lunedì 6 luglio 2026

 

La riforma dell’Undicesimo secolo. Verso la monarchia pontificia.


E’ evidente l’importanza che nel periodo a cavallo tra il X e gli inizi dell’XI secolo ebbe il movimento di riforma ecclesiastica, innanzitutto attraverso il potenziamento della sede romana, vista come la destinazione e il punto centrale delle politiche di cambiamento. Ma più che di cambiamento sarebbe bene parlare di cambiamenti al plurale, che interessarono il Medioevo di quei tempi sotto tutti gli aspetti della vita civile.

Fenomeno prettamente medievale è l’eremitismo o romitaggio che, vissuto come immagine del monachesimo delle origini, si contrappone a una vita monastica spesso vissuta senza slancio e lontana dal vero messaggio cristiano. L’attuazione dell’anacoretismo, vocabolo equivalente a quello di eremitismo, si svolge tra piccoli gruppi di persone provenienti dalla aristocrazia europea. Il messaggio cristiano è recepito in tutta la sua dura intransigenza. Ora, dall’esperienza eremitica derivano comunità e individui che si raccolgono ad esempio attorno all’eremo di Camaldoli o al monastero di Vallombrosa. Pensiamo alla eminente figura di Pier Damiani, particolarmente legato all’eremo di Santa Croce di Fonte Avellana, nella Diocesi di Gubbio. Egli unì il rigore sul piano religioso a una ricca cultura retorica. Pier Damiani fu creato cardinale di Ostia durante il papato di Stefano IX. L’obiettivo di figure come Pier Damiani era eliminare tutto ciò che avrebbe potuto minare la libertà da parte della chiesa e l’autonomo funzionamento e gli interessi particolari dei propri enti minori.

Attraverso una riorganizzazione delle gerarchie e la loro implementazione, attraverso cioè l’incardinamento di tutte le figure ecclesiastiche in una struttura sovraordinata e attraverso infine le “opere di Dio” come ad esempio le abbazie, la chiesa tentava di recuperare e di rafforzare la propria influenza, finanche tra i poveri attraverso la distribuzione e redistribuzione dei redditi.

Appena passata la metà del secolo XI, a seguito della predicazione antisimoniaca e anticoncubinaria del diacono Arialdo, in Milano scoppiò una rivolta contro il clero maggiore e contro l’arcivescovo. La rivolta si estese a ttua la parte settentrionale


dell’Italia e anche a Firenze, da cui i “patarini” chiesero per il tramite dei monaci di Vallombrosa di inviare a Milano sacerdoti di provata fede e santità. Nel secolo XII il termine patarino divenne sinonimo di eretico, cioè di non ottemperante ai voleri delle gerarchie cioè ai “mandata ecclesiae”. Nell’occidente europeo in generale il supporto dei laici alla riforma della chiesa dell’epoca, avviene in forme meno clamorose e grazie all’invocazione da parte dei signori laici rivolta ai membri della chiesa perché riformino collegi domenicali o comunità monastiche. Tuttavia fu ben chiaro anche all’inizio che il controllo dell’aristocrazia romana sulla sede papale, cioè il potere di imporre i pontefici non era bene accetta. In un sinodo romano nell’XI secolo si decise che l’elezione del papa dovesse essere prerogativa dei vescovi e del clero e del popolo romano. In questo frangente avvenne la suddivisione del clero maggiore in tre ordini, vescovi, presbiteri e diaconi che furono riuniti in un unico collegio.

Insomma riguardo all’elezione del pontefice stava per avere inizio un dura lotta tra i “riformatori” e gli “imperiali”, cioè tra i sostenitori del potere temporale del papa e i sostenitori della vocazione divina dei re e degli imperatori. Cominciarono in questo periodo i contrasti tra chiesa e stato che ad esempio ed anche nei secoli successivi si concretarono in certi frangenti con la elezione di papi sia da parte della chiesa che del potere imperiale, nell’intento di ciascuna delle due autorità di ottenere un potere maggiore e quindi prevalente sull’altra. Se la chiesa si poneva quale guardiana dell’ordine spirituale del mondo, l’impero rivendicava la legittimità della propria attività di protezione del clero, che però doveva implicare anche la scelta del papa. A questo proposito rileva l’importante opera “Dictatus papae” redatta da Gregorio VII, che contiene la descrizione della chiesa del “dopo riforma”, nella quale il papa avrebbe conservato il potere di investire i monarchi, a dispetto, come già accennato, delle pretese dell’aristocrazia laica. La soluzione alla disputa fu trovata nella adesione di entrambe le parti al c.d. “Concordato di Worms”, tra rappresentanti del pontefice e rappresentanti dell’imperatore. Si era nel 1122. Intanto il processo di riforma della chiesa dall’interno continuava. I vescovi e i cardinali cominciarono a


costituire un corpo compatto e organico al servizio del monarca ecclesiastico. Riuniti in concistoro collaboravano all’attività giurisdizionale riguardante le diverse questioni relative all’ordinamento canonico. Si giunse anche alla possibilità per i componenti della gerarchia di intraprendere attività professionali all’interno della chiesa.

Il punto culminante della attività di riforma e rafforzamento della chiesa dà inizio ad una rielaborazione del diritto canonico, accumulatosi disordinatamente nel corso dei secoli. E’ una attività che comincia nel XII e termina nel XIV secolo. Si ebbe così un corpo di leggi che definirono in propri contorni e le prerogative ecclesiastiche grazie al volontarismo legiferante dei pontefici.

L’espansione della cattolicità romana. Pellegrinaggio, martirio e violenza conquistatrice.

Nel corso dell’XI secolo la cattolicità romana varca i confini dell’Europa carolingia e si presenta al secolo come salvatrice dei poveri e dei diseredati. Ad esempio favorendo la presa delle armi a gruppi di fedeli cristiani variamente organizzati come i Patarini milanesi, che nel loro combattivo impegno contro la simonia e il concubinato possono portare un importante contributo a quelle che in quel periodo sono le esigenze di riforma dei costumi ecclesiastici.

Non è un caso che la prima crociata sia stata indetta nel 1095, cioè alla fine del secolo XI da Urbano II durante il concilio di Clermnont – Ferrand. Come è noto la missione militare doveva provvedere alla liberazione del Santo sepolcro da parte degli infedeli, cioè gli islamici. Tutto ciò ovviamente valeva per le classi sociali di rango elevato; tutti gli altri, cioè poveri e mendicanti, videro nelle crociate un’opportunità di riscatto dalla propria condizione di sudditanza e indigenza. Cominciarono così i pellegrinaggi in Terra santa, anche nella speranza, va detto, di trovare in quelle terre lontane il martirio e quindi la salvezza ultraterrena.


Altro fenomeno di massa fu quello che ha nome “Reconquista”, cioè la liberazione da parte dei cristiani spagnoli della loro terra dalla presenza degli infedeli islamici. Per quanto riguarda le crociate esse non furono indette in maniera disorganizzata, ma sulla base della costituzione di monaci guerrieri che si affiancarono nella difesa dei poveri e dei pellegrini ai cavalieri dei vari ordini sacri, ad esempio i Cavalieri del Tempio, i Templari, i Cavalieri dell’Ospedale o del Santo Sepolcro. Insomma nel secolo XI la diffusione di coloro che erano disposti a combattere gli infedeli in ogni angolo del mondo conosciuto fu eccezionale. Anche per quanto riguarda le zone e le regioni dell’Europa dalla Germania all’oriente si ebbero duri combattimenti, cioè una vera e propria crociata contro le popolazioni dell’est colpevoli delle più diverse eresie. Anche l’invasione da parte dei cavalieri teutonici delle aree circostanti il mar Baltico ebbe conseguenze assai positive per quanto attiene all’arricchimento materiale e alla conversione di quei popoli alla vera fede.

L’ordine teutonico era caratterizzato da una struttura fortemente gerarchizzata con i cavalieri all’apice e sotto di essi sacerdoti e monaci sergenti. Il gran Maestro risiedeva a Marienburg in Prussia. Sugli enti ecclesiastici l’ordine esercitò una pesante tutela, e si parla vescovati, capitoli cattedrali e parrocchie.

Ben diverso fu l’esito delle crociate in Terra Santa, dove i combattenti cristiani, pur se con alterne vicende non riuscirono a imporre la propria fede e la loro civiltà alle popolazioni di quei luoghi.

Altra crociata degna di nota fu quella promossa da papa Innocenzo III contro i catari albigesi, un gruppo eretico abbastanza numeroso stanziato nel sud della Francia, nel 1208.

Un originale e isolato tentativo di “combattere” gli infedeli si deve poi a San Francesco d’Assisi quando nel secondo decennio del Duecento si recò inerme in Terra santa a predicare l’Evangelo ai musulmani.


Altra è la prospettiva da cui muovevano i frati minori e i frati predicatori che si recarono addirittura in Mongolia per conoscere quella realtà e quella fede.

Trionfo e crisi di monasteri e canoniche regolari

Nei secoli XI e XII il monachesimo si impone come manifestazione più pregnante del cattolicesimo, tanto che da parte dei riformatori ecclesiastici si vuole che anche le gerarchie adottassero quel tipo di condotta e di approccio alla fede che è tipica degli ordini monastici, sia i benedettini sia gli eremitisti. Molti sono i nobili che in questi secoli favoriscono la nascita di monasteri, abbazie ed eremi per mezzo di ricche donazioni. Anche i collegi canonicali seguono le stesse regole e tentano sempre più di adeguare la propria missione alle regole pauperistiche, ascetiche, delle comunità monastiche, con un vago rifacimento all’insegnamento di S. Agostino. Così agli inizi dell’XI secolo abbiamo l’influenza dell’eremitismo e del monachesimo Vallombrosiano e dall’altro la diffusione dell disciplina Clunyacense, mentre nei primissimi anni del XII secolo Roberto d’Arbrissel, dopo aver concluso una attività di predicazione itinerante si ferma a Fontevraud, nella Francia occidentale, e fondò una comuità monastica poi retta da una badessa. Dall’eremo al cenobio, dal cenobio alla congregazione. E’quanto accade in quei secoli un po’ in tutta Europa, considerando parte di tale evoluzione anche i presbiteri, cioè i membri ufficiali della gerarchia ecclesiale.

Tra tutte le abbazie che in quei secoli videro la luce, di gran lunga la più importante è il conglomerato abbaziale cistercense, con le abbazie di Citeaux, e altre. L’organizzazione di questo complesso abbaziale è modellato garantendo a ciascun centro parte del complesso una propria indipendenza, tuttavia prevedendo istituti collettivi come il capitolo generale, sancendo la parità tra monasteri, anche attraverso l’emanazione di statuti con validità generale, ecc. Date queste premesse tra il 1119 e il 1153 sorgono parecchie centinaia di monasteri in tutta Europa. Tutto ciò avrà una fase esplosiva con Bernardo di Chiaravalle,il quale, abate di Clairvaux, dopo lo scisma del 1130 decise di assumere nella contesa un ruolo attivo.


Le abbazie che appartengono all’ordine cistercense sono caratterizzate da una struttura autosufficiente, che è gestita concretamente dai monaci, che danno vita a aziende agrarie dette grange, che permettono ai monaci di raggiungere una inarrivabile potenza economica.

Altra esperienza monastica di un qualche rilievo è quella di Gioacchino da Fiore che verso la fine del secolo si ritira sulla Sila cosentina vivendo una vita ascetica e solitaria in un “tugurium”, con filiazioni imitative in centro e sud Italia. A cavallo tra XII e XIII secolo il tentativo di estendere il monachesimo alla società laica ebbe fine. Si considerò saggiamente che non era il mondo a dover diventare un chiostro, ma il chiostro a dover diventare regola di comportamento al di fuori delle sacre mura.

Tramonto del radicalismo patarinico, fascino del pauperismo evangelico, repressione antiereticale

Il movimento di riforma ecclesiastica dell’XI secolo aveva da un canto avuto successo, in termini di riorganizzazione e potenziamento del movimento cristiano; d’altra parte si era risolto in un quasi totale fallimento. La contraddizione ancora non sanata all’interno della cristianità era tra coloro che vivevano poveramente e che spesso ricorrevano alla carità del prossimo e coloro che, anche essi cristiani, vivevano nell’opulenza, pur essendo il messaggio di Cristo contrario ad una tale condotta. Il concilio lateranense del 1116 risolse la questione concludendo che la potenza e la ricchezza della chiesa non erano altro che la rappresentazione vivente del potere di Dio nel mondo. Contro siffatte conclusioni mossero alcuni eretici, come Pietro di Bruis e il monaco Enrico entrambi invocanti un ritorno completo alle abitudini spirituali e materiali dei primi seguaci di Cristo e soprattutto la rinuncia ad ogni bene terreno. Di poco posteriore è la vicenda di Arnaldo da Brescia, che da Brescia per l’appunto si trasferisce in Francia dove si dedica all’insegnamento, dopodiché torna a Roma e tenta di rendere nota e seguita la propria visione del


Cristianesimo. Tuttavia intromettendosi nella attività nelle dispute tra potere secolare e potere temporale che all’epoca laceravano la Cristianità, finì per introdursi in un gioco più grande di lui e che infatti lo portò a d essere condannato e arso nel 1155.

Dopo Arnaldo viene meno la tensione riformatrice in seno alla chiesa che egli propagandava e per la quale era stato giustiziato. Tuttavia la presenza di movimenti ereticali sul tipo di quello di Arnaldo continuano a nascere in Europa, e specialmente nel mezzogiorno francese, ciò che preoccupa il papa e la gerarchia sin dal terzo concilio lateranense del 1179. La soluzione in Francia fu l’incitamento agli ordini cavallereschi in particolare, di mettere fine a quelle eresie con ferro di spada. In Italia problematiche simili vennero risolte con la scomunica di tutti coloro che senza l’autorizzazione papale iniziassero un percorso di predicazione.

Tralasciando le misure drastiche adottate nei predetti frangenti la chiesa manifestò a volte anche un atteggiamento più tollerante ad esempio nei riguardi dei seguaci di un uomo di nome Valdo, cittadino di Lione in Francia, che non solo si converte alla povertà evangelica ma comincia a fare proseliti anche tra i chierici, i quali, dotati di cultura biblica vedono in Valdo, illetterato, il nuovo apostolo di Cristo, che come è noto scelse i suoi apostoli tra pescatori incolti.

Altra vicenda è quella degli Umiliati che, pur essendosi recati da papa Alessandro III per ottenere il permesso di predicare, si videro opporre un netto rifiuto. Gli Umiliati nascono in quella zona della Lombardia attuale compresa tra Milano, Como e Lodi e si fondano sulla attività di gruppi non uniformi sia nelle conoscenze che nelle pratiche ma accomunati dall’esigenza, tutta spirituale di vivere secondo il messaggio evangelico.

Papa Innocenzo III risolve la questione dei nuovi movimenti affermando che dinanzi all’autorità papale essi hanno due possibilità di scegliere: o rientrano nella ortodossia o verranno perseguiti come eretici. E alcuni di questi gruppi sceglieranno


effettivamente di rientrare nel seno di Santa madre chiesa, mentre altri continueranno a coltivare le proprie usanze di nascosto dall’autorità papale.

Negli anni ’30 del XIII secolo nasce una speciale istituzione ecclesiastica cioè la santa Inquisizione che è preposta dal papa a risolvere i casi di eresia, in maniera individuale o collettiva, con tutte le conseguenze del caso, cioè o rientro nel seno della chiesa ovvero esecuzione capitale.

Col papato di Innocenzo III tuttavia la repressione degli ordini non canonici non è il solo provvedimento adottato. Alcune esperienze come quella dei valdesi riformati vengono accettati nell’ambito della sede pontificia. Il riferimento è a quegli ordini che tradizionalmente si fanno risalire a San Francesco d’Assisi e a un certo Domenico de Caluerega. Le due espereienze sono ovviamente diverse l’una dall’altra.

Francesco è un laico che, superata la giovinezza, si risolve a curare i lebbrosi come atto di carità, e dopo che alcuni proseliti lo hanno accompagnato comprende cosa voglia davvero dire la scelta da parte del Cristo dei suoi apostoli tra i pescatori senza lettere. Tuttavia quello creato da Francesco fu un movimento del tutto interno alla chiesa, come lo stesso papa riconobbe.

Domenico è invece un chierico di Osma in Castiglia. Egli vede una via di perfezione nella ricerca del martirio presso le popolazioni politeiste. Prima che però Domenico e i suoi accoliti si dedicassero alla povertà e alla predicazione dovettero passare la prima ondata di violenza antiereticale e il quarto concilio Lateranenese del 1215. Alcuni suoi compagni poi i recarono in Italia, a Bologna ove tentarono di fare proseliti.

Si può in definitiva affermare che frate Francesco si riferisce, nella strutturazione e nella regola del suo movimento, ai frati minori, i frati delle abbazie cistercensi, mentre Domenico connette la propria attività e predicazione a quella della chiesa clericale, quindi rigorosamente gerarchica.


Per rimanere a Francesco, l’accettazione da parte del papa dei movimenti dei frati minori introduce nella cristianità un nuovo modo per interpretare e realizzare il messaggio del Cristo. I frati minori non hanno possedimenti, ma vivono di carità, e come tutti gli ordini monacali hanno una propria strutturazione interna.

Per quanto riguarda ancora in francescani questi vissero momenti di tensione alla morte del fondatore, causa il contrasto tra atteggiamento pauperistico e necessità pastorali e anche a causa delle dimensioni raggiunte dal movimento e a motivo della scelta del successore a capo del movimento. Si contrapponevano due orientamenti: uno rappresentato dai frati della comunità, l’altro dai cosiddetti zelatori della Regola.

Pian piano i frati minori si intellettualizzano, si chiericalizzano, e si impegnano nella cura d’anime. E finalmente nel 1274 col secondo concilio di Lione sarà riconosciuta la evidente utilità dei predicatori e dei frati minori. Il primo francescano ad essere eletto papa nel 1288 fu frate Gerolamo D’Ascoli, a soli quattordici anni dall’assemblea di Lione e meno di ottant’anni dall’incontro tra Francesco e Innocenzo III. La funzione ecclesiale che, grazie alla piena integrazione all’interno delle gerarchie, i Francescani intendevano svolgere era sommamente riconducibile all’attività di orientamento e di consiglio verso le classi egemoni della società, per introdurre anche presso di esse il messaggio del Cristo. Ma la loro attività era riconducibile anche alle classi subalterne, così attraversando tutti gli strati sociali e spesso entrando in conflitto con le gerarchie maggiori.

Insomma gli ordini religiosi dei mendicanti costituiscono una delle più rilevanti novità del XIII secolo. Ad esempio grazie al loro distanziarsi da economie e società agrarie e signorili, all’attività intellettuale come strumento di predicazione, alla capacità di condizionare i reggitori del potere senza mischiarsi ad essi e di governare il laicato. Infine molti francescani e di altri ordini mendicanti furono più volte chiamati a risolvere nell’ambito della S. Inquisizione problematiche relative ad eresie, apostasie, adesione a riti satanici, ecc.


Conformismo religioso, interiorizzazione spirituale e sogni escatologici

Il vertice della cattolicità romana, col papato di Innocenzo III e a cavallo tra il XII e il XIII secolo ebbe per conseguenza la vittoria su chiese, gruppi e movimenti ereticali. I detentori del potere, cioè le classi dirigenti della società, qualsiasi fosse il loro rapporto con le gerarchie ecclesiastiche, erano del tutto indifferenti a idee o posizioni eterodosse. Insomma in questo periodo storico la cristianità occidentale appare orientata al conformismo religioso. Agli inizi del XIII secolo si opera una stretta, si insiste sulla fortificazione del nesso tra fedeli e gerarchie, e si introduce una serie di obblighi religiosi il cui mancato rispetto, anche minimale, diviene segno di diversità e di devianza, che vengono facilmente interpretate come eresie. Tutto ciò ovviamente non valeva per i cosiddetti ordini “mendicanti”, i quali erano impegnati costantemente in una funzione di aiuto e di supporto morale e materiale in favore delle gerarchie, e infatti tali associazioni comunque laicali e non clericali conoscono un grande sviluppo negli ultimi tre secoli del medioevo. Una corrente largamente prevalente era rappresentata dai “penitenti”. Alcuni tra questi ultimi confluiscono nei cosiddetti terzi ordini collegati alle famiglie mendicanti; altri sono alle dipendenze delle sedi episcopali; altri ancora si specializzano in senso assistenziale. Verso la fine del ‘200 sia il papato, sia gli ordini mendicanti, sia gli episcopati tentano di uniformare le varie figure religiose a modelli istituzionali riconosciuti. Tra Due e Trecento, mentre il mito della “forma originale della chiesa” cui secondo alcuni occorreva far riferimento, pare perdere la sua carica motiva, i movimenti pauperistici subiscono una evoluzione in senso spirituale ed escatologico. L’attesa di un’era nuova si traduce nella critica alla “ecclesia carnalis”, nettamente diversa dalla “ecclesia spititualis” che in molti attendevano. A seguito di questa distinzione si formarono movimenti a carattere escatologico, che a volte si espressero in improvvise manifestazioni collettive di attesa della fine, o in episodi eroici di estremismo escatologico. Uno di questi fenomeni è da collegare


alla figura di frate Dolcino da Novara, il quale andava predicando che lo stato dei santi, “status sanctorum” era vicino e che lo Spirito Santo stava per discendere sulla terra per instaurare un’epoca di pienezza spirituale che sarebbe durata nei secoli. Ma Dolcino non è il solo ad avere questo tipo di convinzioni. Profeti, visionari, vaticinatori, sognatori proliferano nella civiltà occidentale. Queste figure sono di solito partecipi del movimento che collega gli ordini mendicanti e che va sotto il nome di “osservanza”. In verità, interiorizzazione spirituale ed escatologismo già si erano espressi in movimenti come gli “amalriciani”, alcuni chierici colti, processati a Parigi nel 1210, che annunciavano l’avvento della “età dello spirito”, e che diedero vita a una nuova corrente religiosa definita “del libero spirito”.

Riguardo all’apporto femminile nei mutamenti della religiosità e della spiritualità nei secoli XIII e XIV , attraverso le donne si riesce a coniugare una mistica fondata sull’esempio doloroso del Cristo con la difesa dell’ordinamento ecclesiastico. Esse elaborano anche una loro teologia: Gerusalemme è un luogo che si può trovare in sé, il Cristo vive nell’Eucaristia, nella festa del Corpus domini, nella devozione del Sacro Cuore e delle cinque piaghe. Una figura rappresentativa in questo senso è quella di Margherita da Cortona, che dopo aver ricevuto le cinque piaghe, trova la strada di una missione interiore attraverso la preghiera. In Margherita, figlia di contadini, sedotta, vedova, penitente, reclusa, si percepisce il ricordo di Maddalena, e si verifica la messa in atto di una nuova spiritualità interamente interiore. La sequela di Cristo può così avvenire anche nelle ristrettezze di una cella, come all’interno di una comune abitazione. Con l’intimizzazione della esperienza religiosa si apre così la grande stagione della letteratura religiosa in volgare, che deriva proprio dall’intimismo che caratterizza quella esperienza.

Inquadramento ecclesiastico nel basso medioevo: tra centro e periferia.


L’insieme delle vicende delle istituzioni ecclesiastiche nel Basso Medioevo viene di solito identificato con un periodo di crisi, che coinvolgerebbe sia i vertici che le strutture di base della Chiesa. Se però le strutture verticistiche sono in piena crisi, nondimeno quelle diocesane, cioè periferiche funzionano molto bene e si vanno rafforzando. D’altra parte questo tipo di situazione può esse compreso se ci si riferisce agli avvenimenti che spesso scossero le strutture verticali della Chiesa: le diocesi si rafforzano per far fronte alle problematiche che si manifestano ad esempio nella pluralità di papi o con le divisioni della cattolicità. Vi era inoltre il problema di quelle autorità, come re e imperatori, che tentavano costantemente di attribuirsi il ruolo di garanti della intera istituzione ecclesiastica, ciò che ovviamente doveva essere evitato in ogni modo. Tuttavia le difficoltà maggiori vi saranno ad altri livelli, quando occorrerà raggiungere un certo accordo tra la Monarchia papale cattolica e le Chiese nazionali.

La potenza episcopale in questo senso è uno dei tratti della società Medievale più rilevanti. La carica episcopale, dato il potere in essa implicito, fu molto ambito durante tutto il medioevo e quindi anche nel tardo medioevo. Per secoli forze concorrenti si disputavano il controllo degli episcopati all’interno di una dialettica che vedeva coinvolti papi, cardinali, re, signori, governi cittadini, clero cattedrale, ordini monastici, aristocratici di armi e denaro, popolazioni urbane.

Ma qual era l’origine di questo potere, cioè del potere dei vescovi? Esso era la diretta derivazione di un esercizio dell’assolutismo pontificio, che a sua volta si concretava nella creazione periodica ma non occasionale di nuove diocesi e province ecclesiastiche. La nomina di coloro che avrebbero dovuto assolvere al compito di sovraintendere a tali istituzioni era spesso resa necessaria dall’aumento della popolazione cattolica in certe regioni d’Europa, a un punto tale che occorreva porre riparo alla crescita del novero di fedeli con l’istituzione di nuovi episcopati e diocesi cui distribuire le risorse accumulate con le donazioni, i lasciti testamentari di beni mobili o immobili ecc. Con Urbano V si compie, tra il 1278 e il 1365 il


processo che porta alla definitiva sanzione del diritto del papa a designare in tutta la cattolicità patriarchi, arcivescovi, vescovi, abati, badesse. Vennero così alla luce le Curie pastorali, diffuse su tutto il territorio della cristianità. Allo stato attuale delle conoscenze, non è pensabile che le diocesi avessero raggiunto un grado di indipendenza tale da funzionare “di per sé”, cioè senza la direzione di un presule che ne orientasse l’attività. Dall’ultimo quarto del XIII secolo compare a volte la figura del vicario generale che ha unicamente compiti di amministrazione ma mai di disposizione sui beni della diocesi. Tra i collaboratori vescovili vanno ricordati gli officiali, che hanno un ufficio revocabile per incarico del responsabile della diocesi, ed anche i vescovi senza sede, vale a dire vescovi si, in quanto consacrati, ma privi di territorio.

Durante le visite pastorali il vescovo o un suo delegato si recava di persona nelle varie zone della diocesi per controllare i comportamenti del clero, le condizioni patrimoniali della sede, lo stato edilizio degli edifici ecclesiastici e dei cimiteri, la santità della vita religiosa dei fedeli.

 

 

Monarchia pontificia, pluralità di papi chiese nazionali

La grande novità del Cristianesimo medievale è la strutturazione della chiesa in senso verticistico con a capo la figura del papa, cioè il vescovo di Roma. Questa posizione del papa è definita come monarchia pontificia. A partire dalla seconda metà dell’XI secolo nella figura del papa e nella sua gerarchia si concentra un potere esclusivo su ogni fedele e su tutte le istituzioni ecclesiastiche e religiose. Tuttavia il papa continuerebbe ad essere un monarca anche in assenza di un territorio o di qualsivoglia dominio temporale. La monarchia pontificia si regge su un centro, la curia romana, dotato di una burocrazia, regolamentata dal diritto canonico. Dal XII secolo la macchina burocratica legata al pontefice viene sempre più perfezionandosi. La supremazia giuridica viene ben presto presentata dal papa e dai suoi vicari come


supremazia politica del papato sulla cristianità, giungendo il papa addirittura ad affermare di essere il vero “imperatore”. Ciò ovviamente determinò una contrapposizione con gli imperatori svevi, che diede luogo a volte alla deposizione dell’imperatore di turno da parte del papa o alla scomunica dei sovrani temporali, cioè sempre re e imperatori. A queste pretese si ribellarono il mondo francese e subito dopo il mondo germanico e ghibellino. Il pontefice che realizzò la conquista di quei territori che fino al 1870 sarebbero stati gli Stati pontifici fu Innocenzo III. Ovviamente inizialmente si trattava solo di raccordi deboli e poco consistenti, ma pian piano e anche grazie all’azione dei cardinali il disegno papale ebbe compimento. La cattività avignonese, che doveva essere una sorta di imprigionamento del papa non servì ad altro che a preparare il terreno, preparazione durata una settantina d’anni, all’unificazione dei territori dei nascenti stati pontifici. La permanenza ad Avignone in quest’ottica può essere considerata una misura di sicurezza. Nel 1378 il conclave elesse due papi: Clemente VII, che se ne va ad Avignone, Urbano VI che rimane a Roma. Alla morte di Clemente VII viene eletto Benedetto XIII. Ma la duplicità della carica non venne meno in quanto gli oppositori di Gregorio XII eletto dopo la morte dei papi precedenti appartenenti alla fazione opposta, elessero un terzo papa cioè Alessandro V. Finalmente intervenne tra i porporati una soluzione alla crisi, con l’elezione di Ottone Colonna divenuto papa col nome di Martino V. Ovviamente papi e antipapi continuarono a succedersi, ma anche così la figura del papa conservò la propria autorità.

Tuttavia i problemi da risolvere erano continui e difendere l’assunto secondo cui il papa era re della cristianità fu sempre difficile. Ad esempio nella seconda metà del XIV secolo, sulla base delle idee del teologo Giovanni Huss, quando quest’ultimo fu messo al rogo come eretico, si verificarono sommovimenti che richiesero l’indizione di crociate contro gli infedeli e anche contro i taboriti, una setta che aveva estremizzato la predicazione dello stesso Huss, le cui teorie, cioè i fondamenti della teologia hussita, potevano essere sintetizzate nel modo seguente: libertà di predicazione della parola di Dio; denuncia dei peccati contro la legge divina anche a


carico dei capi della chiesa; comunione eucaristica e infine abolizione del potere secolare del clero di Roma e confisca dei beni ecclesiali.

La critica hussita era nata come reazione alla politica di Roma nei riguardi di JohnWyclif , il quale fu teologo di prestigio nelle università d’Inghilterra, in particolare ad Oxford. Wyclif critica la ierocrazia papale e gli abusi dei chierici nonché la supremazia dell’autorità secolare su quella clericale. Ne risulta in definitiva una istanza alla riformulazione dei rapporti tra vertice papale e poteri regionali o nazionali.

Per quanto riguarda le vicende della chiesa in Francia, va detto che nel 1437 Carlo VII convoca il clero francese, il quale rivendica in quell’occasione maggiori poteri nei confronti del pontefice, e tutto ciò in via ufficiale, in particolare contro la chiesa cattolica di Francia ovvero sia Gallicana.

 

 

Le chiese orientali

Panoramica generale e aspetti di comparazione

Vari sono i tentativi di definire il complesso di chiese che si collocano ai margini della chiesa ortodossa bizantina, ma tutti insoddisfacenti. Si parla così di chiese non ortodosse, non calcedoniane, o precalcedoniane, ulteriormente distinte in monofisite e nestoriane o ancora di chiese vetero-orientali o chiese nazionali orientali. Non sempre le definizioni di queste chiese descrivono una realtà conforme alla definizione. Ad esempio la qualifica di chiese “non-ortodosse” perché a suo tempo allontanatesi dalla chiesa di Costantinopoli non tiene conto della pretesa di ortodossia anche da parte di queste chiese. Il termine “non calcedoniane” si avvicina maggiormente al dato storico originario, poiché queste chiese si costituirono sulla base della convinzione, peraltro a suo tempo dichiarata eretica ed oggetto di alcuni concili ecumenici, della incompatibilità nella figura del Cristo della natura umana da


un lato; di quella divina dall’altro, questione a suo tempo risolta definitivamente nel concilio di Calcedonia. Tuttavia la storia dell’evoluzione di queste chiese non può certo essere confinata al tempo in cui venivano punite eresie come il monofisismo e il nestorianesimo, cioè ai secoli V – VI. Ad oggi infatti vengono intrattenuti tra chiesa di rito ortodosso e tutte quelle altre fedi rapporti di dialogo e di collaborazione, mettendo da parte le differenze di carattere teologico. Una definizione generale assai più neutra di queste chiese come chiese “orientali” appare preferibile, anche se può essere precisata con l’espressione “chiese orientali nazionali”. Tuttavia neanche questa definizione rende l’idea: non solo il termine “nazionale” è improprio, a meno che non venga assunto non secondo il significato che ha ad oggi assorbito. Inoltre non è neppure generalizzabile dato che ad esempio la chiesa siriaca, e il suo ramo orientale della chiesa nestoriana travalicano la dimensione nazionale, quanto meno a livello di fede.

Nondimeno nei paesi di tradizione islamica le comunità cristiane sono equiparate di fatto a nazioni ancorché non vi siano delle differenze etniche o linguistiche. L’area geografica occupata da queste chiese è di regola il vicino oriente, ma esistono propaggini che si spingono fino al Caucaso dove sono ancor oggi frequenti cristianità nazionali ricche di storia come in Georgia e in Armenia. Il nestorianesimo ha una storia assai ricca che lo pone in contatto non solo con le comunità mesopotamiche ma anche con quelle dell’Asia centrale fra il Turkestan e la Mongolia, fino a toccare India e Cina. L’opera di evangelizzazione dei nestoriani si fa sentire anche in Arabia e nello Yemen musulmani. Altri territori interessati sono l’Egitto, in cui nasce contestualmente la chiesa copta e la Nubia, nei territori situati lungo il corso del Nilo.

E’ per questi motivi di fatto che l’atteggiamento eurocentrico in materia di religioni nate dal cristianesimo è riferibile soltanto ad una parte dei movimenti religiosi presenti nel mondo oggi e che alcuni sono nati anche prima del cristianesimo che da essi ha tratto alcune verità di fede. Le chiese orientali hanno altresì numerosi motivi


di interesse storico, a cominciare dalle situazioni ambientali in cui si sono sviluppate. Prima dell’avvento dell’Islam la chiesa persiana abbraccia e sostiene il cristianesimo. Con l’affermarsi dell’Islamismo a partire dal VII secolo la maggior parte di queste chiese rifiuta la cristianità, ma le ritroviamo in Etiopia, in Nubia e anche in Armenia e Georgia. Le comunità cristiane non convivono senza attriti con i regimi islamici dei paesi in cui sono più diffuse ma ne conquistano il favore ad esempio attraverso le traduzioni da parte dei cristiani delle opere dei filosofi greci e la diffusione del loro patrimonio storico, scientifico, filosofico e stimolano lo sviluppo con le loro opere di una teologia musulmana in difesa del Cristianesimo.

Il primato tra le chiese non ortodosse emerge da tutta una serie di contrasti che richiedono nel corso dei secoli l’indizione di numerosi concilii, soprattutto tra la linea alessandrina sostenuta dal vescovo Cirillo e la linea di Nestorio (nel concilio di Efeso del 431). La linea monofisita è invece oggetto di dibattito un ventennio più tardi nel Concilio di Calcedonia. Il risultato dei concili sebbene a favore di Nestorio non impedisce la formazione e la proliferazione di chiese monofisite a partire dal VI secolo. E anche i Nestoriani fonderanno delle proprie comunità ecclesiastiche.

La diffusione del Cristianesimo di matrice greca non solo convive con le realtà locali, ma tende anche a favorirne le manifestazioni di fede. Ciò accade in Egitto, in Siria, e in altri luoghi in cui pian piano si formano originali asserti di fede, questa volta si, a carattere nazionale. Così anche gli armeni elaborarono una propria civiltà, ad esempio dotata di un alfabeto originale senza negare le stesse attitudini alla originalità ad altre chiese, come quella cristiana copta, oppure il cristianesimo della Nubia.

A facilitare i processi di dialogo delle chiese non ortodosse interverrà dal IX-X secolo l’arabo, che si sostituirà al greco come lingua ecumenica.

In definitiva il cammino delle fedi derivate da dogmi considerati a suo tempo eretici e la loro progressiva integrazione tra le religioni attinenti al Cristianesimo ortodosso

si può riassumere nel modo seguente:


-         L’epoca formativa, che giunge a compimento nel V VI secolo.

-         L’epoca della dominazione arabo islamica durante i secoli VII – XI. Nella società islamica i cristiani sono ridotti a cittadini di seconda categoria. Non possono partecipare attivamente a incarichi pubblici, né prestare servizio militare, né fare opera di proselitismo; sono costretti a pagare un sovrappiù di tasse e devono vestire in modo da potere essere riconosciuti. Tutte queste restrizioni non impediscono però la nascita della chiesa siriaca nel XII e XIII secolo.

-         L’epoca delle crociate e della dominazione mongola (secoli XII–XIV) e successivamente la sconfitta subita per mano degli islamici, e la contestuale sebbene concettualmente distinta nascita della chiesa maronita in Libano, un ramo della chiesa cristiana rimasto fedele all’ortodossia durante il Concilio di Calcedonia.

-         L’epoca della decadenza che inizia nel XV secolo con Tamerlano e giunge fino all’età moderna. Su benevola concessione da parte della chiesa di Roma le chiese orientali non ortodosse , armeni, copti, siri ed etiopi si associano durante il Concilio di Ferrara e Firenze. Ma il concilio non vale ad unificare le chiese orientali non ortodosse quanto l’azione di Roma, che riconosce quelle chiese come Uniati, unite al corpo della Chiesa ma col dovere di considerare un privilegio il rispetto da parte ecclesiastica per la loro identità di fede e per le loro consuetudini.

Le cristianità nazionali Il cristianesimo siriaco

La religione siriaca, grazie alla posizione geografica della nazione che le dà nome, non è un contesto religioso unitario a causa della labilità dei confini della regione interessata che sono nella parte orientale quelli che ne delimitano il territorio dalla Mesopotamia. Ad occidente invece l’apertura verso apporti culturali esterni è stata


favorita ad esempio dal mondo greco o per meglio dire ellenistico o ellenizzato. Questa stessa labilità ovviamente nel corso dei secoli ha grandemente favorito scambi culturali anche con le suddette regioni mediterranee, scambi che ovviamente hanno influenzato anche la elaborazione teologica. Questa situazione sincretica impedisce la nascita di una chiesa nazionale, sia per i nestoriani che per i monofisiti, entrambi i gruppi fortemente presenti nel paese. Tuttavia una letteratura teologica e dogmatica siriaca nasce grazie all’apporto delle popolazioni stanziate tra i fiumi Tigri ed Eufrate e costituisce l’elemento di inconfondibile caratterizzazione della chiesa siriaca, in quanto elemento originale nella produzione e costruzione delle proprie opere di fede e della propria chiesa che è comunque ancora non definibile come chiesa “nazionale” per quanto detto.

Si è detto che la chiesa siriaca occidentale ha come religione il monofisismo, che inizialmente, dopo la condanna durante il Concilio di Calcedonia determinò sporadiche persecuzioni da parte dei Cristiani ortodossi. Ma il monofisismo è soltanto la base teologica che consentì la nascita della religione giacobita, ossia siriaca occidentale. L’immagine composita e pluriculturale della Siria ebbe delle ripercussioni dapprima di vero e proprio scontro militare, nel senso di una guerra civile, tra il giacobismo, cioè un movimento affine al monofisismo e le altre fedi pure presenti nell’area e per i motivi che abbiamo detto. Uno scontro che poi col tempo si addolcì e si ridusse a meri conflitti disciplinari tra i vari esponenti delle molte fedi presenti nel paese. Durante i periodi di invasione da parte dei paesi limitrofi o da parte di potenze esterne alla regione il vero caposaldo e bastione del giacobismo furono i monaci, arroccati nel monastero Mar Mattai presso Mossul, insieme al quale l’altro luogo di culto per i giacobiti è la montagna sacra Tur Abdin nella Turchia sud orientale.

Dopo l’occupazione araba delle Siria e della Persia alla metà del VII secolo, la religione giacobita deve fare innanzitutto i conti con la pressione fiscale imposta alle fedi derivate dal cristianesimo, che viene raddoppiata col passaggio dalla dinastia


omaiade a quella abbaside, e non risparmia neanche gli arabi convertiti al credo monofisita. A causa dell’entità del prelievo si verificano fenomeni di ripartizione dei tributi in ragione del reddito e della carica ricoperta all’interno della società. Coloro i quali sono preposti a posizioni gerarchiche superiori devono farsi carico di una maggiore entità di tributi. Gli islamici però non sono soltanto degli oppressori dal punto di vista fiscale. Essi spesso operano anche da pacieri quando si verificano contrasti all’interno delle chiese cristiane, cui i musulmani fanno da mediatori. Quanto alle relazioni da parte dei giacobiti con le altre chiese orientali, va detto che progressivamene si trovò modo di applicare un sistema di convivenza sia con i nestoriani, con i copti e con gli armeni, per quanto non manchino occasionali rotture, ad esempio con gli armeni. Verso i latini poi, durante le crociate, i giacobiti svilupparono buone relazioni.

Se il nuovo contesto imponeva, a causa della dominazione araba, l’assunzione dell’arabo come lingua d’uso, va detto anche che si assiste, sulle soglie del secondo millennio alla rinascita della letteratura siriaca che raggiunge i vertici teologici, poetici e spirituali del IV – VII secolo. Questa tendenza si ripresenta tra XI e XII secolo tra personalità di grande rilievo come il patriarca Michele e Gregorio Barebreo. Anche l’organizzazione ecclesiastica è al suo apogeo. Questa fioritura coincide con l’epoca della dominazione mongolica, ma l’adesione dei mongoli all’islam sconvolge la vita di queste comunità anche a causa della persecuzione di Tamerlano nel XIV secolo. Nel XVII secolo la struttura ecclesiastica appare fortemente ridimensionata e la base sociale ristretta e costituita da gente di scarsa cultura. Persecuzioni e ondate migratorie hanno infine particolarmente indebolito la chiesa siriaca giacobita, ma essa continua a restare significativa nell’India del Sud.

Per quanto riguarda la Chiesa siriaca orientale, nota col nome di nestorianesimo, la chiesa di Persia si riannoda al cristianesimo siriaco. Poiché i gruppi che praticano questa religione vivono nel territorio dell’impero persiano, sotto il dominio della dinastia sassanide, sono stati loro assegnati dei territori nei quali praticare la propria


fede, in cui però sono presenti anche elementi ellenici e semiti. Tuttavia l’adesione al cristianesimo da parte dell’imperatore Costantino, pone il problema del sospetto di connivenza col nemico arabo, o pagano. Tale affermazione contiene un fondo di verità, in quanto tra alterne vicende la chiesa giacobita si rafforzò sotto il dominio dei sassanidi, e impose ben presto la sua autonomia dalle chiese occidentali. E dopo il sinodo di Beth Lapath del 484 aderì definitivamente all’ideologia cristologica nestoriana. Quella che da allora fu la chiesa di Persia continuò, prima della invasione araba che distrusse l’impero sassanide a sviluppare la propria attività missionaria in diverse direzioni e per tutto il tempo in cui durò la fase espansiva della stessa chiesa, cioè su un arco di tempo vastissimo, che dal V arriva fino al XIII secolo, accompagnando tutta la fase espansiva delle entità politiche cui la chiesa stessa di volta in volta faceva riferimento. La predicazione della chiesa giacobita toccò tutti gli angoli del continente asiatico, dall’Arabia alla Manciuria, passando per Afghanistan, Uzbekistan, Siberia, Tibet, Cina e Mongolia.

L’estensione missionaria della chiesa di Persia la condusse a misurarsi con diverse tradizioni religiose, che, come nel caso dell’Islam e del Buddhismo, rappresentarono per essa pericolosi concorrenti. Nel’Asia centrale il confronto si impose con lo sciamanesimo che costituiva la forma religiosa ancestrale delle popolazioni turco – tatare. Per quanto attiene alla penetrazione in Cina, l’imperatore Tai–Tsong concesse ai cristiani di diffondere liberamente la loro religione, fino alla promulgazione di un decreto che vietava il diffondersi delle religioni straniere, decreto collocabile alla metà del IX secolo.

Nel X secolo la leadership culturale è mantenuta a lungo da esponenti nestoriani impegnati in un’opera di trasmissione al mondo arabo dell’eredità filosofica e scientifica del mondo classico. La chiesa di Persia si distingue dalle altre chiese cristiane orientali per l’assenza di immagini sacre ed altre peculiarità.

Con la conversione all’islam dell’impero mongolo che a suo tempo aveva conquistato le regioni persiane, si ebbe una fase di decadenza, accompagnata dalle


persecuzioni da parte di Turchi, Curdi e ancora Persiani. I pochi resti di quella che fu la chiesa nestoriana si distribuiscono oggi tra Iran, Iraq, Siria e India. I tentativi di riunione, cioè di ricomposizione degli scismi interni sfociarono nel 1830 nella creazione di un patriarcato cattolico.

La cristianità del Caucaso: Armenia e Georgia

Nel panorama delle chiese orientali i cristiani del Caucaso appaiono organizzati in vere e proprie chiese nazionali. Durante le lotte dei grandi imperi per il controllo di questo territorio di confine, situato tra il mar Caspio, il Mar nero, e il Mar d’Azov le chiese di queste regioni si impegnarono per garantire la sopravvivenza dei loro popoli. Nonostante le molte invasioni dei popoli vicini il cristianesimo poté affermarsi tra i popoli di Armenia e Georgia. Non riuscì invece a mantenersi in Azerbaigian orientale, sommersa nel medioevo dalla conquista islamica. Le due chiese hanno spesso come punto di riferimento la chiesa di Gerusalemme.

La chiesa di Armenia.

L’Armenia è stato il primo regno orientale ad abbracciare il cristianesimo con il re Tiridate III, grazie al lavoro missionario di Gregorio l’Illuminatore. Questi si appoggiava sulla sede di Cesarea di Cappadocia, che diverrà nel V secolo, il fulcro della chiesa armena vera e propria, sotto la guida di un primate poi designato anch’egli col titolo di katholikos. Dopo l’invenzione dell’alfabeto armeno da parte del monaco Mesrop, all’inizio del V secolo si ebbero traduzioni dei testi biblici in lingua siriaca o greca con accenti indipendenti e originali fondati sul nuovo linguaggio. Quanto al monachesimo, fin dall’impresa di Mesrop della creazione di un nuovo alfabeto, cominciò a costituirsi un gruppo di monaci – dottori adibiti alla formazione delle gerarchie.

La chiesa armena, rispondendo col silenzio e il disaccordo alle sollecitazioni teologiche che provenivano da altre esperienze comunque cristiane, come il

bizantinismo ortodosso o la chiesa caledoniana, optò infine per il monofisismo.


Durante le missioni per la conquista e la conversione della terra santa gli armeni diedero luogo in Cilicia alla nascita della “Piccola Armenia”, una stazione di posta per coloro che erano diretti in terra santa. La fine dello stato di Cilicia induce a riportare la residenza del katholikos ad Edshmiazin, nel suo luogo storico di origine.

Da questo momento e attraverso i confronti con le varie dominazioni straniere si giunge al 1915-1916 quando il nazionalismo turco li cacciò completamente gli armeni dall’Anatolia orientale.

La chiesa georgiana

La chiesa georgiana, unica fra le chiese cristiane di oriente ad essere rientrata nell’alveo del concilio di Calcedonia ed essersi così ricongiunta con l’ortodossia bizantina, ha condiviso con l’armena la propria fase formativa e le molte vicissitudini che hanno interessato il Caucaso nel corso dei secoli. Nella decisione di abbracciare il cristianesimo la chiesa georgiana è influenzata dagli armeni, con tutto il loro portato di credenze attinte dalla chiesa siriaca occidentale e orientale. L’influsso strettamente armeno si concentra solo sulla parte orientale del Paese mentre in occidente risulta permeato dall’influsso greco–bizantino. Il primo katholikos georgiano è debitore per la sua consacrazione al patriarca di Antiochia, con annessa adesione alle dottrine monofisite. Un secolo più tardi (siamo nel V secolo), pressioni bizantine faranno rientrare la chiesa georgiana nell’ambito della ortodossia caledoniana. In particolare i monaci georgiani contribuiranno grandemente alla diffusione di questa fede, attraverso attestazioni in Siria, sul Sinai, a Costantinopoli, in Anantolia e in Bulgaria, e in particolare sul monte Athos.

Riunificata politicamente fra XI e XIII secolo, la Georgia conosce una grande fioritura letteraria e artistica. Tuttavia l’arrivo dei mongoli rende vana l’unificazione, la quale però verrà ricostituita con la presenza di un vescovo cattolico a Tblisi. La fusione con la Russia ovviamente fu qualcosa di non voluto ma


imposto, viene introdotto un nuovo katholikos, mentre il russo diviene la lingua liturgica ufficiale.

Cristianesimo africano: le chiese di Nubia, Egitto ed Etiopia

Le tre chiese di Egitto, Nubia ed Etiopia sono state a suo tempo diffuse in un’area che va dal Mediterraneo al Corno d’Africa. La chiesa di Nubia adotta, dopo una serie di divisioni e contrasti interni, la scelta monofisita, conformandosi alla chiesa egiziana. L’Etiopia da parte sua assorbe il credo bizantino ortodosso ma con un fondo giudaico che probabilmente risale all’influsso delle prime comunità giudeo/cristiane. La connotazione in senso nazionale finisce nella chiesa copta per saldarsi con l’identità ecclesiale predisponendo la chiesa in parola ai rapporti con l’invasore arabo. La chiesa egiziana o copta emerge dall’oscurità verso la fine del II secolo con la personalità vigorosa del suo vescovo Demetrio, e degli altri patriarchi alessandrini che gettano le basi e fortificano la fede dei seguaci con la propria predicazione. Grande importanza ha anche il ruolo del monachesimo, modellato sul cenobitismo Pacomiano, e introdotto in Egitto da Atanasio di Alessandria. Nel V secolo il legame tra gerarchia e religiosi è assicurato dall’archimandrita Scenute al quale si deve l’adozione del copto come lingua letteraria. La chiesa copta manifesta anche un’apertura verso l’occidente e le altre culture che ha come centro la sede alessandrina.

La separazione della chiesa copta dalla chiesa imperiale segue dinamiche analoghe a quelle poste in essere dalla chiesa siriaca, ma quando Bisanzio comincia a perseguitare i monofisiti l’Egitto rappresenta un centro di accoglienza di profughi ed esuli che consente una fortificazione, sebbene localizzata, della fede copta. Dopo il 518 tuttavia si assiste ad una frammentazione del credo copto. Con la conquista araba dell’Egitto, la chiesa monofisita gode di una certa libertà, limitatamente all’obbligo del rispetto della legge islamica. Quando poi le restrizioni imposte dagli islamici, in sostanza proibizioni che riguardano la vita civile, diventano intollerabili si hanno episodi di sommossa che il regno della Nubia tende a risolvere sulla base di


accordi con i musulmani, ovviamente nell’intento di proteggere coloro che praticano la stessa fede. Tuttavia col tempo il credo copto, così come quello della Nubia, viene a perdersi all’interno della cultura islamica. Ciò accade anche per quanto riguarda altri ambiti culturali come la lingua, ad esempio il copto diviene soltanto lingua ecclesiastica. La decadenza della civiltà copta continuerà anche durante il periodo ottomano tra il XVI e il XVIII secolo.

In epoca moderna si assiste alla creazione di un patriarcato copto cattolico che però non suscita alcun seguito, perché la maggior parte della popolazione di religione copta è ancora legata ai vecchi riti. L’ingresso nell’età moderna è caratterizzato da una rivitalizzazione della religione copta, testimoniata da un alto numero di fedeli.

E’ curioso notare come alcuni degli elementi teologici della religione copta si rinvengano alcuni nell’islam, come la prassi dei digiuni o il culto degli angeli; altri al cattolicesimo come la devozione mariana.

La chiesa etiopica è stata la sola ad aver vissuto fino ai nostri giorni entro la cornice di uno stato cristiano. Nel territorio etiopico l’eredità di una primitiva presenza giudaica può essere alla base dell’attuale adesione al cristianesimo, in una posizione geografica che a est vede una prevalenza dell’islam, e a ovest è separata dalle regioni cattoliche dal mare. La scelta monofisita della chiesa etiope deriva probabilmente anch’essa da quell’antico retaggio. Tra il V e VI secolo grazie all’opera dei monaci monofisiti si registra già lo sviluppo di una letteratura nazionale in lingua ge’ez. L’avanzata dell’islam introduce un periodo oscuro nella storia dell’Etiopia. Il legame con la città santa ha consentito i rapporti con altri ambienti cristiani orientali e occidentali. Rafforzato da una concezione sacrale che vorrebbe lo stato etiope abitato da discendenti della regina di Saba e di Salomone, consente di resistere ai periodici attacchi da parte degli islamici ai confini, e consente anche una positiva tendenza allo sviluppo del monachesimo, che presto comincia a rivendicare una maggiore autonomia sia dal controllo politico che ecclesiastico.


Nel XVI secolo lo stato etiopico è messo in difficoltà da una invasione islamica tanto da spingere il monarca Claudio a chiedere l’aiuto di papa Paolo III (1541). Si verifica così dopo tanti secoli un contatto del regno etiope con l’Europa. Viene avviato un movimento di scambi culturali e fideistici tra Europa ed Etiopia, che è chiamata dai cattolici alla conversione. L’obiettivo sembra raggiunto ma l’ingerenza dei gesuiti diviene insopportabile a causa delle molte critiche rivolte da questi alle consuetudini religiose degli etiopi.

Infine durante l’occupazione fascista dell’Etiopia (1936/1941) si tentò di sradicare la fede copta sostituendo la classe dirigente con membri della gerarchia cattolica. Per la verità anche nel XIX secolo si era tentato un analogo progetto, ma è soltanto dopo la II guerra mondiale che la chiesa copta conquisterà i propri diritti a professare liberamente la propria fede.

 

 

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