindi a coloro che rappresentano Dio che bisogna riconoscere il potere di nominare i papi, nell’ambito di un rapporto che è di collaborazione, almeno in questo momento storico. In tempi successivi, in particolare nell’alto medioevo, sorgeranno però dei dissidi tra imperatore e potere ecclesiale, che in nuce sono già presenti nel VI secolo a Bisanzio.
Mi si consenta una breve menzione a due comunità monofisite dell’epoca tardo antica cioè la chiesa di Persia e la chiesa d’Armenia, le quali erano fondate sull’eresia “monofisita”, secondo che il Cristo avrebbe manifestato un’unica natura, o umana o divina, ma non entrambe. Queste chiese caddero nel VII secolo sotto la dominazione musulmana ma non ne furono soggiogate o convertite e addirittura
portarono il cristianesimo monofisita sino in Cina, dove in molti tra i cinesi furono convertiti.
Il cristianesimo medievale in occidente
Tra il VII e l’VIII secolo comincia un periodo che si protrae sino alla Riforma protestante, e durante il quale si definisce quella parte del movimento cristiano che viene definito “occidentale” per contrapporlo al cristianesimo bizantino. Tuttavia non sarebbe esatto pensare che a seguito della predetta separazione e per causa di essa il cristianesimo abbia perduto la propria vocazione all’ecumenismo cioè alla universalità, un carattere che fu prerogativa anche della chiesa di Costantinopoli. Ma ad un ceto punto occorre pure prendere atto della circostanza che sia a livello dottrinale sia a livello dogmatico, nei secoli precedentemente indicati le due espressioni strutturali del Cristianesimo, orientale e occidentale, intraprendono cammini differenti, che infatti porteranno nel lungo periodo storico di cui dicevo, chiamato “medioevo” o “età di mezzo” ad una serie di conflitti e separazioni, sia sul piano dogmatico che su quello dottrinale. Insomma con la separazione delle due Chiese nasce in Occidente la cattolicità romana che pian piano prende le forme della monarchia pontificia, ossia il vicario di Pietro diventa un sovrano temporale che pretende di assoggettare ai proprii “decisa” anche i sovrani che di tempo in tempo avrebbero retto per tutti i secoli del medioevo l’ordine secolare della civiltà occidentale.
Le peculiarità della chiesa occidentale nel Medioevo derivano innanzitutto dalla produzione di strutture architettoniche, territoriali ed ecclesiastiche del tutto simili: si parla di regioni metropolitane, o arcidiocesi, diocesi, pievi e parrocchie. Ognuna di queste entità ha un carattere amministrativo, cioè il loro operare è sottoposto all’autorità di uno o più membri della gerarchia ecclesiastica, che dimorano in monasteri o canoniche sempre riconducibili alla organizzazione ecclesiastica. La
chiesa occidentale è infatti una chiesa eminentemente sacerdotale, di cui il pontefice rappresenta il vertice. Ma la potenza del pontefice nei primi secoli del medioevo è così grande che essa è destinata a porre sotto di sé ogni aspetto della vita quotidiana non solo a chi esplicitamente ne faccia richiesta ma in ottica missionaria che è rivolta all’intero umano genere. La chiesa insomma tende a presentarsi come “monarchia pontificia”, e a causa di tale pretesa condurrà un asperrimo scontro durato secoli con le autorità laiche, in primo luogo con re e imperatori, vincendo molte battaglie. Ciò innanzitutto grazie a due fattori di straordinaria efficacia: la propria struttura amministrativa insieme all’elaborazione di un dritto detto “canonico” che andrà a legittimare in forza di legge le prese di posizione di volta in volta assunte dal pontefice e dai suoi vescovi.
La chiesa è anche la promotrice di istituzioni come le università, ove ovviamente oggetto di studio è tutto ciò che riguarda le materie che la chiesa ritiene utili alla formazione e all’arricchimento culturale dei futuri membri della gerarchia. Quanto alle forme di sapere minori, cioè proprie alle persone prive di una istruzione organica, la chiesa si avvicina a queste ultime con spirito di carità e tende a trarle dalla propria parte acquisendone il linguaggio e il modo di esprimersi.
L’occidentalizzazione del cristianesimo è il risultato di un processo plurisecolare, che data la sua lunghezza richiede un richiamo alle convenzioni storiche più diffuse che ne fanno coincidere l’inizio con l’età carolingia ossia a cavallo tra VIII e IX secolo, quando l’incontro col papato da parte dei carolingi fu reso possibile dal raggiungimento da parte di entrambi i sistemi di potere, di un livello di civiltà che poteva consentire proficue interrelazioni tra i due ordinamenti. Insomma è difficile stabilire date certe, ma per gli storici valgono quelle convenzionali. Tuttavia al di là della difficoltà delle datazioni va detto che il medioevo si caratterizza rispetto alle epoche storiche precedenti e successive per una serie di caratteri che lo rendono differente e pertanto un “a sé” in ambito storiografico. Un medioevo che però è inconfutabilmente occidentale e cristiano, in quanto se il cristianesimo non avesse
pervaso di sé l’intero periodo storico che conosciamo come medioevo, probabilmente di medioevo non si potrebbe utilmente parlare. Nel cristianesimo che si fa medievale e occidentale si opera la fusione delle tradizioni germaniche con quelle latine e della tradizione greco – romana , il tutto recepito e fatto proprio dalle gerarchie di Roma. Ed è proprio l’insieme di questi elementi che determina un allontanamento dal cristianesimo orientale e quindi l’uso dell’appellativo “occidentale” quando si accenna al medioevo europeo. Queste condizioni si creano con la convergenza, il dialogo e lo scambio culturale, come detto tra regno dei Franchi, poi detti “carolingi” e papato, realizzatasi tra VIII e IX secolo.
Nello specifico tutto inizia con la conversione di Clodoveo sul finire del V secolo, con le missioni dei monaci irlandesi tra VI e VII secolo, per poi continuare con strutturazione ecclesiastica degli stati germanici ricalcata su quella mediterranea, fino alle missioni anglosassoni della prima metà dell’VIII secolo. Come punto di partenza di una descrizione più analitica del fenomeno in parola si potrebbe partire da quando tra il VII e l’VIII secolo una moltitudine di missionari partiti dal mondo anglosassone si portò nel cuore dell’Europa. Nel sentire di quei missionari e della loro organizzazione episcopale erano assenti alcuni eccessi di violenza e di sopraffazione che invece caratterizzarono i primi presbiteri della chiesa romana. Ciò traspare da una lettera inviata dal monaco Bonifacio a papa Zaccaria agli inizi degli anni ‘40 dell’VIII secolo. Bonifacio proveniva proprio dal mondo anglosassone e il suo nome d’origine era Wynfrith, quando fu creato vescovo missionario da papa Gregorio II. L’intenzione di Bonifacio è quella di dare delle indicazioni che aiutino a migliorare la struttura ecclesiastica, e propone di organizzare secondo il sistema delle diocesi le aree ad oriente del Reno, creando centri fortificati a presidio del territorio. In secondo luogo la lettera denuncia i comportamenti dissoluti di alcuni prelati, l’assenza di riunioni periodiche come i sinodi e la totale disattenzione in merito alle questioni di fede. Infine ciò che la lettera ritiene deprecabile è il comportamento violento e guerresco di certo clero che si dava ai combattimenti e alla guerra senza ritegno alcuno. Insomma la lettera è una prova della convergenza
del moto riformatore proveniente dalla Chiesa d’oltre mare di ispirazione papale e monacale con il vertice del regno franco, che inizialmente vide sul trono la dinastia dei Pipinidi – Carolingi. Nel 751 Pipino il Breve venne proclamato re e unto dallo stesso Bonifacio, unzione rinnovata tre anni dopo da papa Stefano II in persona, recatosi in Francia per chiedere aiuto contro i Longobardi. Merita poi una citazione l’unzione di Carlo Magno nell’anno 800 da parte di Leone III.
Ritornando alla lettera di Bonifacio non possiamo fare a meno di constatare che le riforme proposte dal monaco piacciano a Carlomanno. In conseguenza i primi sovrani franchi mettono la loro forza militare a disposizione della chiesa, e loro intenzione è nel senso di condividere l’aspirazione a migliorare i rapporti tra i membri del clero cattolico nei confronti della civiltà e i loro doveri, in quanto sovrani temporali nei confronti della collettività. L’episcopato franco infatti, risulta assai lontano dal modello organizzativo greco e romano. Per migliorare e rendere davvero cristianamente ispirata l’azione delle gerarchie ma anche del popolo in senso stretto, a metà dell’ VIII secolo si stabiliscono l’obbligo di riposo la domenica cioè durante un giorno che si cominciò a considerare festivo. Pochi anni dopo Pipino rende obbligatorio il pagamento della decima. Insomma il periodo tra VIII e IX secolo comporta una restaurazione della disciplina sacerdotale insieme ad una netta separazione della vita dei chierici da quella dei laici. Per quanto riguarda l’organizzazione delle cerimonie ecclesiali il latino è la lingua in cui esse funzioni vengono tenute e in chiesa esiste una separazione dei laici dal presbitero e dal clero salmodiante. Poiché il latino era incomprensibile alle persone comuni esso venne sostituito da elementi folklorici come il culto degli Arcangeli, l’adorazione dei santi e delle reliquie e il culto dei morti.
Con Carlo il Calvo nei decenni centrali del IX secolo il monarca unto e incoronato dal papa assume un’aura di sacralità che lo pone a contatto diretto con la divinità. Una sacralità trasmessa al re dalla struttura ecclesiastica che aveva nei presbiteri cioè nelle gerarchie il proprio punto di riferimento spirituale.
Per esigenze di ordine nella ripartizione delle funzioni tra quelle religiose e quelle laiche, il clero era tenuto verso il papato ad amministrare i beni ecclesiastici e a celebrare i riti sacri, mentre nei riguardi del re essi dovevano esercitare funzioni attinenti alla sfera secolare, cioè ad esempio in qualità di missi dominici e vigilanti sull’attività dei funzionari regi, senza che ciò comportasse un inserimento permanente nell’apparato burocratico, ma soltanto quando ve ne era necessità.
Una chiesa in mano ai laici?
Tra la dissoluzione dell’Impero carolingio e la riforma ecclesiastica del secolo XI la chiesa conosce una frammentazione del potere che ha una notevole influenza sull’organizzazione ecclesiastica e sulla vita religiosa. L’apparato amministrativo della chiesa venne meno e il controllo sulla attività ecclesiale passò nelle mani dei militari, il che ha fatto più volte parlare, in riferimento a questo periodo, di “chiesa in mano ai laici”. Questa espressione non dipende ovviamente da una laicizzazione dei vescovi, ma dall’inizio da parte delle gerarchie episcopali di un modo di condurre l’esistenza che era più vicino a quello dei militari che a quello degli ecclesiastici. In sostanza vescovi e militari conducevano lo stesso tipo di vita e avevano gli stessi obblighi sia nei confronti del pontefice che del monarca. La necessità di un potere centrale quale poteva essere il papa o il re non era avvertita. Le cose andavano per il meglio anche in una situazione di questo genere. Sul finire del IX secolo emerse la figura di un “vestiarius” pontificio, di nome Teofilatto, la cui famiglia riuscì a esercitare per un sessantennio il potere in Roma, garantendo ordine e pace.
Per continuare a parlare degli avvenimenti precedenti il secolo XI va detto che contro Giovanni VIII fu organizzata una congiura che ne determinò la morte. Stefano VI fu detronizzato e strangolato. Le violenze si protraggono fino al X secolo quando sale al soglio papale Ottaviano, figlio non ancora ventenne di Alberico, col nome di Giovanni XII.
Il fenomeno che meglio illustra un potere dei laici sulla chiesa riguarda le chiese private. Si trattava di edifici sacri costruiti su un terreno di proprietà privata, che dovevano servire a rappresentare il potere della famiglia e che erano affidati alle cure di un chierico ordinato all’occorrenza sacerdote. Questi edifici erano anche in grado di muovere una certa quantità di denari ad esempio attraverso le oblazioni e le decime di chi svolgeva lavori sul terreno ove l’edificio era collocato.
Nello stesso contesto temporale molte famiglie nobili fondavano persino canoniche o comunità ascetiche destinate a celebrare sacralmente il prestigio dei fondatori. Chiese, canoniche e monasteri privati lasciano adombrare una delle ragioni per cui per quel periodo storico interno al medioevo si sia parlato di intromissione “laicale” all’interno della amministrazione ecclesiastica e delle competenze del clero.
Questa situazione ebbe termine quando la chiesa, ridivenuta potente mise fine a queste pratiche sia da parte di laici che di ecclesiastici. In realtà sin dal X secolo operano tensioni riformatrici all’interno delle elites religiose e con l’appogio dei laici. Ne è un esempio la fondazione dell’abbazia di Cluny ad opera del duca Guglielmo I d’Aquitania e dell’abate Bernone. Cluny è un centro di eccellenza per la conduzione di una vita ecclesiastica propriamente detta e in essa si svolgono tutte le attività che concernono il cristianesimo nei suoi aspetti teologici, filologici, celebrativi, di vita in comune, ecc. La fama della abbazia raggiunse anche Roma, dove Alberico, successore di Teofilatto, chiamò presso di sé Oddone, il secondo abate di Cluny affinché provvedesse a riformare la condotta monastica e clericale nella città e nei dintorni di Roma. Nelle scuole cattedrali dell’antica Francia come quelle di Chartres e di Reims, le più famose, continuò l’interesse per gli scritti dell’antichità e il gusto della filosofia, con aperture alla medicina, alla matematica e alla astronomia.
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